www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Gli Houthi conquistano Mokha e l’isola di Zuqar, avvicinandosi al controllo di Bab el-Mandeb, dopo un attacco alle infrastrutture petrolifere saudite che ha ferito 73 persone. Con Hormuz bloccato dall’Iran, Riad in emergenza e senza rotte sicure per esportare il greggio.
Gli Houthi prendono Mokha
Le milizie di Ansarullah, i cosiddetti “Houthi“, hanno lanciato un attacco massiccio contro il sud-ovest dell’Arabia Saudita. Decine di missili balistici e droni hanno colpito impianti petroliferi e infrastrutture economiche ad Abha, Khamis Mushait, Jazan e Najran, oltre alla base aerea Re Khalid, a Khamis Mushait.
L’attacco ha provocato 73 feriti e incendi in diversi impianti energetici, costringendo le autorità a sospendere temporaneamente alcune attività. Il portavoce della coalizione saudita, Turki al-Malki, ha parlato di una «pericolosa escalation» e promesso una risposta.
Gli Houthi hanno presentato l’operazione come una ritorsione per i raid della coalizione a guida saudita su Baida, Hodeidah, Jawf, Marib e Taiz, segnando di fatto la fine della tregua che reggeva dal 2022.
Ieri, il 10 settembre, i ribelli hanno conquistato la città portuale strategica di Mokha, sottoposta ad attacchi continui dall’inizio di agosto, con oltre venticinque missili lanciati in pochi giorni. Nella stessa operazione è caduta anche l’isola di Zuqar, nel Mar Rosso meridionale. L’assalto è stato condotto con piccole imbarcazioni, approfittando del collasso delle forze governative sostenute da Riad.
Mokha si trova a circa settanta chilometri dallo stretto di Bab el-Mandeb, uno dei corridoi marittimi più trafficati al mondo per il trasporto di petrolio e merci. Il Brent ha chiuso il 9 settembre a 101,21 dollari al barile, superando quota cento per la prima volta da luglio. L’inviato Onu per lo Yemen, Hans Grundberg, ha avvertito che gli attacchi rischiano di allargare il conflitto e compromettere ogni prospettiva di soluzione politica.
Una tenaglia geografica sull’Arabia Saudita
Da mesi Riad instrada quote crescenti del proprio greggio attraverso l’oleodotto East-West, fino al terminale di Yanbu, sul Mar Rosso. L’obiettivo è aggirare la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz imposta dall’Iran durante la guerra con gli Stati Uniti.
Il problema è che questa rotta alternativa arriva esattamente nello stesso mare che gli Houthi stanno progressivamente trasformando in una propria area d’influenza. E per capire la natura del problema, occorre studiare il territorio: Hormuz è largo circa cinquanta chilometri, mentre Bab el-Mandeb ne misura appena venti. I ribelli possono condizionare il traffico marittimo anche soltanto con l’artiglieria costiera, senza dover ricorrere a missili o droni particolarmente sofisticati.
L’Arabia Saudita, in sostanza, ha costruito la propria via di fuga dalla trappola iraniana proprio davanti alla porta di casa di un altro nemico. Un nemico che, in undici anni di guerra, ha dimostrato una capacità di adattamento militare sorprendente per chi lo aveva liquidato come una milizia tribale male armata, i guerriglieri “in ciabatte”.
Il portavoce rassicura, la mappa racconta un’altra storia
Mentre le milizie conquistavano Mokha e Zuqar tra slogan e acclamazioni contro l’America e Israele, il portavoce di Ansarullah Mohammed Abdulsalam dichiarava sui social che la navigazione attraverso Bab el-Mandeb restava «sicura e regolare» e che non c’era motivo di preoccupazione per la comunità internazionale.
È uno schema già visto a Hormuz con l’Iran. Chi controlla militarmente uno stretto strategico si affretta a garantire la libertà di transito proprio mentre accumula gli strumenti per poterla negare, se e quando lo riterrà conveniente.
Nel frattempo, le condanne di Egitto, Giordania, Emirati, Qatar, Kuwait, Turchia e Unione Europea non hanno prodotto, almeno finora, nulla di più concreto di un comunicato. Il mercato petrolifero, invece, ha già cominciato a scontare il rischio di un doppio collo di bottiglia marittimo. Nella geografia del Mar Rosso non esistono vere vie di fuga sicure. Esistono soltanto trappole con nomi diversi.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Fermi ad Hormuz, Trump e la guerra che l’America non riesce più a vincere
- Gaza distrutta, ma l’Europa continua a fare affari con Israele
- Campo largo o campo santo? Il centrosinistra continua a scambiare i sondaggi per un progetto
- Era meglio quando c’erano gli Squallor
E ti consigliamo
- Gli analfoliberali
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













