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Dopo sei giorni di tregua, gli USA bombardano decine di obiettivi IRGC lungo la costa iraniana del Golfo, colpendo anche un’area residenziale a Qeshm. Nuovi attacchi in Giordania, Iraq e Yemen: il conflitto regionale si allarga su più fronti contemporaneamente.
Tregua durata sei giorni: gli USA tornano a bombardare l’Iran lungo tutta la costa del Golfo
Alle tre del mattino il Comando centrale statunitense (CENTCOM) ha rivendicato attacchi contro decine di obiettivi riconducibili al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, elencando tra i bersagli centri di comando militari, installazioni missilistiche e per droni, siti di sorveglianza costiera e infrastrutture marittime.
La lista, di per sé, meriterebbe già una nota critica: “decine di obiettivi” colpiti in una notte lungo tre province — Hormozgan, Khuzestan e Bushehr — non è la definizione di un’azione mirata, ma quella di un’offensiva su vasta scala che la terminologia militare preferisce comunque impacchettare nel linguaggio del comunicato stampa. I media iraniani hanno riportato boati a Bandar Abbas, sede di uno dei principali porti del paese, sull’isola di Kish nel Golfo Persico, nelle località di Jam e Dashtestan nel Bushehr e in quattro distretti del Khuzestan: una porzione di costa iraniana sul Golfo Persico ampia a sufficienza da rendere improponibile qualunque narrazione di chirurgia militare.
L’episodio più grave, secondo le autorità della Repubblica islamica, riguarda l’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz, dove l’aviazione statunitense avrebbe colpito il quartiere residenziale di Chah-Tango, distruggendo un edificio e uccidendo tre persone. Washington, su questo punto specifico, non ha rilasciato dichiarazioni. Se confermato, si tratterebbe di un obiettivo civile colpito in piena notte.
Una tregua di sei giorni, saltata per un domino di ritorsioni
Gli attacchi di questa notte non nascono nel vuoto, ma chiudono — o riaprono, a seconda della prospettiva — una sequenza di ritorsioni innescata appena due giorni prima. Washington e Riyad avevano colpito congiuntamente infrastrutture di Hashd al-Shaabi, milizia irachena alleata di Teheran, in quello che ha rappresentato il primo intervento diretto dell’Arabia Saudita nella Terza guerra del Golfo, con esplosioni segnalate in almeno due città e udite fino a Baghdad. I pasdaran iraniani avevano risposto lanciando un missile contro una base statunitense in Giordania; all’alba di oggi nuove esplosioni sono state segnalate presso la base di Muwafaq al-Salt, sempre in territorio giordano.
Il tutto arriva dopo appena sei giorni dalla sospensione reciproca dei bombardamenti, entrata in vigore il 24 luglio: una tregua che, a conti fatti, ha retto meno di una settimana prima di essere smentita dai fatti — smentita che dovrebbe insegnare qualcosa a chi, con understatement diplomatico, continua a definire “cessate il fuoco” accordi evidentemente privi di qualunque meccanismo di enforcement reale.
Un fronte che si allarga da Sana’a al Mar Caspio
Il quadro regionale, nel frattempo, si complica su più direttrici contemporaneamente. Il gruppo yemenita Ansar Allah, noto come Houthi, ha riportato un attacco contro l’aeroporto della capitale Sana’a, attribuendolo all’Arabia Saudita; l’azione è stata rivendicata dal Consiglio Presidenziale dello Yemen, governo riconosciuto internazionalmente e alleato di Riyad, mentre gli Houthi ne attribuiscono comunque la responsabilità ai sauditi, lanciando in risposta un blocco marittimo.
Sullo sfondo resta l’attacco ucraino del 26 luglio contro una nave iraniana nel Mar Caspio, che secondo Teheran trasportava merci commerciali e non — come sostenuto da Kiev — equipaggiamento militare diretto verso la Russia: un episodio costato la vita a un marinaio iraniano, su cui però, curiosamente, la tensione diplomatica sembra essersi allentata più rapidamente che sugli altri fronti, dopo che il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha riferito di aver ricevuto assicurazioni dall’omologo ucraino sulla natura non intenzionale dell’attacco. Un dettaglio che, messo a confronto con la ferocia degli scambi verbali della settimana precedente, suggerisce più un calcolo di opportunità reciproca che una reale distensione.
Quello che emerge da questa sequenza di 48 ore è un teatro di guerra che non si limita più a due contendenti principali, ma coinvolge sempre più attori regionali — Arabia Saudita, Giordania, Iraq, Yemen, Ucraina — ciascuno con la propria agenda innestata su un conflitto che continua a espandersi orizzontalmente ogni volta che qualcuno prova a dichiararlo contenuto.

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