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L’Ue continua a discutere a vuoto sulla sospensione dell’accordo con Israele mentre Germania e Italia frenano tutto. Bruxelles invoca diritti umani contro Mosca ma resta paralizzata davanti a Gaza, Cisgiordania e Libano. Il diritto internazionale, modello Tajani, vale “fino a un certo punto”.
Europa a geometria morale: sanzioni per Mosca, immunità per Israele
Nel 2026 l’Unione Europea commercia con Israele per decine di miliardi di euro, continua a proclamare il rispetto del diritto internazionale come fondamento identitario del progetto europeo e, contemporaneamente, discute da mesi se applicare o meno le stesse regole che pretende di imporre a chiunque altro. Il punto politico reale, dietro la riunione del Consiglio Affari Esteri dell’Ue, è tutto qui: l’Europa vuole essere una potenza giuridica oppure soltanto una piattaforma commerciale travestita da coscienza morale dell’Occidente?
La questione della sospensione dell’Accordo di associazione Ue-Israele non è simbolica. È concreta. Parliamo dell’intesa che dal 2000 garantisce a Tel Aviv un accesso privilegiato al mercato europeo. Nel 2024 quasi il 29% delle esportazioni israeliane era diretto verso l’Unione Europea. Non esattamente un dettaglio burocratico da corridoio brussellese. Eppure, nonostante le denunce delle Nazioni Unite, della Corte Internazionale di Giustizia, delle ONG internazionali e persino della revisione interna della Commissione europea del giugno 2025, Berlino e Roma continuano a frenare qualsiasi misura realmente incisiva.
Il diritto internazionale trasformato in arredamento
L’articolo 2 dell’Accordo di associazione stabilisce che il rispetto dei diritti umani costituisce un “elemento essenziale” della partnership. Formula elegante, tipicamente europea, che nei fatti sembra avere lo stesso peso giuridico di un cartello motivazionale appeso in una sala conferenze della Commissione.
Perché mentre Bruxelles discute di “preoccupazione”, nella Striscia di Gaza continuano i bombardamenti, gli sfollamenti e il collasso umanitario. Amnesty International, Human Rights Watch e numerose organizzazioni internazionali parlano apertamente di crimini di guerra, apartheid e, in alcuni casi, di dinamiche genocidarie. Accuse enormi, che dovrebbero produrre almeno una reazione politica coerente. E invece no. L’Europa resta paralizzata dentro la sua geometria variabile della morale.
L’elemento quasi grottesco è che l’Unione Europea aveva reagito con velocità e rigidità assoluta all’invasione russa dell’Ucraina: sanzioni immediate, isolamento diplomatico, congelamento di beni, retorica morale permanente. Nel caso israeliano, invece, ogni decisione viene annacquata dentro il lessico della cautela diplomatica. “Dialogo costruttivo”, “equilibrio”, “necessità di mantenere canali aperti”. Tradotto dal burocratese europeo: non fare nulla che disturbi realmente Tel Aviv.
E qui emerge il ruolo centrale di Italia e Germania. Giorgia Meloni e Friedrich Merz rappresentano oggi il principale argine politico contro la sospensione dell’accordo commerciale. Una posizione che viene giustificata attraverso la “ragion di Stato”, la sicurezza israeliana e la memoria storica europea. Tema delicatissimo, certo. Ma usare la tragedia del Novecento per neutralizzare qualsiasi critica alle azioni di un governo contemporaneo produce un effetto perverso: trasformare la memoria storica in immunità geopolitica.
La frattura tra governi e opinione pubblica
La vera crepa politica, però, non passa più tra destra e sinistra. Passa tra governi e società. Negli ultimi mesi milioni di cittadini europei hanno manifestato contro le operazioni israeliane a Gaza. In Germania, nonostante il tradizionale sostegno istituzionale a Israele, i sondaggi mostrano una crescente insofferenza verso la linea del governo. In Italia il quadro è simile: una parte significativa dell’opinione pubblica considera ormai sproporzionata e criminale la gestione militare israeliana del conflitto.
Eppure le cancellerie europee continuano a muoversi come se nulla fosse. Peggio: continuano a esportare armi. Germania e Francia sono rimaste tra i principali fornitori europei di equipaggiamento militare a Israele nel 2024. L’Italia, pur annunciando restrizioni, ha consentito il proseguimento di forniture autorizzate prima del 7 ottobre 2023 e il transito di materiali militari sul proprio territorio.
La distanza tra retorica ufficiale e realtà materiale è ormai imbarazzante. Bruxelles parla di pace mentre finanzia indirettamente economie di guerra. Invoca il diritto internazionale mentre ne sospende l’applicazione in base all’alleato coinvolto. Condanna l’occupazione russa ma evita accuratamente di affrontare il tema dell’occupazione israeliana della Cisgiordania, che nel frattempo procede verso un’annessione di fatto.
Nel febbraio 2026 il governo israeliano ha approvato nuove misure per consolidare il controllo sui territori occupati. La Knesset ha discusso norme sempre più radicali in materia di sicurezza e repressione. In Cisgiordania le violenze dei coloni sono aumentate drasticamente. Ma in Europa continua il teatro diplomatico delle “preoccupazioni profonde”.
Un continente che un tempo pretendeva di esportare diritti universali oggi sembra incapace perfino di applicare le proprie clausole commerciali. Questa la questione più grave: non il sostegno politico a Israele, che può essere discusso e argomentato, ma la demolizione progressiva di qualsiasi criterio coerente che non sia identificabile soltanto come uno strumento di potenza.

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