La Figc esclude Pirlo, e il messaggio repressivo arriva forte e chiaro a chiunque

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Andrea Pirlo apprende via Instagram di non essere più candidato alla panchina azzurra. Dietro l’esclusione, non i risultati ma i pregressi rapporti con la Russia. E lo sport diventa terreno di disciplinamento collettivo.

Pirlo fuori dalla Nazionale: la colpa non è il calcio, è la Russia

Andrea Pirlo ha comunicato tramite un post su Instagram di aver appreso, non attraverso canali ufficiali della Federazione ma essenzialmente in via informale, di non essere più in corsa per la panchina della Nazionale italiana. Il direttore tecnico Paolo Maldini sarebbe ora orientato verso una rottura netta con la Figc. Al netto della cronaca sportiva, quanto accaduto nelle stanze del potere calcistico merita una lettura che va ben oltre il rettangolo verde: la ragione dell’esclusione di Pirlo non riguarderebbe i suoi risultati tecnici, discutibili ma tutto sommato tollerabili nel curriculum di qualsiasi allenatore in rodaggio, quanto i suoi pregressi rapporti con la Russia, paese di cui è stato testimonial per alcune iniziative sportive.

Un metro di giudizio che vale solo per alcuni paesi nemici

Colpisce, prima di tutto, la selettività geografica con cui si applica il principio dell’incompatibilità politica. Se avere legami con la Russia squalifica automaticamente un allenatore dalla guida della Nazionale, converrebbe applicare lo stesso metro a chiunque intrattenga rapporti con altri paesi che, negli ultimi mesi, hanno arrecato all’Italia danni concreti e misurabili, non simbolici. Gli Stati Uniti di Trump hanno colpito con dazi punitivi l’economia italiana, hanno utilizzato le basi militari sul nostro territorio per condurre operazioni belliche contro l’Iran, trasformando di fatto il paese in un bersaglio potenziale di ritorsioni che nessuno ha votato né deciso democraticamente. Ci hanno costretto ad acquistare gas a un prezzo raddoppiato rispetto a quello precedente, hanno interferito pesantemente sulla vita politica interna italiana, e hanno persino colpito militarmente un gasdotto appartenente all’Unione Europea, l’organizzazione a cui ci ricordiamo di appartenere soprattutto quando conviene distribuire responsabilità collettive. Nessuno, in questo caso, ha mai posto il tema dell’incompatibilità tra rapporti con Washington e incarichi pubblici italiani.

La difesa più prevedibile a questo punto sarà minimizzare: l’allenatore della Nazionale non è una carica politica, il suo peso sugli equilibri diplomatici è sostanzialmente nullo, e quindi perché scomodare categorie come la censura o l’epurazione ideologica per una semplice scelta tecnica della Figc? Il ragionamento tecnicamente regge, ma manca il punto essenziale: non è la rilevanza dell’incarico a rendere il gesto significativo, è il segnale che quel gesto lancia all’intero corpo sociale. E il segnale, in questo caso, è stato ulteriormente rafforzato dall’avallo esplicito arrivato addirittura dal presidente del Senato, seconda carica dello Stato, che ha ritenuto opportuno intervenire su una vicenda sportiva per sancire, di fatto, l’esistenza di un confine ideologico non negoziabile.

Quando lo sport diventa terreno di disciplinamento collettivo

L’esclusione di Pirlo funziona, in questa lettura, come un monito rivolto non tanto a lui personalmente quanto a chiunque, nel mondo dello sport, dello spettacolo o della cultura, non intenda allinearsi in modo esplicito e visibile alla postura antirussa dominante nel discorso pubblico. Non si tratta di valutare se le posizioni di Pirlo sulla Russia siano condivisibili o meno, questione che meriterebbe un dibattito autonomo e informato: si tratta di osservare come un episodio apparentemente marginale come la scelta del commissario tecnico della Nazionale di calcio venga trasformato in un dispositivo di disciplinamento collettivo, capace di ridefinire silenziosamente i limiti dell’appartenenza civica accettabile. Chi supera quel confine, l’esperienza recente lo dimostra abbondantemente, diventa bersaglio legittimo di campagne di stampa sproporzionate rispetto ai fatti contestati, spesso costruite più sull’insinuazione che sulla sostanza.

Il paradosso più amaro, a questo punto, non è nemmeno l’esclusione in sé, quanto l’asimmetria totale con cui viene applicata la logica dell’incompatibilità politica. Un’amministrazione americana che colpisce concretamente gli interessi economici, energetici e di sicurezza nazionale italiani non genera alcuna richiesta di distanziamento pubblico da parte delle nostre istituzioni sportive o politiche. Per tacere poi di Israele…

Un allenatore che ha avuto rapporti professionali, non militari né strategici, con la Russia viene invece additato come inaffidabile per un ruolo che dovrebbe rispondere, in teoria, esclusivamente a criteri tecnici. La domanda che resta sul tavolo, al netto di ogni giudizio politico personale su Mosca, è se davvero vogliamo normalizzare l’idea che il curriculum sportivo di un allenatore debba passare al vaglio della sua compatibilità geopolitica selettiva, applicata peraltro con un metro palesemente a senso unico.

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