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Meloni non si allea con chi vota contro Kiev, Schlein dice “con l’Ucraina ma no al riarmo” mentre il suo gruppo Ue chiede più armi. Conte rompe, ma sulla sostanza destra e Pd restano allineati. Tre anni di retorica diversa, stessa scelta di fondo su armi e riarmo.
Meloni e Schlein d’accordo su tutto: sostenere Kiev, tranne quando conviene dire il contrario
Durante un’intervista al quotidiano Il Foglio, realizzata dal direttore Claudio Cerasa, Giorgia Meloni ha dichiarato che non stringerà alleanze con chi vota contro il sostegno militare all’Ucraina. A stretto giro, con nesso non casuale, Giuseppe Conte ha risposto per interposta persona a Elly Schlein spiegando che il Movimento 5 Stelle non firmerà alcun programma di coalizione che preveda l’invio di armi a Kiev, definendo quella linea una scorciatoia verso «il terzo conflitto mondiale».
Schlein ha replicato nel giro di poche ore ribadendo che il Partito Democratico «continuerà a sostenere il popolo ingiustamente invaso in Ucraina dall’offensiva militare di Putin». Nel mezzo di questo botta e risposta, che dovrebbe segnalare una frattura profonda nel campo largo, resta un dettaglio che i titoli dei giornali tendono a trascurare: sul merito della questione, cioè sul sostegno a Kiev e sulla necessità di continuare a fornire armamenti, Meloni e Schlein dicono, salvo sfumature lessicali, la stessa cosa.
Undici giorni prima, a Genova, la segretaria del Pd aveva ribadito la formula ormai collaudata del suo partito: vicinanza all’Ucraina, ma opposizione «all’escalation bellica e alla corsa al riarmo». Ha richiamato la linea del premier spagnolo Pedro Sánchez, bocciando quello che ha definito il «pericoloso riarmo nazionale di ventisette diversi Stati» e criticando l’aumento della spesa militare voluto dal governo italiano.
Il problema, segnalato da più di un osservatore, è che il Partito Democratico siede nel gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, e quel gruppo ha appena diffuso un comunicato che chiede agli Stati membri di fare «di più, molto di più» per rafforzare le capacità di difesa dell’Ucraina, inclusi sistemi di difesa aerea, munizioni e strumenti di attacco a lungo raggio. Stessa famiglia politica, posizioni opposte, nessuna spiegazione pubblica di come si concilino.
La convergenza nei fatti
Chiamarla ambiguità sarebbe generoso. È piuttosto la conferma, non troppo sorprendente, che sul dossier ucraino l’asse Roma-Bruxelles non ammette deviazioni sostanziali, quale che sia il colore del governo di turno. Meloni ha preso l’impegno del cinque per cento del Pil in spesa militare NATO senza passare dal Parlamento, e lo difende come una scelta di realismo geopolitico.
Schlein contesta la modalità e il ritmo, mai la sostanza: il sostegno a Kiev resta, nelle sue stesse parole, «indispensabile», e la richiesta di un ruolo più attivo dell’Unione europea nei negoziati non si traduce mai in una proposta concreta di riduzione dell’invio di armamenti. Angelo Bonelli, alleato di Schlein nel campo largo, prova a marcare una differenza reale quando dice che il riarmo è «una follia» e che non intende rispettare l’impegno NATO, ma resta una voce isolata all’interno di una coalizione che, quando arriva il momento del voto in Aula o a Bruxelles, si divide sistematicamente a metà.
Il copione è talmente rodato da risultare, a tratti, comico: la premier di destra accusa chi non sostiene Kiev di essere obiettivamente filo-putiniano, la segretaria del Pd accusa la premier di essere troppo bellicista mentre il suo stesso gruppo europeo chiede più armi, e Conte prova a intestarsi l’unica posizione di reale discontinuità sapendo perfettamente che, se mai dovesse arrivare a Palazzo Chigi in una coalizione con il Pd, la formula «con l’Ucraina, ma» tornerebbe puntualmente a prevalere sul «basta armi».
Chi paga il conto della coerenza mancata
Quello che emerge da tre anni e mezzo di dichiarazioni pubbliche italiane sulla guerra in Ucraina non è un dibattito tra posizioni alternative, ma una gara di posizionamento retorico attorno a una scelta di fondo già presa altrove, a Bruxelles e a Washington, e mai realmente messa in discussione a Roma.
Meloni può permettersi di apparire come l’alleata più affidabile dell’Occidente atlantico proprio perché sa che l’opposizione principale, il Pd, non intende davvero sfidarla sul terreno geopolitico: lo dimostra la spaccatura interna che si è consumata mesi fa sul piano di riarmo europeo, quando metà del gruppo parlamentare democratico ha votato a favore contro le indicazioni della propria segreteria. Schlein, dal canto suo, può continuare a citare Sánchez e a evocare la diplomazia senza pagare alcun costo politico reale, perché sa che l’elettorato del campo largo si accontenta della postura, non della coerenza tra postura e voto.
L’unico prezzo lo pagano, semmai, Conte e Bonelli, condannati a recitare la parte della coscienza critica di una maggioranza di centrosinistra che, quando conta davvero, si allinea. E lo paga, soprattutto, chiunque avesse ancora la pretesa ingenua di trovare, tra i due principali partiti italiani, una vera alternativa sulla domanda più urgente del decennio: fino a quando l’Europa continuerà a scegliere le armi invece della trattativa.

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