L’Arabia Saudita ha perso in Yemen prima ancora di combattere davvero

www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.

Il fronte sostenuto dall’Arabia Saudita in Yemen è crollato non per mancanza di armi o soldi, ma per assenza di coesione. Comando frammentato, mercenari pagati a mese, propaganda inefficace contro un nemico ideologicamente compatto: gli Houthi hanno vinto la guerra del senso, non solo quella militare.

Il campo saudita in Yemen è crollato per debolezza di senso

Il 2014 segna lo spartiacque da cui parte questa storia: dopo la caduta del presidente Ali Abdullah Saleh nel 2012 e un caotico periodo di transizione in cui il partito islamista Islah aveva guadagnato peso politico, Ansarhulla, i cosiddetti Houthi, conquistarono Sana’a, approfittando anche della rottura tra Riad e Islah, quest’ultima travolta dall’ostilità saudita ed emiratina verso qualsiasi forza legata alla Primavera Araba.

Da lì l’intervento diretto della coalizione a guida saudita, avviato nel marzo 2015 per sostenere il governo internazionalmente riconosciuto contro un movimento sostenuto dall’Iran. Negli anni successivi Riad e Abu Dhabi finanziarono e armarono una costellazione di fazioni yemenite, dalle Brigate dei Giganti nel sud, sostenute dagli Emirati, allo Scudo della Nazione e alle milizie tribali hadramite, foraggiate dai sauditi.

Le due potenze del Golfo, però, finirono per scontrarsi tra loro: gli Emirati puntarono sul Consiglio di Transizione del Sud (Stc), movimento separatista che nel dicembre 2025 arrivò a controllare oltre metà del territorio yemenita, incluse le sei province dell’ex Yemen del Sud. Riad rispose con una controffensiva lampo tra dicembre 2025 e gennaio 2026, riconquistando ogni centimetro perso e costringendo lo Stc a sciogliersi il 9 gennaio 2026, mentre il presidente del Consiglio di Presidenza Rashad al-Alimi intimava agli Emirati di lasciare il Paese entro ventiquattro ore.

Gli Emirati ritirarono le forze rimaste, chiudendo così un decennio di presenza militare diretta in Yemen. Nel frattempo gli Houthi, forti di un comando unico a Sana’a e del sostegno iraniano, non hanno mai smesso di consolidare il proprio controllo sul nord del Paese, mentre il fronte che avrebbe dovuto contrastarli si sgretolava dall’interno per rivalità tra i propri stessi sponsor.

Un esercito comprato non è un esercito che combatte

Il dato demografico da cui parte ogni analisi seria su questa guerra meriterebbe più attenzione di quanta gliene sia stata data: la popolazione cittadina complessiva di Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman si aggira sui ventisette milioni di persone, meno della sola popolazione yemenita, stimata oggi attorno ai quaranta milioni. Il Golfo ha sempre visto in uno Yemen unito e sovrano una minaccia esistenziale proprio per questa sproporzione demografica, ed è per questo che la strategia adottata non è mai stata quella di lasciare che gli yemeniti scegliessero autonomamente da che parte stare, come ha fatto l’Iran con gli Houthi, ma quella di comprare fedeltà attraverso stipendi, secondo quanto ampiamente riportato in Yemen, attorno ai mille riyal sauditi al mese per i combattenti delle fazioni anti-Houthi.

È una differenza strutturale che spiega l’esito del conflitto: un esercito tenuto insieme dal salario si dissolve quando il salario diventa incerto o quando la causa per cui si combatte appare, agli occhi di chi impugna il fucile, moralmente vuota. Un esercito tenuto insieme da un’ideologia religiosa e da un comando centralizzato, per quanto radicale e discutibile nei suoi fini, resiste molto più a lungo, semplicemente perché i suoi combattenti credono di star facendo qualcosa che li supera.

La propaganda che si è ritorta contro chi l’ha finanziata

Il colpo più duro inferto al fronte sostenuto da Riad, non è arrivato dal campo di battaglia ma dalla contraddizione tra il racconto ufficiale e la realtà percepita dai combattenti yemeniti stessi. Sapere di essere diretti da centinaia di ufficiali statunitensi mentre si osserva Washington sostenere l’offensiva israeliana su Gaza, e vedere la propria stessa emittente di riferimento adottare senza filtri la narrazione israeliana sul conflitto, produce un cortocircuito che nessuna busta paga può sanare.

Gli Houthi, che vietano ai propri miliziani l’uso dei telefoni per blindare l’informazione interna, hanno costruito un apparato ideologico coerente e chiuso, mentre il campo rivale si è affidato a una comunicazione mediatica sovrabbondante quanto vuota, incapace di reggere il confronto con l’esperienza diretta dei propri stessi soldati.

Il risultato è una lezione scomoda per chiunque creda che superiorità aerea, risorse finanziarie e appoggio internazionale bastino a vincere una guerra: senza una causa in cui credere, restano solo mercenari, ed è difficile pretendere che i mercenari muoiano con lo stesso slancio di chi pensa di combattere per qualcosa di più grande di uno stipendio.

Sostieni Kulturjam

Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.

I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.

Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.

VAI AL NOSTRO BOOKSTORE

Home

 

 

parole ribelli, menti libere

 

Zela Santi
Zela Santi
Intelligenza Artificiale involontaria. Peso intorno ai 75 kg

Ti potrebbe anche interessare

Seguici sui Social

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

Ultimi articoli