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L’Operazione Midas travolge ministri, uomini d’affari e fedelissimi di Zelensky. Appalti gonfiati, tangenti su Energoatom, fondi militari opachi e intercettazioni imbarazzanti. Il presidente resta intoccabile, ma il cerchio magico di Kiev si sta sgretolando.
Tangenti, droni e amici di Zelensky
Per tre anni la narrazione occidentale sull’Ucraina è stata costruita attorno a una figura quasi sacrale: Volodymyr Zelensky come incarnazione della resistenza democratica contro l’invasione russa. Una costruzione mediatica poderosa, sostenuta da governi, televisioni, think tank e piattaforme digitali. Poi però è arrivate la realtà e, come spesso accade nelle guerre lunghe, puzza di appalti, tangenti, oligarchie, servizi segreti, società offshore e amici di famiglia diventati improvvisamente milionari.
L’Operazione Midas, l’inchiesta anticorruzione che sta scuotendo Kiev, che in Italia sta seguendo solamente Inside Over con Fulvio Scaglione, è ormai molto più di uno scandalo giudiziario. È la fotografia di un sistema di potere che, mentre chiedeva sacrifici assoluti a milioni di cittadini sotto le bombe, trasformava parte dell’economia di guerra in un gigantesco bancomat privato.
Il dato politicamente più interessante non è nemmeno la corruzione in sé. L’Ucraina era già classificata da Transparency International come uno dei Paesi più corrotti d’Europa prima della guerra. Il punto è un altro: per la prima volta il cerchio magico costruito attorno a Zelensky viene colpito quasi integralmente. E il presidente, almeno per ora, resta l’unico formalmente intoccabile.
Il sistema Energoatom e la guerra trasformata in business
L’inchiesta condotta dal NABU, l’Ufficio nazionale anticorruzione ucraino, e dalla procura SAP ha portato alla luce un meccanismo relativamente semplice e tipico delle economie di guerra: appalti gonfiati, percentuali obbligatorie, protezioni politiche e intermediazioni opache.
Secondo gli investigatori, il gruppo legato ai vertici di Energoatom — la gigantesca compagnia energetica statale ucraina — avrebbe imposto tangenti tra il 10 e il 15% sugli appalti destinati alla protezione delle infrastrutture energetiche bombardate dai russi. Valore stimato del sistema corruttivo: circa 100 milioni di dollari. Mentre gli ucraini restavano al freddo e senza elettricità, qualcuno monetizzava perfino i blackout.
Tra i nomi coinvolti figurano l’ex ministro dell’Energia Herman Halušenko, l’ex vicepremier Oleksiy Chernyshov, dirigenti di Energoatom e soprattutto Timur Mindich, vecchio socio e amico personale di Zelensky ai tempi della società televisiva Kvartal 95. Non esattamente un passante casuale. Mindich è riuscito a fuggire in Israele prima degli arresti. Una coincidenza molto mediorientale.
Anche Andrij Jermak, potentissimo capo dell’ufficio presidenziale e considerato da molti osservatori il vero regista del potere ucraino, è finito travolto dalle indagini e dalle pressioni politiche. Nel frattempo era già sparito dai radar Serhiy Shefir, altro storico collaboratore del presidente.
Il convitato di pietra chiamato “Vova”
La parte più esplosiva dell’inchiesta riguarda le intercettazioni pubblicate da Ukrainska Pravda. Nei nastri compare frequentemente un certo “Vova”, diminutivo familiare di Volodymyr. Nessuna prova giudiziaria collega direttamente Zelensky alle tangenti. Questo va detto con precisione. Ma il problema politico non è soltanto penale: è sistemico.
Nelle conversazioni intercettate, Mindich parla con dirigenti della società militare Fire Point come fosse il proprietario occulto dell’azienda. Fire Point produce droni e missili ed è collegata a Mike Pompeo, ex direttore della CIA e segretario di Stato americano durante la prima amministrazione Trump. Non esattamente il meccanico sotto casa.
Mindich discute investimenti dagli Emirati, finanziamenti pubblici, anticipi statali e sviluppo missilistico con l’allora ministro della Difesa Rustem Umerov. Il tutto mentre il Parlamento approvava nuovi giganteschi stanziamenti per la guerra.
L’aspetto tragicomico emerge quando alcuni comandanti ucraini ammettono che migliaia di droni lanciati verso Mosca hanno prodotto risultati militari quasi nulli. Però i finanziamenti scorrevano benissimo. Il Consiglio pubblico anticorruzione del ministero della Difesa ha perfino ipotizzato la nazionalizzazione di Fire Point. Frase notevole: nazionalizzare una società privata accusata di drenare fondi pubblici durante una guerra finanziata dall’Occidente.
Nel frattempo, in Europa, si continua a raccontare il conflitto ucraino come una favola morale lineare, dove da una parte c’è il bene puro e dall’altra il male assoluto. Una rappresentazione infantile utile alla propaganda, molto meno alla comprensione della realtà. La verità è che le guerre moderne non purificano i sistemi politici. Li radicalizzano. Concentrano denaro, opacità, potere esecutivo e immunità narrativa. E quando un leader diventa contemporaneamente simbolo nazionale, asset geopolitico occidentale e volto mediatico globale, diventa quasi impossibile distinguerne il ruolo politico da quello propagandistico. Per questo Zelensky, oggi, appare contemporaneamente potentissimo e vulnerabile. Intoccabile finché la guerra continua. Forse sacrificabile quando arriverà il momento di presentare il conto.

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