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Un rapporto ONU documenta il ruolo degli Emirati nel reclutare fino a 2.000 mercenari colombiani per le RSF in Sudan, con droni e artiglieria usati nel massacro di El Fasher. Dietro c’è l’oro del Darfur e la partita sul Mar Rosso. Abu Dhabi respinge le accuse, il conflitto continua.
ONU: gli Emirati armano il genocidio in Darfur
La Missione internazionale indipendente di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite per il Sudan ha pubblicato all’inizio di settembre 2026 il rapporto “Alimentare il conflitto in Sudan: armi, combattenti e reti di sostegno esterne“, nel quale documenta il coinvolgimento di individui ed entità operanti dagli Emirati Arabi Uniti nel reclutamento, finanziamento, trasporto e dispiegamento di fino a duemila ex militari colombiani in territorio sudanese.
Secondo la Missione, questi contractor, noti come Desert Wolves, hanno operato droni da combattimento, artiglieria e armi avanzate a fianco delle Forze di Supporto Rapido nel Darfur e nel Kordofan, transitando attraverso il Ciad, la Libia sudorientale controllata da Khalifa Haftar e la città somala di Bosaso, le stesse rotte lungo cui gli analisti collocano da tempo le forniture emiratine alle RSF del generale Mohamed Hamdan Dagalo. La perita della Missione Mona Rishmawi ha parlato apertamente di una «catena transnazionale di reti» che ha fornito alla milizia personale straniero, addestramento, armi e logistica.
Il rapporto conferma quanto Human Rights Watch aveva già ricostruito a maggio in un’inchiesta di ottantatré pagine, secondo cui l’azienda emiratina Global Security Services Group ha reclutato centinaia di contractor colombiani, addestrati in basi militari negli Emirati prima di essere schierati a Nyala, principale roccaforte delle RSF nel Darfur, dal marzo 2025. Gli stessi contractor, secondo entrambe le inchieste, erano presenti a El Fasher nell’ottobre 2025 quando la milizia conquistò la città commettendo massacri ed episodi di violenza sessuale su vasta scala, eventi che la Missione ONU ha definito portatori dei «tratti distintivi del genocidio» ai danni delle comunità Zaghawa e Fur.
Amnesty International, in un rapporto dello scorso luglio dedicato al Darfur Settentrionale, era già arrivata a conclusioni analoghe, indicando Abu Dhabi come principale sostenitore militare, diplomatico e politico delle RSF, e chiedendo la sospensione delle forniture di armi agli Emirati fino al rispetto dell’embargo, l’estensione dello stesso embargo a tutto il territorio sudanese e una condanna esplicita da parte del Consiglio di Sicurezza. Gli Emirati hanno respinto pubblicamente le accuse contenute nel rapporto del Panel di Esperti ONU, chiedendone la modifica, e hanno ribadito la propria estraneità a qualunque fornitura militare alla milizia.
L’oro del Darfur e il porto che verrà
Dietro l’interesse emiratino per un conflitto a migliaia di chilometri dai propri confini c’è una geografia delle risorse fin troppo eloquente per essere ignorata. Il Sudan è il terzo produttore d’oro del continente africano, con novanta tonnellate estratte ogni anno, e le miniere del Darfur, in larga parte sotto il controllo delle RSF, hanno in Abu Dhabi il proprio principale acquirente.
A questo si aggiunge la competizione geopolitica sul Mar Rosso, dove gli Emirati si contendono con l’Arabia Saudita l’influenza sulla sponda africana e sui suoi porti: Riyadh sostiene infatti il fronte opposto, quello del generale Abdel Fattah al-Burhan, insieme a Egitto, Iran e Turchia, quest’ultima fornitrice dei droni considerati decisivi per le offensive dell’esercito regolare sudanese. Il conflitto sudanese, dal 2023 a oggi, ha già causato almeno 59.000 morti accertati e lo sfollamento di circa tredici milioni di persone, in quella che le agenzie umanitarie definiscono la peggiore crisi umanitaria del pianeta, con quasi metà della popolazione in condizione di insicurezza alimentare.
Un rapporto che non ferma un solo fucile
Che un organismo delle Nazioni Unite metta nero su bianco, con nomi, rotte e responsabilità, ciò che analisti e ong denunciavano da mesi rappresenta un passaggio formale non trascurabile, ma sarebbe ingenuo scambiarlo per un punto di svolta operativo.
Gli Emirati hanno già dimostrato, respingendo il rapporto del Panel di Esperti e negando ogni coinvolgimento nonostante le prove documentali, di considerare le condanne internazionali un costo reputazionale sopportabile a fronte dei benefici estrattivi e geopolitici in gioco. Nel frattempo le RSF, lungi dal comportarsi come una milizia in via di smobilitazione secondo gli accordi del 2019, hanno costituito nel 2025 un’alleanza con altri gruppi armati, dotandosi di una carta fondativa, di un’amministrazione parallela e, da maggio, di una propria moneta con cui pagano funzionari e combattenti.
È la fotografia di un secondo Stato sudanese che si costruisce, giorno dopo giorno, sui giacimenti d’oro del Darfur e su chi quell’oro continua a comprarlo senza fare troppe domande, mentre il Consiglio di Sicurezza discute mozioni che gli Emirati, membro non permanente fino al 2023 e attore con solidi legami diplomatici a Washington, sanno perfettamente come diluire.

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