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mercoledì 18 Maggio 2022
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La nuova guerra fredda: popoli, populismo e democrazia senza demos

Quella in Ucraina non è solo una guerra sul campo ma anche un conflitto di influenze e la nuova guerra fredda mette in discussione le stesse fondamenta della liberal-democrazia.

La nuova guerra fredda

La guerra porta ad una crisi della sfera dell’informazione che mette in discussione le stesse fondamenta delle liberal-democrazia mostrandone le contraddizioni irrisolte.

Seppure in Italia le cose prendano sempre una piega farsesca – si veda l’isteria creata attorno al caso Orsini – anche qui da noi è possibile leggere in filigrana le contraddizioni strutturali che stanno dietro i casi più discussi e controversi.

La recente polemica a proposito dell’intervista al Ministro della difesa russo è rivelatrice. È del tutto ovvio, infatti, che Lavrov dica cose deliranti, così come la “giornalista” russa invitata giorni fa dalla Gruber: sono fonti embedded di un governo invasore che non possono essere prese come “opinioni” normali.

Dopodiché fatti come questi rivelano i problemi di fondo della democrazia televisiva del nostro tempo, problemi che non vengono risolti dall’indignazione a targhe alterne dell’opinione pubblica interventista.

Anzitutto, non è che invitare Lavrov e invitare Rovelli sia la stessa cosa, questa è invece la petitio principii dei no pax con la bava alla bocca che sarebbe anche ora di contestare frontalmente.

Lo spazio di parola – sui TG, sui giornali, nei talk, nelle policy dei social (che “segnalano” le fonti russe ma non quelle ucraine misteriosamente considerate “attendibili”) – andava diviso fin dall’inizio in modo paritario tra chi era a favore della delega in bianco ai governi e chi aveva molti e ragionevoli dubbi.

La surreale polemica sull'intervista a Lavrov. Si discute di guerra sui talk show e non al Parlamento

Che si sono dimostrati, ahimè troppo tardi, fondatissimi. Invece per due mesi abbiamo dato carta bianca allo sberleffo contro i “complessisti”, agli editoriali che bullizzavano chi non si metteva in riga con il sentire del governo e dei principali giornalisti ed editori. Con accuse vergognose di “connivenza” – in un tripudio di moralismo da lasciare senza fiato – a chi pensava che il binomio ossessivamente ripetuto aggressore/aggredito non bastasse come base di una discussione razionale sul da farsi.

La sinistra puzzo-sotto-nasista

Secondo problema, più radicale: anche ammesso che esistano opinioni “inaccettabili” – e possiamo convenire che la democrazia non deve essere tollerante verso gli intolleranti – la questione è sempre delicata e non può essere trattata con la leggerezza con cui, da decenni ormai, la sinistra puzzo-sotto-nasista tratta le opinioni che a lei non piacciono, con una sorta di esorcismo ad personam che esclude dal cerchio della rispettabilità il parvenu che bussa alla porta dei suoi salotti televisivi.

Anche perché il tizio che viene deriso urbi et orbi per aver detto X potrebbe non dire una completa scemenza quando afferma Y. Cosa che possiamo scoprire solo dopo che ha parlato, non prima.

Invece l’idea che si fa strada inquietantemente nel dibattito italiano è che una certa opinione pubblica troppo sensibile per ascoltare un pensiero esogeno alla sua Weltanschauung possa legittimamente agitarsi per allontanarlo dal sacro tempio dell’informazione.

Una cosa che si è ripetuta costantemente nel tempo è il metodo disumanizzante utilizzato per ottenere ciò: poiché un’opinione non può essere esclusa per principio dal novero delle opinioni possibili occorre creare lo stigma dell’esclusione verso l’opinante, descrivere entrambi come “mostruosità”, inaccettabili e disumane. Non a caso, il reietto viene dipinto, invariabilmente, come al tempo stesso scemo, furbissimo e pericoloso.

Il caffè di Gramellini sempre più indigesto, avamposto bellico garbato

Un copione visto e rivisto con cui le classi dirigenti hanno demonizzato per anni il fenomeno del “populismo” senza così capirci nulla, e venendone invariabilmente travolte.

È una sintesi rozza tra straw man argument e reductio ad hitlerum: si isolano e si esagerano le cose che dice l’opinionista indesiderato e poi si cerca un qualsiasi legame con il nazismo, in modo da escluderlo, per contatto, dalla cerchia dei rispettabili.

Finché si trattava dei populisti e della loro ideologia spuria il gioco era più semplice. Basti richiamare l’ululato quotidiano della sinistra tradizionale contro il M5S, lo stracciarsi delle vesti universale ad ogni suo trionfo elettorale.

Accusato di ogni nefandezza, il M5S – setta di scemi, furbi e pericolosi – doveva avere connivenze con Casa Pound, in alternativa con Putin o con Maduro. Poco più articolata, ma ugualmente errata, era la critica dei Wu Ming e di tutti quelli che rispolverarono la teoria di Umberto Eco sull’Ur-fascismo.

Ad ogni modo, in mancanza di argomenti seri, non ci si è tirati indietro di fronte a fotomontaggi di poster di Mussolini nel pullman di Grillo (alla faccia delle fake news…). Seguendo questa linea di opposizione frontale molti militanti di sinistra hanno perfino criticato il Reddito di Cittadinanza accusandolo di essere una politica economica di destra! Non conosco nessuno di questi raffinati pensatori aver ammesso il proprio errore ed essersi scusato per aver di fatto militato in favore della reazione neoliberista. Che, prontamente, è arrivata.

La calda estate del Reddito di cittadinanza

La stessa cosa, ma centuplicata, accade ora con l’invasione russa che possiamo considerare un’estensione in politica estera della guerra contro il populismo degli scorsi anni. La potenza russa incarna l’antitesi dell’Occidente liberale e come tale viene trattata: impossibile ogni convivenza con Mosca, impossibile ogni idea multipolare del mondo, impossibile ogni mediazione tra interessi, ogni cedimento rispetto ai principi della democrazia e della libertà.

Sia chiaro: tutto questo potrebbe e, a mio modo di vedere, dovrebbe essere discusso seriamente, non certo accettato come oro colato. Posto che esistesse una sfera pubblica in grado di affrontare razionalmente tali questioni.

E’ chiaro invece che tale sfera pubblica, ammesso sia mai davvero esistita, ha puramente e semplicemente cessato di esistere. L’evento dell’invasione russa ha fatto implodere la sfera informativa e comunicazionale, polarizzando l’opinione pubblica in due distinte opzioni: pro e contro la Russia. Tutto il resto viene tacitato o bandito come semplice “variante” dei sostenitori dell’invasione. Una nuova Guerra Fredda, più banalizzante, rozza e politicamente più arretrata della precedente si fa strada e permea l’orizzonte del dicibile.

Perché prima poteva essere effettivamente una guerra tra ideologie contrapposte in cui poteva avere senso schierarsi per difendere dei principi, magari anche contro la loro applicazione empirica da parte dei rispettivi governi.

Il liberale poteva criticare gli USA per non essere veramente liberali, il socialista poteva criticare l’URSS per non essere autenticamente socialista. Oggi lo scontro è tra imperialismi capitalisti contrapposti e il nemico viene costruito arbitrariamente nella sfera comunicativa che si erge come una seconda natura, una seconda realtà più vivida e credibile della prima.

Addio alla complessità, siamo tornati alla propaganda anni '50

La totale impossibilità di fornire argomentazioni razionali dentro questa sfera impazzita è chiarito dalle contraddizioni lampanti, quasi performative, con cui il discorso egemone – quello delle classi dirigenti borghesi e dei loro lacché sui media e in Parlamento – si esprime: Putin è pazzo ma non userà mai l’atomica perché non è pazzo; Putin può e vuole conquistare mezza Europa ma è incapace di conquistare anche una sola grande città ucraina; i russi sono assassini assetati di sangue ma il loro esercito è composto di tanti Mr. Bean incapaci e ridicoli; la risposta al “genocidio” degli ucraini è la cancellazione della cultura russa. E via delirando.

Rispondere alle affermazioni sempre più strampalate della propaganda di guerra non ha senso perché essa non muove da una posizione coerente dal punto di vista razionale ma è solo l’effetto della difesa di interessi che cerca alla cieca ogni possibile argomento per darsi un’aria di razionalità che non ha e non può avere. USA, UE e NATO agiscono, almeno dalla fine della Guerra Fredda, in modo unilaterale, piegando i sacri principi della libertà ai propri desiderata. Cercare una coerenza a posteriori tra le loro azioni e quei principi è come cercare una giustificazione delle crociate nelle parole del Vangelo.

Il problema è che difendere democrazia e libertà è senz’altro urgente e necessario ma non può essere un compito che veda alleati coloro che della democrazia e della libertà abusano per mantenere posizioni di privilegio e le classi subalterne private nei fatti dell’una e dell’altra. La critica populista alle élite era sbagliata perché, denunciando l’abuso delle istituzioni liberali da parte delle classi dominanti travolgeva così anche i principi illuministici e finiva per flirtare con posizioni apertamente reazionarie e conservatrici.

La critica populista era però nel giusto quando identificava il nesso tra potere economico, politico e mediatico, andando a colpire il loro punto di convergenza e proponendosi di attaccare le élite nella loro capacità di mobilitare sinergicamente tutte e tre le sfere. L’errore, speculare a quello delle classi dominanti, era identificare un generico “popolo” cui fare appello, quindi proporre ricette economiche interclassiste che non potevano veramente rompere quella sinergia. La storia ha presentato il conto ai limiti strutturali dei movimenti populisti, sia di destra che di sinistra.

Allo stesso modo è errata la posizione, minoritaria, di chi difende la Russia di Putin e cede alla sua propaganda indifendibile. Ma non meno errata, anzi potenzialmente più pericolosa, è la posizione di chi condanna l’aggressione russa e non opera il necessario distinguo tra gli interessi della NATO e quello delle classi lavoratrici di tutti i paesi coinvolti nella crisi.

Chi oggi difende un astratto principio di autodeterminazione dei popoli e immagina una lotta politica “dal basso” quando i rapporti di forza in campo la rendono impossibile sta di fatto consegnandosi, e quel che è peggio, consegnando la classe lavoratrice del proprio paese, a Johnson e Biden. E come la torsione verticistica del potere in Italia mostra, attraverso la progressiva esautorazione del Parlamento, si tratta di una mossa in cui la carneficina sui campi di battaglia che si prevede lunga e difficile, prelude alla macelleria sociale che verrà.

La nuova Guerra Fredda, al pari della vecchia, vuole costringerci a scegliere tra varianti di un potere che disinnesca il potenziale emancipativo delle classi popolari torcendolo verso un’economia bellica permanente, strutturalmente antidemocratica, repressiva e distruttiva. Che lo si faccia in nome di un’idea ardente di popolo in armi o di una democrazia svuotata del demos non cambia. Le classi sfruttate vengono ingannate e sacrificate in una battaglia da cui hanno tutto da perdere: la chiara visione delle proprie catene e alla fine, come diventa ogni giorno tristemente più evidente, la loro stessa vita.

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Marco Maurizi
Marco Maurizi
Filosofo e musicista. Si occupa di teoria critica della società e del pensiero dialettico. È autore, tra gli altri, di Quanto lucente la tua inesistenza. L'Ottobre, il '68 e il socialismo che viene, (Jaca Book 2018), La vendetta di Dioniso: la musica contemporanea da Schönberg ai Nirvana (Jaca Book 2018), Al di là della natura. Il capitale, gli animali e la libertà (Novalogos 2011).

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