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L’Ue approva sanzioni simboliche contro alcuni coloni israeliani ma evita qualsiasi misura contro Netanyahu, Smotrich e il governo di Tel Aviv. Nessun embargo, nessuna sospensione degli accordi commerciali: Bruxelles sceglie ancora l’ipocrisia complice.
L’Europa punisce alcuni coloni ma salva Netanyahu
Il Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea, riunito a Bruxelles, ha approvato nuove sanzioni contro alcuni coloni israeliani e organizzazioni dell’estrema destra attive in Cisgiordania. Una decisione presentata come “storica” da parte della diplomazia europea, ma che nei fatti assomiglia più a una multa simbolica inflitta a chi incendia una casa dopo avergli lasciato le chiavi in mano per anni.
Mentre Gaza continua a essere devastata, con decine di migliaia di morti palestinesi secondo dati ONU e organizzazioni internazionali, e mentre in Cisgiordania aumenta la violenza dei coloni protetti dall’esercito israeliano, Bruxelles ha scelto la via più innocua possibile: colpire alcune figure marginali evitando accuratamente qualsiasi misura che possa realmente danneggiare il governo Netanyahu o gli interessi economici tra Europa e Israele.
In altre parole: i coloni sarebbero “cattivelli”, ma il sistema politico che li arma, finanzia e protegge resta intoccabile.
Le sanzioni che non disturbano nessuno
Il pacchetto approvato dai ministri degli Esteri europei comprende sanzioni individuali contro alcuni coloni accusati di violenze, sfollamenti forzati e aggressioni contro civili palestinesi. Colpite anche alcune organizzazioni ultranazionaliste israeliane.
Fuori però restano i veri protagonisti politici della colonizzazione: Benjamin Netanyahu, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir. Proprio gli uomini che, negli ultimi due anni, hanno accelerato l’espansione degli insediamenti e legittimato apertamente l’annessione de facto della Cisgiordania.
Smotrich, peraltro, è egli stesso colono e fondatore di Regavim, una delle ONG finite nel mirino europeo. Una situazione quasi grottesca: Bruxelles sanziona la creatura ma continua a trattare cordialmente con il creatore.
Ancora più significativa è la totale assenza di misure economiche concrete. Nessun embargo sui prodotti delle colonie. Nessuna sospensione dell’Accordo di associazione Ue-Israele. Nessun blocco alla cooperazione commerciale o militare. Eppure l’articolo 2 dell’accordo lega formalmente i rapporti economici al rispetto dei diritti umani. Ma come spesso accade in Europa, i princìpi valgono soprattutto quando colpiscono avversari geopolitici convenienti.
La doppia morale europea
Il confronto con la Russia è inevitabile. Bruxelles ha adottato sedici pacchetti di sanzioni contro Mosca, congelando beni, colpendo oligarchi, banche, energia, commercio e perfino manifestazioni culturali. Nel caso israeliano, invece, tutto si ferma alla dimensione morale e individuale. La differenza non è soltanto diplomatica. È strutturale.
Da una parte l’Europa parla di diritto internazionale come fondamento dell’ordine mondiale; dall’altra evita accuratamente di applicarlo quando il protagonista è Israele. E così il diritto si trasforma in uno strumento selettivo: universale nei discorsi, geopolitico nella pratica.
Spagna e Irlanda avevano chiesto misure più incisive, incluso il riesame dell’accordo commerciale con Tel Aviv. Francia e Svezia spingevano almeno per vietare i prodotti provenienti dalle colonie illegali. Berlino ha bloccato tutto. Roma, come prevedibile, si è accodata.
Antonio Tajani continua a parlare di “dialogo” mentre l’esercito israeliano rade al suolo Gaza e i coloni incendiano villaggi palestinesi in Cisgiordania. Una posizione che viene giustificata con la storica amicizia verso Israele ma che ormai appare soprattutto subordinazione politica.
Nel frattempo il ministro israeliano Gideon Saar ha definito le sanzioni europee “arbitrarie” e motivate da “opinioni politiche”. Itamar Ben-Gvir si è spinto oltre, accusando l’Unione Europea di antisemitismo. È il paradosso finale: perfino le timidissime critiche europee vengono trattate da Tel Aviv come atti ostili. Segno che il governo Netanyahu considera qualsiasi limite, anche simbolico, già troppo.
Il dato più rilevante non riguarda nemmeno Israele, ma l’Europa stessa. La guerra di Gaza sta mostrando con brutalità la crisi morale e politica dell’Unione Europea. Bruxelles si scopre fortissima con i comunicati stampa e debolissima quando si tratta di incidere realmente sugli equilibri internazionali. Produce indignazione burocratica, non politica estera.
Persino i sei milioni di euro stanziati per aiutare le vittime palestinesi della violenza dei coloni sembrano il tentativo di comprare una coscienza a saldo. Intanto, sul terreno, la colonizzazione continua. Le comunità beduine vengono espulse. I raid aumentano. I morti pure.

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