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Divorzio e aborto non furono “regali” dei Radicali. Il divorzio fu approvato dal Parlamento nel 1970, l’aborto nel 1978. I referendum difesero o tentarono di modificare leggi già esistenti. La memoria pubblica ha cancellato il ruolo decisivo della sinistra, soprattutto del Pci.
No, i Radicali non ci hanno dato il divorzio e l’aborto
Nel giorno in cui le cronache raccontano l’addio a Emma Bonino, è doveroso premettere una cosa, perché nessuno fraintenda lo spirito di ciò che segue: non è polemica gratuita, e non riguarda in alcun modo la sua figura. Riguarda invece una mistificazione storica più ampia, che ci portiamo dietro da decenni e che proprio oggi, complice l’emozione del momento, rischia di essere rilanciata a reti unificate con ancora più forza del solito.
Sono due piani distinti, e vale la pena tenerli separati con l’attenzione che la memoria storica necessita: una cosa è ricordare una persona, un’altra è lasciare che quel ricordo diventi l’occasione per consolidare, ancora una volta, un mito che i fatti smentiscono punto per punto.
Il 1° dicembre 1970 la Repubblica italiana ebbe il divorzio, legge dello Stato. Fu una vittoria delle forze laiche del Paese, capaci di imporsi in Parlamento dopo un confronto durissimo, con i voti di Psi, Pci, Psdi, Pri, Psiup e Pli contro Dc e Msi. Sull’aborto andò sostanzialmente allo stesso modo: la legge 194 arrivò nel 1978, votata da Psi, Pli, Dp, Pri, Pci e Psdi. Però da decenni si continua a ripetere che sarebbero stati i referendum, e con essi il Partito Radicale, a “portare” agli italiani divorzio e aborto. È una ricostruzione falsa.
Il referendum sul divorzio del 1974 fu promosso dalla Democrazia Cristiana per abrogare una legge già in vigore da quattro anni. Chi vinse quel referendum non “istituì” il divorzio: lo difese da chi voleva cancellarlo. E vinse con il contributo numerico e organizzativo decisivo del Pci di Berlinguer, che solo in piena campagna referendaria superò le proprie resistenze storiche, memori di un Togliatti che nel 1954 aveva bollato il divorzio come “inattuale e dannoso” per non incrinare il tacito patto di convivenza con il mondo cattolico.
Sull’aborto la vicenda è persino più clamorosa. I radicali, con l’autodenuncia di Adele Faccio ed Emma Bonino per aver praticato aborti clandestini, contribuirono davvero ad aprire il dibattito pubblico a partire dal 1975. Ma quando la legge 194 arrivò in aula nel 1978, i radicali votarono contro, giudicandola troppo timida rispetto alla piena autodeterminazione della donna. E nel 1981, sulla scheda elettorale non comparve un solo referendum contro quella legge, ma due, opposti: quello cattolico del Movimento per la Vita, per restringerla, e quello degli stessi radicali, per liberalizzarla ancora. Vennero bocciati entrambi, il primo con il 68%, il secondo con una percentuale vicina al 90%. Il mito del “referendum radicale che ci ha donato l’aborto” è dunque doppiamente falso: la legge esisteva già da tre anni, e il referendum radicale chiedeva l’esatto contrario di quello che quella legge prevedeva.
Resta da capire perché quella narrazione dei “meriti radicali” abbia avuto tanta più fortuna mediatica rispetto alla realtà dei fatti parlamentari. Una delle risposte, probabilmente, è molto banale, e cioè che quella favola serve da sempre a occultare il contributo determinante della sinistra italiana, e in particolare dei comunisti, in battaglie di civiltà che il Pci fece proprie saldandole alle masse popolari, oltre le proprie stesse cautele storiche verso la Chiesa.
Un’operazione culturale dunque, attraverso i Radicali, che, iniziata con l’intestazione personalistica di battaglie collettive, non è certo estranea a certe derive successive della politica italiana, quelle che avrebbero trovato piena maturazione solo negli anni Novanta, quando il nome di un leader iniziò letteralmente a comparire nel simbolo elettorale stesso, con la Lista Marco Pannella del 1992.

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