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L’Italia percepita insicura ha il crimine ai minimi storici e più poliziotti della Francia. L’Italia percepita povera ha 11.333 miliardi di ricchezza netta e la Cina la considera un mercato d’oro. Il problema non è la percezione: è chi la usa, a destra come tra gli antisistema.
Quando la percezione diventa politica: il caso italiano tra sicurezza immaginata e povertà inventata
La politica non è la realtà. È la rappresentazione che una collettività si costruisce della realtà, ed è su quella rappresentazione, non sui fatti verificabili, che si vota, si sceglie, si costruisce consenso. Quando questa rappresentazione si scolla dai dati, il problema smette di essere epistemologico e diventa immediatamente politico, perché condiziona scelte concrete di milioni di persone.
Va detto subito, per evitare equivoci: liquidare la percezione distorta come un problema di ignoranza da correggere con più informazione è l’errore più comune e più sterile di chi si occupa di comunicazione politica. La percezione è un problema reale nella misura esatta in cui condiziona la vita di chi la prova.
L’anziana di periferia che si sente in pericolo quando incrocia degli stranieri non ha torto a sentirsi abbandonata: ha torto chi le ha tolto l’ufficio postale, il presidio sanitario, il mercato rionale, e le ha lasciato come unica categoria interpretativa del degrado la presenza degli extracomunitari
I numeri, però, raccontano un paese diverso da quello percepito. Secondo le serie storiche Istat, gli omicidi in Italia sono calati dell’83% dal picco del 1991, mentre i delitti denunciati nel loro complesso sono scesi del 18,5% rispetto al massimo del 2007, attestandosi nel 2024 a poco più di 2,4 milioni di casi. Il crime drop italiano, cioè il grande calo del crimine iniziato in tutto l’Occidente tra fine anni Ottanta e metà anni Novanta, è uno dei più marcati del continente. Eppure sette italiani su dieci, secondo le rilevazioni riportate sui dati del Viminale, continuano a credere che la criminalità sia in aumento. Il divario tra fatto e percezione, qui, non potrebbe essere più netto.
A questo si aggiungono altri due elementi che il senso comune tende a ignorare. L’Italia ha, secondo Eurostat, 397 agenti di polizia ogni 100.000 abitanti, il valore più alto tra i grandi Stati dell’Unione Europea, superiore a Francia (371), Germania (317) e alla media comunitaria (342). E la normativa sulla cittadinanza, per chi la richiede per naturalizzazione, impone dieci anni di residenza legale continuativa, tra i requisiti più lunghi dell’intero continente. Un paese, dunque, iper-presidiato sul piano della sicurezza pubblica e restrittivo sul piano dell’accesso alla cittadinanza, che si percepisce contemporaneamente indifeso e invaso. Le tre condizioni coesistono, e la percezione di insicurezza cresce comunque, indipendentemente dai dati.
Il paradosso della povertà immaginata
Il meccanismo, però, non riguarda soltanto il mainstream, la politica parlamentare, la destra securitaria o l’opposizione che ne insegue la retorica. Riguarda anche le forze antisistema, quelle pulviscolari ma diffuse capillarmente nel paese, che rischiano di riprodurre lo stesso cortocircuito con il segno invertito. La percezione dominante in quell’area è quella di un’Italia povera, sempre più povera, schiacciata dai poteri forti internazionali e da un’Europa percepita come contemporaneamente tirannica e irrilevante.
I dati raccontano tutt’altro. La ricchezza netta delle famiglie italiane ha raggiunto, secondo Banca d’Italia, 11.333 miliardi di euro alla fine del 2025, pari a circa 191mila euro pro capite, tra i valori più alti d’Europa. Il tasso di risparmio delle famiglie si è attestato al 10,8% nel primo trimestre 2026, e la sola componente finanziaria di questo risparmio, secondo l’elaborazione FABI su dati di Banca d’Italia, ha superato per la prima volta i 6.000 miliardi di euro. A questo si somma un’economia sommersa che, secondo l’ultima rilevazione Istat, vale 217,5 miliardi di euro, pari al 10,2% del Pil, un ammortizzatore informale che continua a garantire liquidità a famiglie e piccole imprese fuori dai canali fiscali ufficiali.
Non è un caso che la Cina consideri l’Europa uno dei propri mercati di sbocco più redditizi: nel 2025 il disavanzo commerciale dell’Unione con Pechino ha superato i 360 miliardi di euro, e quello della sola Italia ha raggiunto i 43 miliardi, il doppio di sei anni prima. Nessuno esporta con quella intensità verso un continente che considera davvero povero.
L’Italia non è un paese povero. È un paese fermo, culturalmente fermo, che non produce cultura, e dunque non produce innovazione, linguaggio, immaginario collettivo capace di orientare il futuro. Ma la confusione tra stagnazione culturale e povertà materiale produce una percezione politica ancorata a identità novecentesche che non trovano più terreno fertile quando incontrano il popolo reale, l’unica cosa concreta di una nazione, al di là delle categorie con cui la si interpreta.
Il popolo che non c’è dove lo si aspetta
Chi proviene da una cultura politica di matrice socialista conosce bene questa amara sorpresa: ci si volta indietro come avanguardia del quarto stato e non si trova mai nessuno. Il sogno di emancipazione dal lavoro resta fortissimo in tutte le componenti sociali, dal precariato al terziario fino ai nuovi operai della logistica, probabilmente i più novecenteschi di tutti nella loro condizione materiale. Ma se la percezione di insicurezza spinge molti lavoratori a scegliere chi li sfrutta perché promette protezione con una mano e agita il vessillo del nemico con l’altra, come il drappo rosso davanti al toro, dall’altra parte del campo politico non si fanno i conti con trasformazioni culturali altrettanto profonde: il linguaggio dei social radicalmente mutato in un decennio, la liberalizzazione dei costumi e del piacere prodotta dal capitalismo consumistico, l’immaginario patinato dei reality che ha reso desiderabile, per intere generazioni, l’idea di vivere senza lavorare, che era poi, spogliata delle sue degenerazioni televisive, il nucleo stesso del sogno di emancipazione socialista inteso in senso alto.
A queste generazioni non interessa la rassicurazione del posto fisso in fabbrica, nel call center o nella start up “che produce innovazione”. Sanno con più chiarezza di quanto si creda cosa non vogliono, a partire dalla guerra. Vogliono denaro e la libertà di diventare qualcosa che ancora non sanno definire. E possono permetterselo, paradossalmente, proprio perché il paese in cui vivono non è povero come si continua a raccontare. È un paese difficile. Ma la difficoltà e la povertà sono categorie diverse, e continuare a confonderle costa caro a chi dovrebbe fare opposizione reale, non soltanto simbolica.

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