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Politico rivela che le aziende israeliane sono diventate fornitori chiave dei governi europei per sorveglianza e guerra elettronica, spesso senza gara d’appalto. Grecia, Germania, Olanda e Italia in prima fila. Una dipendenza che espone l’Europa a un ricatto tecnologico permanente.
L’Europa si arma con Israele e si consegna un nuovo padrone tecnologico
Un’inchiesta di Politico pubblicata a inizio settembre 2026, basata sui database europei degli appalti pubblici, ha ricostruito quanto le aziende israeliane siano diventate fornitori di riferimento per i governi del continente in tre settori strategici: comunicazioni militari, sorveglianza e guerra elettronica. In molti casi, secondo l’inchiesta, questi contratti sono stati assegnati senza gara d’appalto, in deroga alle norme europee che impongono procedure competitive salvo eccezioni rigorosamente giustificate.
Alcune aziende israeliane operano inoltre attraverso filiali europee, rendendo la loro presenza effettiva difficile da tracciare nei registri pubblici. L’ambasciatore israeliano presso l’Unione europea, Avi Nir-Feldklein, ha ammesso che esistono «sfide» nel rapporto politico con Bruxelles, ma ha rivendicato una cooperazione bilaterale con i singoli Stati membri definita «intensa e fiorente».
Il caso più imponente è l’accordo tra Israele e Grecia denominato Achilles Shield, del valore di tre miliardi di euro, uno dei più rilevanti nella storia dei rapporti bilaterali tra i due paesi, destinato a fornire ad Atene tecnologie di difesa contro missili, aerei e droni. Ma la lista dei clienti europei è lunga: i Paesi Bassi hanno affidato a Elbit Systems un contratto da 25 milioni di euro per sistemi di gestione del campo di battaglia, la Germania ha firmato un memorandum d’intesa per una cupola cibernetica su tecnologia israeliana e ha già acquisito, tramite la joint venture EuroSpike, missili anticarro Spike da Rafael Advanced Defense Systems per un valore che nel tempo ha superato i due miliardi di euro.
La Spagna, pur mantenendo un embargo dichiarato sulle armi verso Israele per la guerra a Gaza, aveva assegnato senza gara un contratto a Rafael nel 2024, salvo poi cancellarlo in un secondo momento sotto la pressione della propria opinione pubblica. L’Italia, dal canto suo, ha scelto la strada dell’equiparazione normativa: nel 2024 l’agenzia nazionale per la cybersicurezza ha deciso di trattare i software israeliani alla stregua dei prodotti UE e NATO nelle gare pubbliche, spianando la strada a un accesso preferenziale che nessuna gara competitiva avrebbe garantito con altrettanta facilità.
Un mercato che si autoalimenta con le guerre altrui
Il vantaggio competitivo delle aziende israeliane, secondo la ricostruzione di Politico, non nasce soltanto dalla qualità tecnologica dei prodotti, ma da una struttura industriale in cui Stato, università e imprese private lavorano in simbiosi, con le tre principali società del settore, Israel Aerospace Industries, Rafael ed Elbit Systems, legate a doppio filo all’apparato di difesa nazionale.
A questo si aggiunge un dettaglio che il marketing aziendale israeliano non nasconde affatto, anzi lo esibisce come credenziale commerciale: la possibilità di testare armi e sistemi di sorveglianza sul campo, grazie ai conflitti in corso contro i paesi confinanti e all’offensiva militare a Gaza. In altre parole, l’industria della sicurezza israeliana vende ai governi europei prodotti “collaudati in guerra”, trasformando ogni bollettino di vittime in un argomento di vendita implicito.
La sicurezza comprata da chi può ricattarti quando vuole
Qui si arriva al nodo che i comunicati stampa di Bruxelles preferiscono non toccare. Un sistema di sorveglianza o di comunicazione militare non è un elettrodomestico che si installa e si dimentica: richiede manutenzione, aggiornamenti, assistenza tecnica continuativa, spesso disponibile soltanto dal fornitore originario, come ha peraltro riconosciuto nel 2025 la stessa Corte di giustizia europea a proposito dei sistemi altamente specializzati. Significa che ogni governo che affida la propria architettura di sicurezza a Tel Aviv accetta, implicitamente, di restare dipendente da un partner il cui apparato di intelligence ha una reputazione consolidata, per usare un eufemismo, in fatto di leva politica sui propri clienti.
Mentre gli eurodeputati discutono di autonomia strategica europea e la Commissione ripete il mantra della sovranità tecnologica continentale, i database degli appalti raccontano una storia diversa: un continente che, nel momento stesso in cui dichiara di volersi liberare dalla dipendenza americana, si lega a un nuovo fornitore capace di condizionare, semplicemente disattivando un aggiornamento software, la capacità operativa di intere infrastrutture di difesa nazionali. L’autonomia strategica europea, a conti fatti, resta per ora un esercizio retorico da conferenza stamp, non una voce di bilancio.

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