Ceuta assediata: il Marocco usa i migranti come arma diplomatica

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Migliaia di giovani marocchini scavalcano la recinzione di Ceuta il 30 luglio, coincidenza con la Festa del Trono e controlli marocchini improvvisamente assenti: è un nuovo ricatto geopolitico di Rabat contro Madrid, nella difficile relazione tra i due paesi, non emergenza migratoria spontanea.

Ceuta assediata da migliaia di giovani marocchini, e Rabat fa finta di non saperne nulla

Hanno fatto il giro del mondo le immagini in cui migliaia di giovani marocchini si sono radunati a Castillejos, sul lato marocchino della frontiera con Ceuta, per tentare l’assalto alla recinzione che separa l’exclave spagnola dal territorio del regno alawita. Centinaia di loro sono riusciti a scavalcare le barriere di protezione, che in quel momento non risultavano presidiate dalla polizia; le forze ausiliarie marocchine incaricate della sicurezza a terra si sono ritirate al passaggio dei giovani, secondo diverse immagini visibili online e secondo le ricostruzioni della stampa spagnola.

La concentrazione, definita “apparentemente coordinata” da chi l’ha osservata sul campo, coincide puntualmente con la Festa del Trono, l’anniversario dell’ascesa al potere di Mohammed VI: la stessa data che il governo marocchino utilizza sistematicamente come finestra di opportunità per allentare i controlli quando gli conviene farlo. Chiamarla coincidenza richiederebbe un’ingenuità che la storia recente delle relazioni ispano-marocchine non giustifica più.

Il precedente più citato, ed è difficile evitarlo, risale al maggio 2021, quando circa 8mila persone entrarono irregolarmente a Ceuta in appena due giorni, in piena crisi diplomatica tra Madrid e Rabat scatenata dal ricovero in Spagna di Brahim Ghali, segretario generale del Fronte Polisario, per cure mediche. All’epoca la Spagna dovette schierare l’esercito sulla spiaggia dell’exclave per arginare l’afflusso. Il pattern non è casuale: ogni volta che Rabat percepisce un disallineamento politico da parte di Madrid, la sorveglianza confinaria conosce misteriose interruzioni.

Il ricatto migratorio come leva geopolitica permanente

Il potere negoziale che il Marocco esercita sul dossier migratorio non si esaurisce nei rapporti bilaterali con la Spagna, ma si estende fino a coinvolgere NATO e Unione europea, al punto che nel 2020 Pedro Sánchez fu costretto a riconoscere la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale — mossa che il premier spagnolo tentò poi di bilanciare proprio accogliendo Ghali per cure mediche, salvo incassare la già citata rappresaglia migratoria pochi giorni dopo. È uno schema che si ripete con una regolarità che smentisce qualunque lettura emergenziale: la gestione dei flussi verso Ceuta e Melilla, le uniche frontiere terrestri tra Unione europea e continente africano, funziona da tempo come strumento di pressione diplomatica silenziosa, attivato e disattivato secondo convenienza politica di Rabat.

Sul piano giuridico interno, peraltro, il quadro si è complicato ulteriormente appena tre settimane fa: l’8 luglio il Tribunal Supremo spagnolo ha fissato un principio interpretativo secondo cui il cosiddetto rigetto in frontiera, la controversa “devolución en caliente“, non si applica automaticamente agli ingressi via mare, richiedendo una modifica legislativa espressa per essere esteso a quei casi. Una sentenza che rischia di complicare ulteriormente la gestione di eventi come quello di questi giorni, proprio nel momento in cui la pressione alla frontiera terrestre si intensifica.

Il Marocco, di per sé, non avrebbe al momento una motivazione sufficientemente forte per orchestrare un salto di massa della recinzione, ma gli Stati Uniti sì, e le filiali politiche americane in Spagna ancora di più, considerato il potenziale elettorale enorme che il tema immigrazione garantisce alla destra spagnola, sempre pronta a incolpare il governo Sánchez di ogni valico forzato. La responsabilità reale resta però quella di Rabat e dei suoi alleati: un attacco alla sovranità nazionale spagnola.

 

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