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martedì 17 Maggio 2022
In EvidenzaL'antifascismo postmoderno: la guerra è pace

L’antifascismo postmoderno: la guerra è pace

La “guerra è pace” non è più uno slogan orwelliano ma un editoriale quotidiano: è l’antifascismo postmoderno. L’ideologia dell’Occidente bellicista.

L’antifascismo postmoderno

Dopo la celebrazione sulla carta stampata e in prima serata dei nazisti ucraini “buoni” e l’accusa all’ANPI di “negazionismo” rispetto ai crimini di Bucha l’ideologia che guida le classi dominanti occidentali sembra aver subito una torsione definitiva.

Ciò che denunciavamo come sofisma e trucco retorico – l’identificazione di Putin con Hitler e della resistenza ucraina con i partigiani – ha prodotto le sue inevitabili conseguenze: chi non accetta, o anche solo mette in dubbio questa narrazione, diventa un nazista.

E così, per una bizzarra logica dialettica, mentre coloro che inneggiano ai collaborazionisti vengono dipinti come novelli antifascisti, gli antifascisti di un tempo diventano collaborazionisti.

Temiamo che non si tratti solo di una miseria del giornalismo italiano ma di un cambio epocale del linguaggio politico, di un impazzimento generale delle categorie con cui eravamo soliti rappresentarci il mondo.

L’antifascismo è stato il collante del dopoguerra: almeno a parole rappresentava quei valori che tenevano unito un mondo che era uscito vittorioso dalla Seconda Guerra Mondiale ma restava radicalmente diviso dalla Guerra Fredda.

Quei valori potevano essere interpretati diversamente. A partire dagli anni 70, come noto, l’antifascismo militante sdoganò l’uso del fascismo come riferimento polemico non solo contro l’imperialismo americano e i regimi militaristi ma anche contro i politici democristiani che giustificavano la repressione poliziesca.

Eco parlò di Ur-fascismo per descrivere quella postura intellettuale e morale che successivamente avrebbe prodotto i populismi. Non era tuttavia mai successo che i rappresentanti storici dell’antifascismo venissero tacciati di collaborazionismo.

In mezzo ci sono due eventi decisivi entrambi conseguenza indiretta della fine dell’URSS e del mondo bipolare. Da un lato, l’emergere del fondamentalismo come nuovo nemico dell’Occidente e nuova forma di fascismo globale. Dall’altro l’affermarsi dell’alt right e dei sovranismi, cioè di un linguaggio che dissimula il razzismo, il sessismo e il nazionalismo sotto una nuova veste, “popolare” e anti-establishment.

Nessuno di questi due “nemici” dell’Occidente, uno esterno, l’altro interno, aveva sconvolto e messo in crisi le categorie politiche del Novecento. Non il terrorismo globale che rappresentava una minaccia diffusa per tutti gli Stati e poteva essere condannato e combattuto con un’ampia alleanza internazionale.

Quel “fascismo islamico” era, tutto sommato, l’effetto di uno smottamento degli equilibri geopolitici mondiali in cui il multipolarismo emergente non permetteva ancora il consolidarsi di una contrapposizione frontale. Era un fenomeno ancora carsico.

E lo stesso può dirsi dei populisti e dei sovranisti perché, nonostante la loro retorica contro le classi dominanti e il politically correct e la sinistra liberal potesse far nascere ambiguità e confondere qualcuno a sinistra (i “rossobruni“), essi venivano e vengono percepiti come forme di sdoganamento del fascismo tradizionale. Era un fascismo “nuovo” nella forma ma non nel contenuto: moderno nella sua modalità comunicativa e organizzativa, antichissimo nelle sue parole d’ordine.

È però qui che si è iniziata a produrre una cesura che non è senza rapporto con ciò che osserviamo oggi. Forse proprio questo fascismo postmoderno è alla base dell’antifascismo postmoderno dell’Occidente che corre impazzito verso il riarmo.

Perché la critica populista che nasceva da decenni di politiche socialmente devastanti, dalla finanziarizzazione dell’economia e da una autoreferenzialità delle classi dominanti sempre più smaccata, ha saputo confondere abilmente verità e falsità, denuncia e fake news producendo quella deriva del dibattito pubblico che va sotto il nome di età della post-verità.

Questo ha significato la tendenza, da parte delle classi dominanti e dei media, ad assumere atteggiamenti via via più restrittivi e intolleranti in nome di un principio di “pulizia” della sfera informativa che, seppure teoricamente corretto, era discutibile nella sua applicazione pratica: perché non solo cancellava arbitrariamente ciò che di vero poteva esserci in quella critica rispetto agli interessi antidemocratici delle élite ma, quel che è peggio, lasciava ad esse il compito di stabilire chi e come dovesse intervenire per censurare l’opinione “inaccettabile”.

Potremmo chiamare questa la post-falsità: anche se l’Occidente è sostanzialmente una macchina per il profitto che opprime, silenzia e, talvolta, massacra le masse dentro e fuori i suoi confini, su questo occorre tacere per non dar man forte ai barbari che la minacciano dall’interno. Il paradosso di Popper (la democrazia deve essere intollerante verso gli intolleranti) viene utilizzato per tacitare ogni critica antisistema, non solo da destra, ma anche da sinistra.

Chi denuncia l’insufficienza di democrazia viene marchiato come infedele: l’immagine ideale della democrazia si confonde con quella empirica e meschina dei governi e dei potentati economici che li sostengono. Lo scontro tra democrazia formale e sostanziale giunge così ad un’aporia potenzialmente autodistruttiva.

In questa battaglia per l’informazione hanno giocato un ruolo, come noto, anche gli agenti della propaganda russa. Fino a un mese fa Putin era, infatti, solo uno dei tanti leader politici che faceva da sponda alle posizioni sovraniste contro le classi dirigenti liberal dell’Occidente.

Ma mentre le questioni dei migranti e quelle relative alla pandemia potevano essere analizzate razionalmente, poiché alla base avevano elementi “fattuali” inoppugnabili (i “35 euro”, le “bare vuote” ecc.), le questioni relative ai valori rimangono ovviamente ambigue e contraddittorie.

Si veda con quanta facilità Putin abbia potuto evocare lo spettro della “cancel culture” in riferimento alla ormai montante russofobia dei nostri media e delle nostre istituzioni. E come, anche in questo caso, l’ideologia sovranista abbia saputo utilizzare, e distorcere, una verità e una contraddizione delle democrazie a proprio vantaggio.

La guerra ha precipitato le cose e fatto esplodere le tensioni irrisolte all’interno e all’esterno. I barbari ora sono alle frontiere (immaginarie ma già spacciate per reali: Putin come imperatore dell’Eurasia).

La differenza non è solo che ora, dietro le dispute verbali e ideologiche sui media, ci sono i corpi martoriati della guerra (quelli c’erano anche prima: nelle crisi migratorie, nelle guerre dimenticate, nella violenza sistemica patriarcale e razzista) ma anche, e soprattutto, interessi geopolitici e strategici sui quali non è possibile discutere.

La questione diventa ovviamente una questione di valori ma viene spacciata per una questione “fattuale”: ci sono i corpi, cosa vuoi chiedere di più? L’immagine dei corpi straziati deve bastare a tacitare ogni discussione su chi, cosa, dove, quando e perché come forme di “negazionismo”.

Non si era mai visto il giornalismo combattere pervicacemente contro le 5 W che, in teoria, dovrebbero costituire l’ABC del suo mestiere. E se le masse in Occidente non sono disposte ad affamarsi e magari morire per “valori” come la libertà e la democrazia quando sono incarnati da istituzioni, politici e media che considerano, giustamente, poco credibili e interessati, vanno denunciate come vittime della propaganda del nemico.

Il nemico è il fascismo postmoderno che si è fatto Stato. L’antifascismo postmoderno entra in guerra contro questo Stato e chi non è con lui è un collaborazionista. L’ANPI è negazionista, dunque fascista. Il sillogismo è perfetto e folle al tempo stesso. La chiusura dell’universo di discorso, come diceva Marcuse, è ora totale e potenzialmente totalitaria. La “guerra è pace” non è più uno slogan orwelliano ma un editoriale quotidiano.

Oggi come ieri, l’unico argine contro la guerra all’esterno è il conflitto di classe interno: in Occidente, in Ucraina e in Russia. Mobilitazione popolare per la democrazia, la giustizia sociale e il disarmo, scioperi, sabotaggi, diserzione. Di fronte all’impazzimento della ragione solo la ragionevolezza disperata delle classi subalterne può evitare che il massacro in corso assuma forme globali e irreversibili.

 

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Marco Maurizi
Marco Maurizi
Filosofo e musicista. Si occupa di teoria critica della società e del pensiero dialettico. È autore, tra gli altri, di Quanto lucente la tua inesistenza. L'Ottobre, il '68 e il socialismo che viene, (Jaca Book 2018), La vendetta di Dioniso: la musica contemporanea da Schönberg ai Nirvana (Jaca Book 2018), Al di là della natura. Il capitale, gli animali e la libertà (Novalogos 2011).

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