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Il Consiglio di Stato annulla l’appalto anti-drone di Fiumicino alla israeliana Rafael: il radar è materiale militare privo di autorizzazioni all’importazione. Adr deve firmare con ELT entro 60 giorni. Gli atti vanno alla Procura di Roma per possibile importazione abusiva di armi.
Un radar da guerra israeliano ha protetto Fiumicino per anni senza le licenze previste dalla legge
Il Consiglio di Stato ha stabilito che il sistema anti-drone installato all’aeroporto Leonardo da Vinci di Fiumicino, fornito dal raggruppamento composto dall’italiana Altintech e dall’israeliana Rafael Advanced Defense Systems, costituisce materiale d’armamento a tutti gli effetti, e come tale avrebbe richiesto licenze e autorizzazioni all’importazione che non risultano essere mai state ottenute nelle forme previste dall’ordinamento italiano.
Con la sentenza depositata il 31 luglio 2026, i giudici di Palazzo Spada hanno ribaltato la pronuncia con cui il Tar del Lazio, il 29 maggio 2024, aveva respinto il ricorso di Elettronica Spa giudicando legittima l’aggiudicazione al raggruppamento Altintech-Rafael. Aeroporti di Roma, società controllata da Mundys, la holding infrastrutturale a maggioranza della famiglia Benetton, è stata obbligata a revocare la fornitura e a stipulare entro sessanta giorni il contratto con l’azienda appellante, la ELT Group di Roma, storicamente nota come Elettronica Spa, partecipata da Leonardo e Thales oltre che dalla famiglia Benigni.
Il collegio ha inoltre disposto la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica di Roma, aprendo la strada a una possibile valutazione penale su ipotesi che comprendono l’importazione abusiva di materiali d’armamento.
Il passaggio tecnico che ha ribaltato il giudizio riguarda la qualificazione del radar. Secondo quanto riportato da diverse fonti specializzate, il sistema Rafael rientra nelle liste ITAR statunitensi, la normativa che disciplina il traffico internazionale di armamenti, circostanza che rende difficilmente sostenibile la tesi di un impiego puramente civile in ambiente aeroportuale.
Il Tar, due anni fa, aveva ritenuto che la documentazione prodotta da Elettronica non dimostrasse l’incompatibilità del sistema con un utilizzo civile: il Consiglio di Stato ha invece accertato la natura militare dell’apparato e la conseguente necessità di autorizzazioni specifiche, mai rilasciate. Aeroporti di Roma ha dichiarato di aver operato con la massima trasparenza e di voler dare piena esecuzione alla decisione, assicurando che la protezione dello scalo contro i droni non subirà interruzioni.
Sul piano industriale, la perdita per Rafael è tutto sommato contenuta, considerando che nel giugno 2026 l’azienda israeliana si è aggiudicata con la Romania un contratto da 2,3 miliardi di dollari per il sistema SPYDER, il più consistente della sua storia. Sul piano politico, invece, l’esclusione da un’infrastruttura critica europea tra le più trafficate pesa molto più di qualunque bilancio trimestrale.
Chi doveva controllare, e non lo ha fatto
La domanda mancante è la più ovvia: come è stato possibile che un apparato classificato come materiale d’armamento venisse installato, attivato e mantenuto operativo per anni nel principale aeroporto civile italiano senza che alcuna autorità nazionale ne verificasse lo status autorizzativo. Il controllo sull’importazione di armamenti in Italia non è una pratica marginale affidata alla buona fede degli operatori privati: passa per l’autorità nazionale competente, per il Ministero degli Esteri, per procedure codificate che esistono esattamente per impedire che un radar militare straniero finisca a presidiare uno scalo con decine di milioni di passeggeri l’anno. Che a segnalarne l’anomalia sia dovuta essere l’azienda concorrente sconfitta in gara, attraverso due gradi di giudizio amministrativo durati complessivamente quattro anni, lascia pesanti interrogativi sul sistema di vigilanza e il sistema di interessi collegati.
L’autonomia strategica che si scopre solo in tribunale
Vale la pena notare la coincidenza temporale. Mentre l’Unione Europea produce documenti sulla sovranità tecnologica e sull’autonomia strategica continentale, e mentre i governi del continente moltiplicano i contratti con le tre grandi aziende della difesa israeliana, un tribunale amministrativo italiano si trova a dover spiegare, sentenza alla mano, che importare un sistema d’arma richiede un’autorizzazione.
È il grado zero della sovranità, non la sua frontiera avanzata. Resta da vedere cosa produrrà il fascicolo trasmesso alla Procura di Roma, che dovrà accertare non soltanto se un reato sia stato commesso, ma soprattutto chi, lungo la catena delle autorizzazioni mancate, avesse il dovere di accorgersene e ha preferito non farlo.

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