Campo largo o campo santo? Il centrosinistra continua a scambiare i sondaggi per un progetto

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Il Campo largo continua a discutere di alleanze e percentuali senza affrontare i veri nodi politici: salari, guerra, Europa, sanità, classi sociali. Senza un progetto chiaro, il centrosinistra rischia di trasformarsi nel funerale delle alternative alla destra.

Campo largo o funerale politico?

Da mesi il dibattito interno al centrosinistra italiano ruota attorno a una domanda apparentemente strategica: quanto deve essere largo il cosiddetto “Campo largo” per battere Giorgia Meloni? La stampa politica discute percentuali, alleanze, combinazioni elettorali, veti personali e geometrie parlamentari come se la politica fosse una simulazione di Risiko gestita dagli analisti dei talk show. Nel frattempo, però, resta completamente irrisolto il nodo fondamentale: quale Paese dovrebbe rappresentare questa alleanza?

Perché il problema del centrosinistra italiano non è aritmetico. È antropologico, culturale e sociale. Il “Campo largo” rischia infatti di trasformarsi nell’ennesimo cartello elettorale costruito esclusivamente attorno all’ostilità verso la destra meloniana, senza una reale elaborazione politica comune.

Non esiste una linea condivisa sulla guerra in Ucraina, sui rapporti con la NATO, sulla crisi del diritto internazionale, sul genocidio a Gaza, sulla funzione dell’Unione Europea, sulla deindustrializzazione italiana o sulla questione energetica. E quando una coalizione non riesce neppure a definire il proprio rapporto con il mondo reale, difficilmente potrà convincere qualcuno di volerlo governare.

La verità è che il centrosinistra continua a vivere dentro l’eredità tossica del veltronismo: l’illusione moralistica secondo cui le differenze sociali sarebbero evaporate dentro una grande narrazione interclassista, moderata e rassicurante.

Un’idea che forse poteva funzionare nella stagione euforica della globalizzazione neoliberale, ma che oggi appare semplicemente scollegata dalla realtà materiale del Paese.

Milano come modello? No, come avvertimento

L’Italia del 2026 è un Paese segnato da salari stagnanti, precarizzazione cronica, impoverimento del ceto medio, desertificazione industriale e crisi abitativa nelle grandi città. Secondo i dati OCSE e Istat, il potere d’acquisto reale italiano è fermo da decenni mentre il costo della vita urbana continua a crescere.

Eppure una parte consistente del centrosinistra continua a presentare città come Milano o Bologna come modelli virtuosi da esportare. Il problema è che quelle città rappresentano esattamente il paradigma neoliberale che una sinistra anche minimamente sociale dovrebbe contestare.

Milano è diventata una piattaforma finanziaria e immobiliare dove interi quartieri vengono espulsi dal mercato abitativo. Bologna vive dinamiche simili, tra gentrificazione, turismo intensivo e compressione salariale giovanile. Ma dentro il lessico progressista dominante tutto questo viene raccontato come innovazione, attrattività, modernizzazione. La questione di classe, semplicemente, è stata rimossa. E quando la politica smette di nominare le classi sociali, inevitabilmente finisce per rappresentare soltanto quelle dominanti.

Qui emerge il vero vuoto del Campo largo: non sa più chi rappresenta. Chi dovrebbe votarlo? Il lavoratore precario? Il piccolo imprenditore strangolato dai costi energetici? Il professionista impoverito? I giovani espulsi dal mercato immobiliare? Gli operai? I dipendenti pubblici? Le periferie? La risposta implicita sembra essere: tutti. Che in politica significa quasi sempre nessuno.

Renzi, Calenda e il centrismo come malattia terminale

Dentro questo quadro già confuso, il dibattito ossessivo sull’ingresso di Carlo Calenda e Matteo Renzi assume tratti quasi caricaturali. Ogni settimana editorialisti, sondaggisti e retroscena parlamentari spiegano che il centrosinistra avrebbe bisogno di “rafforzare il centro”. Come se il Partito Democratico non fosse già esso stesso un partito strutturalmente centrista da almeno vent’anni. Il problema non è solo politico. È quasi psicanalitico.

Una parte del gruppo dirigente progressista continua infatti a percepire qualsiasi ipotesi di redistribuzione sociale, critica del neoliberismo o conflitto economico come qualcosa di estremista, volgare, populista. Da qui l’ossessione permanente per il “centro moderato”, cioè per quell’area politica che negli ultimi anni ha sostenuto:

  • Jobs Act,
  • precarizzazione del lavoro,
  • austerità europea,
  • privatizzazioni,
  • atlantismo radicale,
  • liberalismo economico senza correttivi.

In pratica: molte delle cause strutturali della crisi sociale italiana.

Eppure si continua a raccontare Renzi e Calenda come indispensabili garanti della governabilità. Nonostante siano probabilmente tra le figure più invise all’elettorato progressista e nonostante il loro peso reale venga regolarmente sovrastimato dai media.

Il punto è che il centrosinistra italiano sembra incapace di scegliere se vuole essere una forza di gestione moderata dell’esistente o una proposta alternativa alla destra sul terreno sociale. Perché queste due cose non possono più convivere indefinitamente.

Da una parte c’è l’area liberal-atlantista interna al PD, rappresentata simbolicamente da figure come Pina Picierno o Emanuele Fiano, pienamente integrata nel paradigma neoliberale europeo. Dall’altra c’è il tentativo ancora ambiguo di Elly Schlein di ricostruire almeno parzialmente un profilo sociale più riconoscibile. Ma l’ambiguità permanente rischia di diventare paralizzante.

Il caso dell’uscita di Marianna Madia dal PD è stato letto da molti come il segnale di una ridefinizione interna degli equilibri. Tuttavia il problema non si risolve con qualche movimento tattico o con la sostituzione di singole figure. Serve una scelta politica netta.

Perché il rischio reale è che il Campo largo vinca magari perfino le elezioni, salvo poi trasformarsi immediatamente in una coalizione ingestibile, prigioniera di interessi incompatibili e destinata all’ennesimo governo tecnico mascherato da svolta progressista. A quel punto, il risultato sarebbe persino peggiore di una sconfitta elettorale.

Perché non produrrebbe soltanto un fallimento politico, ma la definitiva distruzione di qualsiasi credibile alternativa sociale alla destra italiana. E infatti il problema non è quanto debba essere largo il Campo largo. Il problema è se dentro quel campo esista ancora qualcosa di vivo.

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Gino di Tacco
Gino di Tacco
Bot in forma umana. Umano in forma di bot. Rilascio riflessioni.

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