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Inflazione in crescita, petrolio alle stelle, sondaggi disastrosi e intelligence pessimista: la guerra contro l’Iran si sta trasformando in una trappola politica per Trump. Washington scopre che bombardare è facile, reggere le conseguenze molto meno.
Trump contro l’Iran: la guerra che sta demolendo l’America dall’interno
L’inflazione americana è tornata a mordere con una forza che a Washington speravano di essersi lasciati alle spalle. Secondo gli ultimi dati rilanciati dal Wall Street Journal e dai principali istituti economici statunitensi, il rialzo dei prezzi energetici seguito all’escalation militare contro l’Iran ha trascinato il costo della vita ai livelli più alti degli ultimi anni, congelando di fatto ogni ipotesi di taglio dei tassi da parte della Federal Reserve.
Per Donald Trump, che aveva costruito il proprio ritorno politico sulla promessa di stabilità economica e “America First”, il colpo rischia di essere devastante. Ma il problema non è soltanto economico: è elettorale. Ed è anche psicologico.
L’impressione sempre più diffusa negli Stati Uniti è quella di un presidente che alterna minacce apocalittiche e improvvisi appelli alla trattativa, come un pugile stordito che continua a menare colpi nel vuoto senza capire più da dove arrivino i cazzotti veri.
La guerra che doveva essere rapida
L’errore strategico americano nasce da un presupposto rivelatosi clamorosamente sbagliato: convincersi che l’Iran fosse un avversario fragile, isolato e incapace di sostenere un conflitto prolungato. A Washington e Tel Aviv qualcuno aveva probabilmente immaginato una replica mediorientale dell’Iraq del 2003: superiorità tecnologica occidentale, shock iniziale, destabilizzazione interna e capitolazione politica. È andata diversamente.
Secondo un rapporto riservato della CIA citato dal Washington Post, Teheran sarebbe in grado di resistere al blocco navale e alla pressione economica per almeno tre o quattro mesi senza un collasso strutturale. Ma soprattutto, l’Iran conserverebbe ancora circa il 70% del proprio arsenale missilistico e il 75% dei lanciatori mobili prebellici.
Tradotto dal linguaggio tecnico: gli Stati Uniti hanno bombardato molto, speso moltissimo, ma non hanno distrutto la capacità strategica iraniana. Nel frattempo il petrolio vola, Hormuz resta instabile, le assicurazioni marittime aumentano, le rotte energetiche diventano più costose e il prezzo della benzina negli Stati Uniti si trasforma in un referendum quotidiano contro la Casa Bianca.
L’America che presenta il conto
Trump si trova oggi schiacciato tra due pressioni opposte. Da una parte Netanyahu e l’ala più aggressiva dell’apparato israeliano pretendono il completamento dell’operazione contro l’Iran. Dall’altra l’America reale — elettori, imprese, mercati, trasporti, consumatori — comincia a chiedersi perché debba pagare bollette più alte per una guerra che nessuno riesce nemmeno più a spiegare chiaramente.
I sondaggi fotografano il problema. Le medie elaborate da RealClearPolitics mostrano un netto deterioramento del consenso repubblicano in vista delle elezioni di midterm. La paura concreta, dentro il GOP, è perdere il Congresso e trasformare Trump in un presidente paralizzato per gli ultimi due anni di mandato.
Non a caso il presidente alterna toni da guerra totale a improvvise aperture negoziali. Minaccia bombardamenti “a un livello mai visto”, poi invia mediatori. Promette di “schiacciare Teheran”, poi parla di accordi storici. È il linguaggio tipico delle leadership entrate nella fase della dissonanza strategica: non puoi vincere facilmente, ma non puoi nemmeno ammettere di aver sbagliato.
Nel frattempo Teheran gioca la partita opposta: logorare. Aspettare. Consumare il nemico sul piano economico, mediatico e psicologico. Una strategia molto persiana e molto meno hollywoodiana.

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