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A Cardiff, Swinney, ap Iorwerth e O’Neill firmano un patto storico per chiedere referendum di autodeterminazione a Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Burnham promette ascolto ai Comuni ma chiude la porta in privato. Sullo sfondo, le parole di Trump sulla riunificazione irlandese.
A Cardiff cade l’ultimo tabù: le tre nazioni “vassalle” chiedono a Londra di lasciarle andare
A Cardiff, i primi ministri di Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno firmato un accordo che la stampa britannica ha già battezzato storico, nel senso letterale del termine: mai prima d’ora le tre nazioni del Regno Unito avevano sottoscritto insieme un documento che chiede apertamente referendum di autodeterminazione. A firmarlo sono stati John Swinney, leader dell’SNP e primo ministro scozzese, Rhun ap Iorwerth, leader di Plaid Cymru e primo ministro gallese, ospite dell’incontro, e Michelle O’Neill, vicepresidente del Sinn Féin e primo ministro dell’Irlanda del Nord.
Alla cerimonia ha partecipato anche Mary Lou McDonald, presidente del Sinn Féin e leader dell’opposizione al Dáil di Dublino. I quattro si sono presentati esplicitamente come leader di partito, non come rappresentanti istituzionali dei rispettivi esecutivi devoluti, un dettaglio procedurale che serve a Downing Street tanto quanto un ombrello in mezzo all’oceano.
Il testo dichiara, senza troppi giri di parole diplomatici, che «il tempo di Westminster sta per finire», e chiede al governo britannico di «prepararsi, pianificare e facilitare il cambiamento costituzionale» nelle tre nazioni. I firmatari hanno inoltre annunciato l’intenzione di sviluppare una collaborazione su economia, energia e cooperazione internazionale, al di fuori dei canali tradizionali di Whitehall.
Non è un dettaglio da poco che la vicepremier nordirlandese unionista, Emma Little-Pengelly del DUP, abbia tenuto a precisare pubblicamente che O’Neill non le ha chiesto «alcun permesso» per firmare in veste di First Minister, segno che la crepa nell’esecutivo di Belfast è tutt’altro che cosmetica.
Sullo sfondo, pesano le dichiarazioni di Donald Trump nel fine settimana a sostegno della riunificazione irlandese, che hanno riportato d’attualità il tema del border poll con un tempismo che a Westminster nessuno considera casuale. Il premier laburista Andy Burnham, dal canto suo, aveva aperto uno spiraglio ai Comuni ipotizzando un nuovo referendum scozzese in caso di «chiaro consenso» a nord del confine, salvo poi far recapitare a Swinney una lettera in cui la consultazione viene definita categoricamente «fuori discussione».
Il premier che promette ascolto e intanto chiude la porta
Burnham ha ereditato un partito elettoralmente solido ma logorato da tensioni interne, e che ora si trova a dover gestire contemporaneamente il debito pubblico, un deficit di bilancio che non perdona sbavature, una spesa sociale sotto pressione e un capitolo militare in crescita che difficilmente si concilia con le pretese di austerità raccontate agli elettori del “fronte interno”. Governare un Regno che si scopre sempre meno Unito, mentre si continua a spiegare ai cittadini che il vero pericolo viene da Mosca, richiede un talento nel guardare altrove che Burnham, va detto, sta dimostrando di possedere in abbondanza.
Tre nazioni, un solo messaggio: Westminster non è più l’unico orizzonte
Il dato politico più interessante, al netto della retorica sull’autodeterminazione, è la convergenza tattica tra tre movimenti che fino a pochi anni fa correvano su binari paralleli senza mai incontrarsi. Lo scenario che si apre ora a Cardiff, con Plaid Cymru al governo del Galles per la prima volta nella sua storia, l’SNP ancora saldamente ancorato a Edimburgo e il Sinn Féin che guida contemporaneamente l’esecutivo di Belfast e l’opposizione a Dublino, disegna una geografia del potere periferico che Londra non aveva mai dovuto affrontare tutta insieme.
Se poi il documento, come riportano alcune fonti britanniche, prospetta davvero un ritorno all’Unione Europea per le tre nazioni una volta indipendenti, la beffa storica si completa da sola: il Galles, che nel 2016 votò a maggioranza per la Brexit, tornerebbe a Bruxelles proprio grazie a chi oggi rivendica un’autodeterminazione nata anche in reazione al modello economico prodotto da quella stessa Brexit. Chi ha sempre creduto che il sovranismo insulare fosse una traiettoria a senso unico farebbe bene a rivedere la mappa, prima che sia Westminster stesso a doverlo fare, magari senza preavviso.

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