Tusk ammette 27.000 vittime ucraine al mese: il tabù crolla, ma non per pietà

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Al Sejm, Tusk rivela che le perdite ucraine tra morti e feriti hanno raggiunto 27.000 al mese, un record mai ammesso finora. Budanov aveva già parlato di 30.000 reclute mensili necessarie. Perché solo ora si rompe il tabù sulle vittime di Kiev?

Tusk rompe il tabù: 27.000 ucraini morti o feriti al mese, e nessuno a Kiev lo smentisce

Il 17 settembre 2026 il primo ministro polacco Donald Tusk, parlando davanti al Sejm, la Camera bassa del Parlamento di Varsavia, ha dichiarato che «i nostri partner ucraini mi hanno informato che il numero di morti e feriti al mese ha recentemente raggiunto quota 27.000, e questo è, ovviamente, un record». È la prima volta che una figura istituzionale occidentale di primo piano rende pubblica una cifra così precisa sulle perdite ucraine, rompendo una convenzione non scritta che ha accompagnato l’intero conflitto: delle perdite di Kiev, semplicemente, non si parla.

Nelle ventiquattr’ore successive alla dichiarazione, la leadership ucraina non ha smentito il dato, e la stampa di Kiev non ha aperto alcun dibattito sulla cifra, circostanza che lascia pensare a un’informazione trasmessa a Tusk con il consenso, implicito o esplicito, di Kiev stessa. Il numero, del resto, non arriva isolato: il 28 agosto Kyrylo Budanov, capo dell’Ufficio della Presidenza ucraina, aveva dichiarato durante un forum internazionale che l’Ucraina non può permettersi di mobilitare meno di 30.000 uomini al mese per mantenere le posizioni attuali sul fronte, aggiungendo che proseguire la guerra senza questo ritmo di reclutamento è «impossibile».

Tusk ha collegato l’impennata delle perdite a un cambio di strategia russa e all’introduzione di droni con motore a reazione, che secondo il premier polacco darebbero a Mosca un vantaggio tattico rilevante nei mesi invernali. Nello stesso discorso, definito dai media polacchi il più cupo pronunciato da Tusk dall’inizio del conflitto, il premier ha previsto un inverno di «eventi gravi» e «prove difficili», non tanto per l’Ucraina quanto per la Polonia stessa: ha paventato attacchi con droni e missili contro i paesi della NATO che sostengono Kiev, presentati come «incidenti casuali» e finalizzati a testare la tenuta pratica dell’articolo 5 dell’Alleanza atlantica, oltre al sostegno russo a forze politiche filo-russe nelle prossime tornate elettorali europee.

Ha infine annunciato un ampio programma di rafforzamento dei valichi di confine tra Polonia e Ucraina, e lanciato un appello all’unità di tutte le forze politiche polacche in vista di quella che ha definito una risposta necessariamente «rapida ed efficace» in caso di escalation russa.

Il tabù crolla, ma non per compassione

Che un dato sulle perdite ucraine finisca finalmente in un discorso ufficiale, dopo tre anni e mezzo di narrazione binaria in cui la Russia perde uomini a ritmi biblici e l’Ucraina praticamente non ne perde, meriterebbe di per sé un supplemento di attenzione critica. Perché è utile ricordare in che cornice si è mossa fin qui la propaganda occidentale su questo conflitto: da una parte una leadership russa descritta come indifferente alla vita dei propri soldati, con tattiche vetuste, equipaggiamento scadente e nessuna capacità di innovazione dottrinale; dall’altra un esercito ucraino presentato come tecnologicamente avanzato, ben addestrato, capace di infliggere perdite sproporzionate a un costo umano quasi trascurabile.

Il discorso di Tusk non si limita a introdurre qualche crepa in questa narrazione: la ribalta apertamente, parlando di record di morti e feriti proprio nel momento in cui, secondo la sua stessa ricostruzione, la Russia avrebbe innovato tecnologicamente più della controparte.

A chi serve davvero questa sincerità improvvisa

Resta da capire, ed è la domanda che vale la pena porsi, perché questa ammissione arrivi solo ora, dopo anni di silenzio quasi religioso sulla contabilità ucraina delle perdite. L’ipotesi più plausibile è duplice. La prima, meno rilevante nell’economia del discorso ma tutt’altro che secondaria, riguarda la necessità di preparare il terreno legislativo a provvedimenti che tolgano lo status di rifugiato ai cittadini ucraini in età di leva rifugiati in Polonia, se non addirittura a un loro rimpatrio forzato: con perdite di questa entità, è difficile continuare a giustificare l’esenzione di centinaia di migliaia di uomini che vivono all’estero.

La seconda ragione, più strutturale, è preparare l’opinione pubblica polacca non tanto a un intervento militare diretto contro Mosca, quanto all’idea che la situazione al fronte sia molto più dura di quanto le narrazioni pubbliche abbiano finora lasciato intendere, e che serva un impegno crescente in termini di costi e rischi accettati in prima persona. Una linea che si sposa perfettamente con la retorica di deterrenza aggressiva propugnata da tempo dal ministro degli Esteri Radosław Sikorski, secondo cui bisognerebbe rendere credibile fino in fondo la disponibilità a uno scontro diretto con la Russia, pur di dissuaderla dal cercarlo.

Ciò che resta, al netto delle strategie di comunicazione polacca, è il dato più scomodo e più semplice da enunciare: gli ucraini muoiono, e non in numero marginale. Sarebbe forse il caso che questa notizia raggiungesse anche chi, dal proprio divano, continua a considerare ogni tweet di sostegno bellicista una vittoria a costo zero, dimenticando che dietro ogni cifra tonda pronunciata da un primo ministro al Sejm ci sono ventisettemila persone al mese, ogni mese, che pagano il conto vero di questa guerra.

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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