A Gaza il cessate il fuoco ha già fatto 1.300 morti

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Un attacco israeliano a Beit Lahiya uccide quattro membri della famiglia Ahmad, tra cui due bambini. È il decimo mese dal cessate il fuoco di ottobre 2025, durante il quale sono già morti oltre 1.300 palestinesi. La tregua a Gaza esiste solo sulla carta.

Il cessate il fuoco a Gaza esiste solo nei comunicati stampa

L’esercito israeliano ha colpito un’abitazione nell’area del Beit Lahia Project, nel nord della Striscia di Gaza, uccidendo quattro membri della famiglia Ahmad: una coppia e i loro due figli, di 8 e 12 anni. A darne notizia è stato un funzionario dell’ospedale al-Shifa di Gaza City, dove sono stati portati i corpi, descritti dalle fonti mediche come recuperati straziati sotto le macerie.

L’esercito israeliano, interpellato dall’Afp, ha risposto di essere ancora in fase di verifica sull’accaduto, mentre in una nota separata ha rivendicato operazioni in altre tre zone della Striscia, sostenendo di aver colpito depositi di armi riconducibili ad Hamas. L’episodio arriva quasi un anno dopo l’entrata in vigore dell’accordo di cessate il fuoco firmato a Sharm el-Sheikh il 9 ottobre 2025, il terzo tentativo di tregua dall’inizio del conflitto dopo i due precedenti crollati rispettivamente a dicembre 2023 e a marzo 2025.

Secondo le autorità sanitarie palestinesi, dall’entrata in vigore di questo terzo accordo sono stati uccisi oltre 1.300 palestinesi a Gaza, un dato che smentisce nei fatti l’idea stessa di tregua come sospensione delle ostilità.

Una parola, “tregua”, che ha smesso di significare qualcosa

Chiamare cessate il fuoco un regime che in undici mesi ha prodotto oltre milletrecento morti equivale a un esercizio di eufemismo che meriterebbe un posto d’onore nei trattati di linguistica applicata alla guerra. La parola tregua evoca l’assenza di violenza organizzata, non la sua continuazione a ritmo ridotto ma costante, con vittime che si accumulano famiglia dopo famiglia mentre il resto del mondo ha smesso di considerare la notizia degna di prima pagina.

Il caso della famiglia Ahmad, quattro corpi recuperati sotto le macerie di un’abitazione colpita mentre l’esercito israeliano dichiara genericamente di aver colpito “depositi di armi” in altre zone, riproduce uno schema ormai talmente ripetitivo da risultare quasi burocratico: un attacco, una rivendicazione vaga e non specifica sull’episodio contestato, una verifica promessa e mai davvero conclusa, mentre i bambini restano morti indipendentemente da come si concluderà l’accertamento.

Quando la tregua diventa il nuovo nome della guerra a bassa intensità

Il vero problema di questo schema non è la singola tragedia, per quanto atroce, ma la sua funzione sistemica. Un accordo che consente comunque, nell’arco di quasi un anno, l’uccisione di oltre milletrecento persone non è un fallimento dell’accordo stesso, è probabilmente la sua architettura prevista: una cornice diplomatica che permette a Israele di continuare operazioni militari a intensità ridotta rivendicandole come legittima difesa contro presunte violazioni di Hamas, mentre la comunità internazionale può continuare a citare l’esistenza formale della tregua come prova che il processo di pace, per quanto imperfetto, sta comunque procedendo.

È una finzione diplomatica utile a tutti tranne che ai civili palestinesi, i quali continuano a morire sotto un’etichetta che dovrebbe garantire loro l’esatto contrario. Finché il conteggio delle vittime durante il cessate il fuoco continuerà a crescere senza che nessuna potenza mediatrice ne tragga conseguenze concrete, la parola tregua a Gaza resterà quello che è già diventata: un sinonimo elegante di guerra a bassa intensità, tollerata perché numericamente meno spettacolare della fase precedente.

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