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La Corte d’Appello di Milano conferma lo stop all’area a caldo dell’ex Ilva entro il 28 ottobre: niente sospensiva, prevale il diritto alla salute. A rischio 2.500 posti già annunciati. Meloni promette un tavolo, i sindacati chiedono fatti, non slogan.
L’ex ILVA ha perso l’ultimo appello: ora la fabbrica più grande d’Italia deve davvero spegnersi
L’11 settembre 2026 la Corte d’Appello civile di Milano, sezione specializzata in materia d’impresa, ha respinto l’istanza di sospensiva presentata dai commissari straordinari di Ilva e Acciaierie d’Italia, confermando integralmente il decreto emesso il 27 luglio con cui era stato disposto lo spegnimento dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto.
Il collegio, composto dai magistrati Lorenzo Orsenigo, Alessandra Arceri e Beatrice Siccardi, ha stabilito che il termine di novanta giorni fissato in estate resta valido: le operazioni di spegnimento dovranno cominciare il 16 settembre e concludersi entro il 28 ottobre. I giudici hanno inoltre chiarito, richiamando la recente modifica dell’articolo 41 della Costituzione, che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in modo da recare danno alla salute, e che il conflitto tra diritto d’impresa e diritto alla salute deve risolversi a favore del secondo.
Le società avevano tentato anche la strada del ricorso in Cassazione, ma i tempi tecnici della Suprema Corte sono stati giudicati incompatibili con l’urgenza della vicenda, rendendo di fatto irrilevante quel tentativo difensivo.
L’area a caldo, che comprende cokerie e altoforni, è la componente dell’impianto in cui le materie prime vengono trasformate in acciaio grezzo prima di essere lavorate negli stabilimenti del Nord Italia: è anche, per definizione tecnica oltre che giudiziaria, la parte più inquinante e più costosa dell’intero sito, quella su cui pesano da anni gli obblighi di bonifica dall’amianto e di contenimento delle polveri sottili mai completati dai vari gestori che si sono succeduti.
Degli originari quattro altoforni ne resta operativo uno solo. Della crisi occupazionale collegata si conosce già l’entità di partenza: il 4 settembre era stato annunciato il licenziamento collettivo di 2.500 lavoratori, sospeso una settimana dopo in attesa della pronuncia della Corte d’Appello. Con la conferma dello stop, l’associazione datoriale Aigi ha fatto sapere che le procedure di licenziamento riprenderanno.
I sindacati FIM, FIOM e UILM hanno chiesto un intervento immediato del governo per evitare che l’intera forza lavoro, comprese le imprese dell’indotto e gli appalti collegati, finisca in cassa integrazione o direttamente sulla strada. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, commentando la sentenza da Vercelli, ha promesso che il tavolo sull’Ilva sarà riconvocato a breve.
Il tavolo permanente che non ha mai prodotto niente
Di fronte a ogni crisi industriale irrisolvibile con gli strumenti a disposizione si riconvoca un tavolo. Lo si è fatto per anni, sotto esecutivi di colore diverso, di fronte a una vicenda che affonda le radici nella prima sentenza di chiusura del 2012 e che da allora procede per rinvii, commissariamenti, tentativi falliti di trovare un acquirente disposto a farsi carico di un impianto che i tribunali, con cadenza quasi regolare, giudicano incompatibile con la tutela della salute pubblica.
Il paradosso che la sentenza di Milano rende ora ineludibile è semplice da enunciare e complesso da risolvere: uno Stato che gestisce l’ex Ilva in amministrazione straordinaria da anni, con l’obiettivo dichiarato di venderla, si trova a dover cedere un impianto privo della sua componente produttiva più rilevante, cioè un cantiere di bonifica travestito da fabbrica siderurgica.
Chi comprerebbe, oggi, un’area a caldo che un tribunale ha ordinato di spegnere finché non sarà rimosso tutto l’amianto e riportate le emissioni entro i limiti di sicurezza, interventi che nessuno ha mai avviato con la serietà che la situazione avrebbe richiesto?
Il conto lo pagano sempre gli stessi
I giudici milanesi hanno scritto, con una lucidità che raramente si trova nei comunicati stampa del governo, che la situazione attuale non è un evento improvviso ma la conseguenza prevedibile di interventi di adeguamento mai eseguiti in passato, e che l’argomento occupazionale non può essere speso oggi per giustificare l’inazione di ieri. È una lezione di responsabilità politica scritta da un collegio di appello, non da un ministro, e questo dovrebbe far riflettere più della sentenza stessa.
Nel frattempo, i lavoratori di Taranto restano nella condizione che conoscono da un decennio ababondante: sospesi tra un annuncio di licenziamento e una promessa di tavolo, mentre la fabbrica più grande d’Italia si avvia a spegnersi non per una scelta industriale, ma perché nessuno, in tutti questi anni, ha trovato conveniente fare davvero ciò che la legge chiedeva.

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