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Xi Jinping a Delhi prova a trasformare il vertice Brics in un’occasione di disgelo con l’India. Confine himalayano, voli diretti e interessi economici diventano strumenti di una diplomazia pragmatica che mira a contenere le tensioni senza rinunciare alla competizione strategica.
Xi va a Delhi: la Cina tratta con l’India
La presenza di Xi Jinping a Nuova Delhi, in occasione del vertice dei Brics, assume un significato che supera ampiamente la ritualità degli incontri internazionali. Il presidente cinese non ha scelto una capitale qualsiasi, ma quella di un Paese con cui Pechino intrattiene rapporti economici rilevanti e, nello stesso tempo, una relazione strategica segnata da diffidenze, rivalità regionali e da un confine conteso lungo l’Himalaya. L’India di Narendra Modi non è un alleato subordinato dell’Occidente, ma neppure un partner naturale della Cina: è una potenza che cerca di utilizzare ogni spazio disponibile per accrescere la propria autonomia, attirare investimenti, consolidare la propria posizione nell’Indo-Pacifico e impedire che la competizione tra Washington e Pechino si trasformi in una gabbia diplomatica.
È precisamente dentro questa zona grigia che la diplomazia cinese sta cercando di muoversi. Il vertice di Delhi offre a Xi la possibilità di trasformare un forum multilaterale in un’occasione bilaterale, mettendo in comunicazione due Paesi che, pur condividendo interessi economici e una parte della critica all’ordine internazionale dominato dall’Occidente, hanno accumulato tensioni sufficienti a rendere ogni gesto diplomatico più complesso di quanto suggeriscano le fotografie ufficiali.
La logica di Pechino appare relativamente chiara: non è necessario risolvere in una sola volta tutte le controversie con l’India, ma occorre impedire che queste diventino un ostacolo permanente alla cooperazione economica, tecnologica e politica. La Cina può permettersi di mantenere ferme alcune posizioni strategiche, purché riesca a evitare che il confronto con Nuova Delhi venga assorbito interamente dalla strategia statunitense di contenimento. In altre parole, Xi non deve necessariamente conquistare l’India alla causa cinese. Gli basta evitare che l’India venga trasformata in una piattaforma stabile della pressione occidentale contro Pechino.
Questa impostazione è molto diversa dalla diplomazia muscolare, spesso accompagnata da sanzioni, ultimatum e dichiarazioni sulla difesa dei valori universali, con cui le potenze occidentali pretendono di gestire il resto del mondo. Pechino preferisce una combinazione di fermezza e apertura: il bastone rimane disponibile, ma non deve essere agitato davanti alle telecamere. La mano tesa, invece, serve a creare condizioni nelle quali l’interlocutore possa accettare un compromesso senza presentarlo come una resa.
Il confine himalayano e la diplomazia del pragmatismo
Il nodo più delicato resta la Linea di Controllo Effettivo, il confine di fatto che separa Cina e India per circa 3.500 chilometri attraverso uno dei territori più difficili del pianeta. Qui la geografia non è soltanto un dato fisico, ma una componente decisiva della sicurezza nazionale di entrambi i Paesi. Montagne, altipiani, strade militari, infrastrutture e corridoi logistici assumono un valore strategico enorme, soprattutto in una regione dove il controllo del territorio significa anche controllo delle vie di accesso e della profondità difensiva.
Gli scontri di Doklam e Galwan hanno dimostrato quanto rapidamente una disputa territoriale possa trasformarsi in una crisi politica. Nel 2020, nella valle di Galwan, i combattimenti tra soldati indiani e cinesi provocarono morti da entrambe le parti, nonostante l’impiego di armi da fuoco fosse stato limitato dagli accordi precedenti. Il risultato fu una militarizzazione ulteriore del confine e un deterioramento dei rapporti bilaterali, già complicati dalle conseguenze della pandemia e dalla crescente competizione tra i due giganti asiatici.
Il fatto che alcune delle violenze siano avvenute con pietre e mazze chiodate, in un contesto nel quale le armi erano bandite, potrebbe apparire grottesco se non avesse prodotto vittime e se non si fosse verificato in una delle aree militarmente più sensibili del mondo. È il genere di episodio che ricorda come la modernità tecnologica non cancelli le forme arcaiche del conflitto: può capitare che due potenze nucleari, dotate di satelliti, missili e sofisticati sistemi di sorveglianza, finiscano per affrontarsi a colpi di bastone su un ghiacciaio.
L’accordo sui confini dell’ottobre 2024 ha contribuito a ridurre la tensione e a creare le condizioni per un graduale riavvicinamento. Ma un’intesa sul controllo delle pattuglie o sulla gestione degli incidenti non equivale alla soluzione definitiva della controversia territoriale. La questione del Ladakh resta aperta e continuerà a rappresentare il principale banco di prova della nuova fase diplomatica.
Per Pechino e Nuova Delhi, tuttavia, anche una gestione più ordinata del conflitto sarebbe già un risultato significativo. La diplomazia non procede sempre attraverso grandi trattati risolutivi. Talvolta consiste nel rendere meno probabile il prossimo incidente, nel ripristinare canali di comunicazione e nel separare le questioni che possono essere negoziate da quelle che, per il momento, restano congelate.
Voli, pellegrinaggi e interessi economici
Il riavvicinamento non riguarda soltanto le dichiarazioni dei leader. La ripresa dei voli diretti tra Guangzhou e Nuova Delhi, annunciata da China Southern Airlines a partire dal 21 settembre, rappresenta un segnale concreto dopo sei anni di interruzione. I collegamenti aerei erano stati sospesi prima per la pandemia e poi per l’inasprimento delle relazioni seguito agli scontri di confine. La loro riattivazione indica che Pechino e Nuova Delhi intendono ricostruire almeno una parte della normalità economica e umana perduta.
Lo stesso vale per la ripresa del pellegrinaggio al Kailash Mansarovar, interrotto e poi riavviato dopo l’accordo del 2024. In diplomazia, i simboli religiosi e i collegamenti commerciali possono avere un peso persino maggiore delle formule solenni. Un volo ripristinato, un pellegrinaggio autorizzato, una frontiera gestita con meno tensioni sono segnali che incidono sulla percezione reciproca più di molte dichiarazioni destinate a scomparire nei comunicati stampa.
Narendra Modi ha rivendicato la natura indipendente della politica estera indiana, affermando che il suo Paese non consentirà ad alcuna forza di svolgere attività anti-cinesi sul territorio nazionale. La frase va letta nel quadro della tradizionale autonomia strategica indiana, oggi rielaborata attraverso rapporti con gli Stati Uniti, il Quad e altri strumenti di cooperazione nell’Indo-Pacifico. Nuova Delhi vuole rafforzare la propria posizione nei confronti di Pechino, ma non intende diventare una semplice pedina della strategia americana.
L’India, inoltre, ha interessi economici che rendono impraticabile una politica fondata soltanto sul confronto. La Cina rimane un attore centrale nelle catene produttive asiatiche e nella disponibilità di componenti, tecnologie e beni industriali. Separare completamente le due economie, come suggeriscono alcune correnti occidentali, sarebbe molto più costoso di quanto lascino intendere gli slogan sulla “riduzione del rischio”. Per un Paese che aspira a diventare una potenza manifatturiera globale, mantenere aperti canali con Pechino non è un cedimento ideologico, ma una scelta di interesse nazionale.
Wang Yi ha definito il miglioramento delle relazioni un passaggio accolto favorevolmente da oltre 2,8 miliardi di persone, sommando le popolazioni di Cina e India. Il dato ha una evidente funzione politica, ma segnala anche la dimensione della posta in gioco. Se Pechino e Nuova Delhi riuscissero a stabilizzare il loro rapporto, il risultato avrebbe effetti sull’intero Sud globale, sulle catene commerciali asiatiche e sull’equilibrio dei Brics.
Naturalmente, l’ottimismo cinese non deve essere scambiato per una soluzione già raggiunta. Le divergenze restano profonde, il confine rimane conteso e la competizione per l’influenza in Asia non è destinata a scomparire per effetto di un incontro. Ma la diplomazia di Xi sembra muoversi secondo una consapevolezza precisa: in un mondo segnato da crisi simultanee, guerre commerciali e blocchi contrapposti, mantenere aperto il dialogo con l’India è più utile che alimentare un altro fronte di conflitto.
Per l’Occidente, abituato a interpretare ogni relazione internazionale attraverso la fedeltà a un campo, la questione è scomoda. Cina e India non hanno bisogno di diventare amiche, né di condividere la stessa visione del mondo. Possono limitarsi a riconoscere che la cooperazione selettiva conviene a entrambe. Ed è forse proprio questa la parte più difficile da comprendere per chi continua a pensare che la politica internazionale sia una partita nella quale uno deve vincere tutto e l’altro uscire dal tavolo con il conto da pagare.

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