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Il male non nasce soltanto dall’odio, ma anche dalla distanza che trasforma persone in numeri, costi e procedure. Tra l’orrore nazista e le vittime delle decisioni economiche resta una differenza decisiva, ma l’indifferenza burocratica può sempre spostare il confine dell’umano.
Non serve il forno per uccidere l’empatia
A Norimberga, il psicologo Gustave Gilbert annotò nei suoi diari una constatazione che ancora oggi risulta insopportabile: i gerarchi nazisti, sotto ogni profilo psichiatrico, erano nella norma. La loro anomalia non era la follia, né l’odio, era un’altra cosa, più sottile e più difficile da perdonare. Una vacuità. Uno spazio vuoto nel punto esatto dove dovrebbe stare la percezione dell’altro.
Noi abbiamo imparato a raccontarci questa scoperta come l’eccezione: il male assoluto, il mostro del secolo, qualcosa di storico e chiuso. Ma c’è una provocazione che nessuno vuole sentire, eppure funziona come una pietra di paragone su tutto il resto: quella vacuità non era nazista. Era moderna.
Zygmunt Bauman lo disse per primo, e fu tacciato di empiaggine: l’Olocausto non fu un incidente della storia tedesca, ma una possibilità insita nella razionalità burocratica. Basta poca distanza, fisica, linguistica, statistiche, perché l’empatia si spenga come una luce lasciata accesa in una stanza vuota. Il funzionario che timbra il trasporto non spara: coordina. Il ministro che firma il taglio non licenzia: ottimizza.
E allora la domanda che fa rabbrividire, e che va fatta lo stesso: che differenza c’è, nel meccanismo, tra Eichmann che non vedeva i deportati e un governo che condanna alla disoccupazione migliaia di famiglie senza aver mai messo piede nella valle che svuota? Tra chi scrive “risistemazione” su un modulo e chi scrive “fabbisogno” su una legge di bilancio?
La risposta corretta è duplice, e va tenuta intera.
Prima parte: il meccanismo è identico. La vittima, per potere burocratico, non esiste come volto ma come voce: un costo, un numero, una percentuale, un “sacrificio necessario”. Il lessico non è un dettaglio, è l’atto primo: si dice “parassita” e “fannullone”, si dice “scelta dolorosa”, si dice “flessibilità”, e già la lingua ha fatto il lavoro che la geografia faceva ai tempi dei treni ha allontanato.
Milgram lo misurò in laboratorio: basta una parete, un incarico, una burocratica distanza perché persone comuni infliggano il male senza sentirne il peso. Non c’è bisogno di odiare per far del male a milioni di persone. Basta non vederle. L’indifferenza gentile è infinitamente più efficiente dell’odio, e Arendt lo seppe quando rifiutò di chiamare Eichmann mostro: il mostro è rassicurante, perché ci esime dal guardare noi.
Seconda parte: la differenza c’è, e sta nella finalità. L’assenza di empatia nazista non era il fine, era il lubrificante di un progetto che aveva per scopo l’eliminazione di una categoria umana. Il forno non era un danno collaterale: era l’obiettivo. La fabbrica chiusa dalla spending review può riaprire, con un voto, uno sciopero, una sentenza, una svolta politica. I morti no. La reversibilità delle vittime è una differenza morale enorme, e confonderla non onora le vittime nuove, offende quelle vecchie: chi schiaccia le due cose in un’unica accusa finisce per sporcare entrambe.
Ma, ed è qui che la provocazione diventa diagnosi, la linea che separa il forno dalla fabbrica, per quanto reale, è una linea che si sposta. La storia del secolo scorso è la storia di quel confine spostato a poco a poco: prima la vittima è un numero, poi un ostacolo, poi un peso, poi un nemico. Ogni passaggio è piccolo, ognuno ragionevole, ognuno giustificato dalla ragion di stato o dal bilancio. Nessuno vede muovere il confine. Eppure si muove.
Il punto vero non è stabilire chi è nazista. È riconoscere che il potere, quando opera lontano dai volti, produce vittime a prescindere dalle intenzioni, e che la società che ha smesso di esigere che il potere guardi i volti è già, in quel preciso punto, sulla strada sbagliata. Perché quella strada, la strada dove la vittima è astratta, dove il dolore è statistiche, dove nessuno deve rispondere di fronte a nessuno, conduce sempre allo stesso posto. Non necessariamente al forno. Ma sempre lontano dall’umano.
E c’è un ultimo strato, che è politico e che chiude il cerchio. Chi oggi raccoglie i voti nelle valli svuotate, nei quartieri degradati, nelle famiglie dove il “taglio lineare” ha un nome e un cognome, è l’estrema destra, che arriva e dice: io vi vedo . La sua empatia dura il tempo di una campagna elettorale e governerà come gli altri o peggio.
Ma la fame che sa riconoscere è vera, ed è stata prodotta esattamente da questa vacuità: da premier che non sono mai andati a vedere cosa succede dopo la firma, da ministri che non hanno mai sentito il bisogno di incontrare un operaio di quella fabbrica. Gilbert annotò che a Norimberga mancava qualcosa nei gerarchi. Forse dovremmo smettere di cercarla solo laggiù, nei libri di storia, e iniziare a chiederla, invece, a chi firma oggi.
Perché non serve il forno per essere vittima. E non serve il forno per mancare di empatia. Il forno è solo il punto terminale di una strada che inizia molto prima, in un ufficio, con una penna e con nessuno che guarda.

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