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Gli Squallor non furono solo un gruppo “demenziale”, ma un’arma culturale contro l’Italia ipocrita, cattolica e borghese. Tra pornografia, dadaismo e grottesco, trasformarono la musica leggera in sabotaggio antropologico e metafisica del degrado.
Squallor, o della pornografia metafisica italiana
Uno dei progetti più osceni, anarchici e culturalmente eversivi mai comparsi nella storia della musica italiana. Non “demenziali”, parola troppo comoda, troppo televisiva, troppo da archivio Rai in seconda serata. Gli Squallor furono piuttosto una forma degenerata di avanguardia popolare, una carboneria sonora che trasformò il turpiloquio in linguaggio filosofico e la goliardia in metodo di distruzione della società italiana. Una goliardia repellente che ci ha reso tutti peggiori e dunque, per una misteriosa dialettica hegeliana da bar Sport, anche migliori: negazione della negazione, sputata in faccia alla civiltà repubblicana.
Avevano capito prima degli altri che l’Italia era un paese costruito sulla rimozione: cattolico e pornografico, familista e sadico, moralista e corrotto, democristiano di giorno e postribolare di notte. Gli Squallor non fecero altro che togliere il sipario. E sotto il sipario c’era il Paese reale: un enorme cesso pubblico con pretese liriche.
Come scrisse Nicola Vicidomini dopo la morte di Alfredo Cerruti: «Con la morte di Alfredo Cerruti termina per sempre un’era. È il caso di dire che oggi finisce definitivamente il mondo. Ognuno vaghi per il suo altipiano desertico. Mugugnando senza bava.»
E infatti gli Squallor appartengono a un’Italia estinta. Non soltanto perché oggi verrebbero processati ogni dodici minuti da procure morali, social network e pedagoghi dell’inclusività, ma perché non esiste più il contesto antropologico che li ha resi possibili: il sottoproletariato urbano, il cabaret osceno, le radio libere, il provincialismo erotico, la cattiveria collettiva come forma di socialità.
Ancora oggi resta inspiegabile il loro successo commerciale. Nessuno dichiarava apertamente di ascoltarli, eppure vendevano centinaia di migliaia di copie. Erano come i pornofilm nei videonoleggi di provincia: ufficialmente nessuno li guardava, ma le cassette risultavano consumate fino all’evaporazione magnetica.
Carboneria musicale e terrorismo dadaista
Gli Squallor furono il lato osceno dell’industria discografica italiana. Non un gruppo musicale nel senso tradizionale, ma un commando interno alla macchina culturale nazionale: Bigazzi, Cerruti, Pace, Totò Savio. Professionisti che scrivevano successi per mezzo panorama italiano e poi, nel tempo libero, sabotavano dall’interno l’intera idea di “musica leggera”.
La loro grandezza stava nella capacità di trasformare qualsiasi genere in un’arma impropria. Flamenco, disco music, synth pop, melodramma, funk, marcette militari, canzonetta sanremese: tutto veniva smontato e ricostruito come un collage dadaista ubriaco di Cynar. Erano i Residents italiani, ma passati attraverso il Vomero, i night club di Napoli e l’odore rancido delle pensioni a ore.
La loro poetica dello spiazzamento colpiva soprattutto il potere disciplinare italiano: famiglia, ordine, religione, patriottismo, maschilismo, televisione, moralismo cattolico. Ma lo faceva senza alcuna retorica “impegnata”. Nessuna superiorità morale. Nessuna pedagogia progressista. Gli Squallor non volevano migliorare il mondo: volevano sputargli addosso ridendo.
“Famiglia Cristiana”, per esempio, resta una delle più feroci demolizioni del familismo mafioso italiano mai incise su vinile. Attraverso il personaggio di Pierpaolo — figlio degenerato e ricattatore — gli Squallor mettono in scena il rapporto patologico tra denaro, potere e legami familiari. Altro che i dibattiti contemporanei sulla “famiglia tradizionale”: lì dentro c’era già tutto il marcio italiano, dal capitalismo criminale all’affettività deformata dal ricatto economico.
In “Unisex”, invece, sulla base sacrilega di “Fiesta” di Raffaella Carrà, il cattolicesimo italiano viene trascinato dentro un cinema porno in un delirio omoerotico volutamente eccessivo. “Los culatones, olè, olè”, cantano, mentre il paese ufficiale continua a fingersi casto davanti alle telecamere della Rai. Era satira? Certo. Ma era soprattutto antropologia criminale della penisola.
Fenomenologia degli Squallor: il Sublime, l’Orrore, l’Incommensurabile
Gli Squallor non furono soltanto oscenità e parolacce. Ridurli al turpiloquio equivale a scambiare Bosch per un imbianchino allucinato. Dentro la loro produzione si muove qualcosa di più profondo: una vera fenomenologia del grottesco moderno.
Il Sublime
Il Sublime, nella modernità, nasce dalla perdita del centro. È il trauma della secolarizzazione, la morte del divino sostituita dal caos del reale. Gli Squallor traducono questa vertigine metafisica in una comicità degradata e apocalittica.
Il caso più clamoroso è “Confucio”, autentico capolavoro di entropia sonora. Un comizio politico che deraglia progressivamente nel caos assoluto: urla, bambini smarriti, slogan, insulti, voci che si sovrappongono come in una Babele radiofonica tossica. Non esiste più ordine. Non esiste più armonia. La politica italiana appare per ciò che realmente è: rumore organizzato.
Il Sublime squalloriano non eleva: travolge. È il sentimento dell’incontrollabile dentro una società che ha perso qualsiasi principio ordinatore. Una versione napoletana e ubriaca del sublime kantiano, ma passata attraverso il cabaret osceno e le fogne della Prima Repubblica.
Persino “38 luglio”, apparentemente una semplice assurdità nonsense, introduce una temporalità impossibile, irreale, fuori asse. Gli Squallor creano mondi che non dovrebbero esistere ma che sembrano stranamente più veri della realtà stessa.
L’Orrore
L’orrore squalloriano non coincide mai con la paura. È piuttosto il disgusto antropologico. Nelle telefonate di “Pierpaolo” o in “Famiglia Cristiana” , il mostruoso emerge dalla normalità italiana: padri mafiosi, figli parassiti, professionisti corrotti, borghesi sadici, mediocri criminali travestiti da persone rispettabili.
L’Italia descritta dagli Squallor è un paese dove l’orrore coincide perfettamente con il quotidiano. Non servono serial killer o fantasmi: basta una cena di famiglia. In questo senso erano infinitamente più feroci di molta satira politica “colta”. Perché non colpivano soltanto il potere, ma soprattutto la massa che lo rende possibile. Il cittadino medio. L’italiano medio. Il mostro statistico della Repubblica.
Ed è qui che gli Squallor incontrano persino Pasolini: entrambi avevano intuito che il consumismo italiano stava producendo una mutazione antropologica irreversibile. Solo che Pasolini la raccontava come tragedia sacrale, mentre gli Squallor come pornografia da autogrill.
L’Incommensurabile
L’incommensurabile è ciò che eccede il linguaggio e la misura. E qui gli Squallor raggiungono il loro vertice assoluto. La title track di “Vacca” è probabilmente uno dei momenti più surrealmente geniali della musica italiana. Gianni Boncompagni presenta uno a uno i membri immaginari della band “The Cow”, raccontando il modo assurdo in cui ciascuno si sarebbe suicidato pur essendo regolarmente sul palco. È teatro dell’assurdo puro. Beckett riscritto da avanspettacolo degenerato.
L’incommensurabile squalloriano nasce proprio da questa collisione continua tra registri incompatibili: musica raffinatissima e oscenità terminale, arrangiamenti impeccabili e contenuti decomposti, comicità infantile e intuizioni filosofiche devastanti.
Gli Squallor prendono l’arte leggera italiana e la trascinano oltre il punto di rottura, fino a far emergere qualcosa di irrappresentabile: il vuoto culturale del paese.
Metafisica del cesso nazionale
Il vero scandalo degli Squallor non fu la volgarità. La volgarità era soltanto l’esca. Lo scandalo reale era la precisione chirurgica con cui descrivevano l’Italia. Per questo risultano ancora oggi disturbanti. Non perché offensivi, ma perché troppo veri.
L’Italia contemporanea — quella dei talk show isterici, del moralismo algoritmico, dei politici influencer, delle guerre culturali da social network — assomiglia incredibilmente a un gigantesco sketch squalloriano venuto male. Solo che manca la musica e soprattutto manca il genio.
Gli Squallor avevano capito una cosa fondamentale: il grottesco non è il contrario della realtà italiana. È la sua forma più autentica, per questo continuano a sopravvivere. Come certi santi blasfemi, come certe bestemmie popolari. Come certe macchie di umidità sui muri delle vecchie case italiane: disgustose, inevitabili, profondamente familiari.

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