La discesa all’inferno della stampa italiana è stata ratificata dall’annuale classifica, stilata da Reporter Senza Frontiere, organizzazione francese no-profit.
Reporter Senza Frontiere: il flop del giornalismo italiano
Per festeggiare la giornata dedicata alla libertà di stampa, il ranking di quest’anno ci porta al cinquantottesimo posto. Sprofondati di ben diciassette posizioni rispetto al 2021
Ma com’è possibile che un paese che fa parte del mondo liberal democratico sia dietro alla Namibia ?
Ciò che lascia davvero amareggiati è l’assoluta mancanza di riflessione e autocritica, di una parte del giornalismo. Si conclama l’incapacità dei cittadini di comprendere i meccanismi del ranking RSF. Che invece sono stati illustrati più volte, nel tentativo di giustificare la debacle. Anzi, come vedremo non tolgono nulla al senso della classifica.
Eppure il giornalismo nostrano, così avverso alla complessità del conflitto, torna ad innamorarsene per giustificare il report di RSF che ha varie sfaccettature. Vera e reale la spada di Damocle della criminalità organizzata e delle querele temerarie, intentate solo per intimorire giornalisti sgraditi, senza reali basi giuridiche.
Ma si dimentica che Reporter Senza Frontiere ha analizzato anche l’abitudine italiana ad “autocensurarsi”, per non esporsi eccessivamente o inimicarsi il proprio editore. Il quale spesso ha ben altri interessi. Ad esempio il Gruppo Gedi-proprietario di La Repubblica– che ha partecipazioni attraverso la holding Exor in aziende del settore militare.
Hanno inciso sulla valutazione di Reporter Senza Frontiere anche le liste di proscrizione, già bocciate ai tempi di Grillo, quando pubblicava la rubrica “il giornalista del giorno”. In quel caso ritenute-giustamente- ignobili, mentre ora quelle pubblicate dai quotidiani con l’elmetto, con il nome dei maledetti pacifisti, sottoposti al pubblico ludibrio, vengono considerate giornalismo di servizio. Però, a differenza del giornalismo nostrano, la ong francese non ha cambiato idea: inaccettabili quelle di Beppe, come quelle di Riotta e C.
Eppure ,per motivare il giudizio negativo, basta ricordare le prese di posizioni di giornalisti, come Enrico Mentana, che si vantano di non dare spazio alle posizioni contrarie all’invio di armi e all’incremento degli investimenti bellici. Senza dimenticare che nei talk show televisivi e sui social, si tende a sbeffeggiare l’interlocutore-come tanti bulletti di scuola-senza argomentare.
La stampa italiana invece di interrogarsi, individua nella propaganda russa il vero responsabile dell’orientamento dell’opinione pubblica, decisamente contraria a l’escalation bellica. Seppure i mass media, continuano ad avere una voce pressoché univoca, sul conflitto.
Un po’ come è accaduto, durante la campagna mediatica sulle vaccinazioni ai minori, terminata con un eclatante flop di somministrazioni. Insomma nel solco italico dell’allontanamento da ogni forma di responsabilità. Una fotografia impietosa del grado di informazione.
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