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Il Senato approva con 87 voti la stretta sulle firme elettorali: da 1.500 a 6.000-7.000 per collegio, circa 300.000 in tutto. Solo chi ha già struttura o capitali può entrare in Parlamento dall’esterno. Il testo torna alla Camera il 28 settembre.
Il Senato quadruplica le firme per entrare in Parlamento: chi resta fuori lo decide chi è già dentro
Ieri, 12 settembre 2026, l’Aula del Senato ha approvato con 87 voti favorevoli l’emendamento alla legge elettorale a prima firma della senatrice di Fratelli d’Italia Antonella Zedda, poi riformulato dal Governo su pressione delle opposizioni: le firme necessarie per presentare una lista non rappresentata in Parlamento passano da un minimo di 1.500 e un massimo di 2.000 per collegio plurinominale a un intervallo compreso fra 6.000 e 7.000.
La proposta iniziale chiedeva molto di più: tra le 9.000 e le 10.000 sottoscrizioni per collegio, cifra abbassata solo dopo lo scontro interno alla maggioranza e le proteste dell’opposizione. Il testo, che introduce anche il ritorno delle preferenze (fino a tre, con capolista bloccato) e cancella la soglia del 3% per concorrere al premio di coalizione, dovrà ora tornare alla Camera per la terza lettura, prevista dal 28 settembre, dopo il voto finale del Senato atteso per il 15.
Il calcolo aritmetico che ne discende è la parte meno raccontata dalla cronaca istituzionale: applicando la soglia ai ventisei collegi del Senato e ai quarantanove della Camera, una formazione che volesse presentarsi in entrambi i rami del Parlamento dovrebbe raccogliere, tenendo conto di un margine fisiologico per le esclusioni in fase di autenticazione, qualcosa come 300.000 firme certificate. Il senatore del Pd Dario Parrini ha fatto notare in Aula l’impatto sproporzionato della norma sulle regioni a bassa densità demografica, dove il bacino di elettori disponibili si assottiglia rapidamente.
Il paragone internazionale, del resto, non lascia margini di ambiguità: rapportando le firme richieste alla popolazione, l’Italia arriva già oggi, con le vecchie soglie, a circa 85 sottoscrizioni ogni diecimila abitanti, contro le 14 della Russia, le 8 della Spagna, le 3 della Germania, l’unità del Regno Unito. Con il nuovo minimo di 6.000 firme, il rapporto si allontana ulteriormente da qualunque standard democratico comparabile.
La contabilità nascosta dietro le firme: soldi e strutture, non consenso
Raccogliere trecentomila firme certificate in tutto il territorio nazionale non misura il consenso di un movimento politico. Misura la sua capacità di sostenere un costo organizzativo che solo chi possiede già un apparato radicato, o un capitale privato disponibile a colmarne l’assenza, può permettersi di affrontare.
Servono sedi in ogni provincia, servono notai e avvocati disposti a certificare firme su firme senza pretendere un compenso proporzionato al lavoro, servono consiglieri comunali o regionali già eletti che possano autenticare senza intermediari a pagamento. Chi non dispone di questa rete preesistente deve comprarla sul mercato, con tutto ciò che ne consegue in termini di costi.
Il precedente più istruttivo resta quello di Forza Italia, capace di aprire trecento sedi territoriali in un paio di mesi non per un’improvvisa fioritura di entusiasmo popolare, ma perché il portafoglio del fondatore, un certo Silvio Berlusconi, rendeva irrilevante il problema del radicamento organico. È questo, in sostanza, il modello che la nuova soglia certifica come unico compatibile con l’ingresso in Parlamento dall’esterno: un partito personale sorretto da risorse economiche capaci di simulare in poche settimane ciò che altrove richiede decenni di lavoro politico sul territorio.
Un Parlamento che si autosigilla proprio mentre si prepara alla guerra
La sequenza temporale non è casuale. Mentre si alza l’asticella per l’accesso dall’esterno, il Parlamento discute contemporaneamente pacchetti di riarmo, dossier internazionali sempre più esposti alle dinamiche di riarmo europeo, decreti sicurezza che ridisegnano lo spazio del dissenso interno.
Non serve invocare complotti per notare la coincidenza: un’aula composta esclusivamente da forze già presenti, verificate, integrate nei meccanismi di gestione del potere, è strutturalmente meno permeabile a voci che potrebbero disturbare scelte impopolari.
Chi siede oggi in Parlamento scrive le regole di accesso di domani, e lo fa avendo ogni interesse a che il manovratore non venga disturbato proprio nel momento in cui il paese viene condotto verso decisioni di politica estera dal costo, anche in termini di vite, tutt’altro che simbolico. Da qui in avanti, salvo un intervento della Corte costituzionale o un ripensamento alla Camera, la regola sarà semplice: chi è dentro resta dentro, chi è fuori lo resta per definizione statutaria, non più solo per fortuna elettorale.

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