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L’Occidente non dichiara guerra a nessuno, la esegue sempre alla ricerca della pace. Una superiorità presunta, declamata in maniera così assertiva, non può che partorire incomunicabilità e cecità nei confronti dell’Altro.
Noi senza l’altro
– Ferdinando Pastore & Alexandro Sabetti
Proclami e appelli a Russia, Siria, Palestina, Iran, Libano e chissà in futuro anche Cina. L’accerchiamento, il terrore, i cadaveri scompariranno solo se avrete il coraggio di cambiare indirizzi, governi, economia e mentalità. Basta questo.
L’Occidente non chiede altro se non un pacifico assoggettamento. Per questo rovescia l’impianto discorsivo nell’irrealtà.
L’Occidente non dichiara guerra a nessuno, la esegue sempre alla ricerca della pace. Una superiorità presunta, declamata in maniera così assertiva, non può che partorire incomunicabilità e cecità nei confronti dell’Altro.
Scompare così la diplomazia nel primato incontrastato della Ragione. Qui, da noi, al contrario di quanto affermato da Jünger, lo spirito di concorrenza afferma con forza il garbo scientifico della crudeltà. Il progressismo stabilisce l’ambito culturale in cui si concepisce lo scarto umano, la destra finisce per annientarlo.
Il nostro razzismo, perché di razzismo si tratta, si spiega in queste due direzioni: meritocrazia classista a sinistra, punizione esemplare a destra, per marciare poi unite in guerra e nel ripudio degli sconfitti. Disintegriamo le terre altrui per poi accogliere migranti; attenzione migranti e mai emigranti, come fossero tribù di tradizione nomade e mai stanziale.
Li accogliamo come migranti e non come emigranti perché non sopportiamo di non essere percepiti qualitativamente migliori, per cui non esiste più lo sradicamento, l’isolamento e il dramma esistenziale e politico dell’emigrazione. Non esistono colpe da espiare; qui viviamo meglio, punto.
Il resto del mondo è lacerato da dittatori, arcaicità, credenze magiche, fanatismo. Per questo neanche possiamo immaginarla una realtà multipolare. Ci sconforta e ci carica in un nichilismo attivo, distruttivo, terrorista.
Nel frattempo, però, la realtà geopolitica sta già andando in una direzione opposta rispetto alla narrazione occidentale. I BRICS, pur tra contraddizioni, tensioni e ripensamenti, si allargano, includendo potenze energetiche e commerciali. La Cina media accordi diplomatici nel Golfo mentre gli Stati Uniti faticano perfino a contenere i propri alleati regionali. In Africa cresce la presenza economica e militare russa e cinese, mentre Parigi e Washington vengono progressivamente espulsi o ridimensionati in diversi Paesi del Sahel. Persino storici partner europei cominciano a dubitare della capacità americana di garantire stabilità: la crisi del Mar Rosso, le tensioni su Taiwan, l’impasse ucraina e il logoramento economico tedesco mostrano un Occidente ancora potentissimo militarmente, ma sempre meno capace di imporre una visione universale del mondo.
E allora il problema non è soltanto morale, ma storico. Per decenni l’Occidente ha identificato se stesso con l’umanità intera, trasformando i propri interessi geopolitici in valori assoluti e le proprie guerre in missioni civilizzatrici. Oggi quella costruzione si incrina sotto il peso delle sue contraddizioni: diritti umani selettivi, diritto internazionale applicato a geometria variabile, guerre “umanitarie” finite in macerie permanenti.
Non sappiamo se saranno queste guerre a decretare la dissoluzione dell’Occidente, ma questa si avvererà. Siamo noi a dover cambiare indirizzo e non gli altri.

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