Lo Scudo europeo contro la propaganda: Bruxelles combatte Mosca facendo peggio

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L’UE rafforza lo Scudo europeo per la democrazia contro interferenze e disinformazione, indicando nella Russia il principale nemico. Ma tra censura, operazioni informative offensive e finanziamenti stranieri ignorati, la difesa democratica diventa a sua volta propaganda funzionale al riarmo.

Lo Scudo europeo contro la propaganda: quando la democrazia impara a fare propaganda

Il Parlamento europeo ha approvato il potenziamento dello Scudo europeo per la democrazia con 420 voti favorevoli, 220 contrari e 26 astensioni. La relazione chiede alla Commissione di rafforzare gli strumenti contro le interferenze straniere, la disinformazione, le minacce ibride e le manipolazioni digitali. Il documento individua nella Russia la principale minaccia esterna all’integrità democratica dell’Unione, affiancandola a Bielorussia, Cina, Iran e Corea del Nord. Viene da dire: ma guarda un pò!

L’obiettivo dichiarato è sulla carta comprensibile: proteggere le elezioni, impedire l’uso di reti automatizzate, contrastare gli account falsi e rendere più trasparenti i finanziamenti destinati a influencer, media e organizzazioni politiche. Il problema nasce quando la difesa della democrazia viene organizzata attraverso una struttura sempre più centralizzata, dotata di nuovi poteri, capace di intervenire nello spazio informativo e autorizzata a sviluppare perfino operazioni “offensive” di controinformazione. A quel punto la domanda non riguarda più soltanto chi minaccia le istituzioni europee, ma anche chi stabilisce che cosa debba essere considerato una minaccia, quali contenuti siano classificati come disinformazione e quali soggetti possano esercitare il controllo sulle parole degli altri.

Il testo parlamentare propone di concentrare gli strumenti già esistenti in un unico organismo europeo con mandato, bilancio e capacità operativa definiti. La partecipazione degli Stati membri dovrebbe diventare obbligatoria, mentre il controllo politico dovrebbe restare nelle mani del Parlamento. Sono inoltre previste una banca dati comune di intelligence sulle interferenze, una task force esecutiva contro la disinformazione, piattaforme condivise e un ampliamento dei mandati di Europol, della Procura europea e di Frontex.

Non si tratta dunque di una semplice campagna di alfabetizzazione digitale o di un programma per insegnare ai cittadini a distinguere una notizia falsa da una vera. È un progetto istituzionale più ampio, nel quale sicurezza, intelligence, regolazione delle piattaforme e gestione del discorso pubblico tendono a convergere. La democrazia viene protetta attraverso un apparato che, per funzionare, deve sorvegliare, classificare, sanzionare e intervenire.

Il rischio consiste nel trasformare una minaccia concreta in una categoria politica elastica, capace di comprendere tutto ciò che mette in discussione la narrazione dominante. La distinzione tra propaganda, opinione sgradita, errore giornalistico, critica politica e interferenza straniera diviene così ancor più nebulosa. Proprio per questo dovrebbe essere sottoposta a garanzie rigorose, verifiche indipendenti e procedure trasparenti. Nel documento, invece, il principio della libertà di espressione viene evocato, ma le garanzie concrete appaiono molto meno definite rispetto agli strumenti repressivi e operativi.

La Russia come risposta universale

La relazione attribuisce a Mosca un ruolo centrale nella destabilizzazione delle società europee. Le reti di bot, le fabbriche di troll, le campagne coordinate e gli attacchi alle infrastrutture digitali vengono presentati come componenti di una strategia russa diretta contro la stabilità dell’Unione. Le accuse possono essere fondate in diversi casi, ma il problema politico nasce dalla sproporzione con cui il documento distribuisce l’attenzione tra i diversi attori internazionali.

La Russia è indicata come il principale pericolo, mentre Cina, Iran, Corea del Nord e Bielorussia vengono inseriti nello stesso quadro. Gli Stati Uniti, invece, restano sostanzialmente fuori campo, come se Washington non avesse mai esercitato influenza sulle dinamiche politiche europee, non avesse mai sostenuto forze politiche, finanziato organizzazioni, orientato dibattiti o utilizzato la comunicazione pubblica come strumento di pressione. È una rimozione piuttosto curiosa, soprattutto mentre l’amministrazione Trump prepara un programma da almeno 25 milioni di dollari per organizzazioni conservatrici europee, con 4 milioni destinati a media e giornalisti impegnati su sovranità nazionale, libertà di parola e valori religiosi.

Il programma americano viene presentato da Washington come un’iniziativa per rafforzare la libertà di espressione e i legami transatlantici. Ma se un governo straniero finanzia soggetti politici e mediatici all’interno dell’Unione, il fenomeno dovrebbe essere analizzato con gli stessi criteri applicati alle attività russe. Non perché ogni finanziamento straniero sia automaticamente illecito, ma perché la coerenza dovrebbe essere il requisito minimo di una politica che pretende di difendere la democrazia.

Nel 2025, durante la campagna elettorale tedesca, Elon Musk sostenne pubblicamente l’AfD, mentre il vicepresidente statunitense JD Vance incontrò Alice Weidel a Monaco e attaccò apertamente i governi europei. Musk intervenne anche attraverso X, offrendo alla formazione tedesca una visibilità internazionale che non aveva nulla di neutrale.

Naturalmente, non ogni dichiarazione di un imprenditore americano costituisce un’operazione di intelligence. Ma se l’interferenza straniera viene definita in termini così estesi da comprendere campagne digitali, finanziamenti, sostegno mediatico e influenza sui processi elettorali, allora non è possibile applicare il concetto soltanto al nemico ufficiale. Altrimenti lo Scudo europeo non diventa uno strumento di difesa democratica, ma un dispositivo selettivo: protegge l’Europa dalle influenze che Bruxelles considera ostili e considera fisiologiche quelle provenienti dal campo geopolitico amico.

La questione è ancora più delicata quando il Parlamento invita a passare dalla difesa alla “deterrenza attiva”, valutando misure offensive contro infrastrutture logistiche e digitali collegate alle attività russe. Il documento propone inoltre capacità per operazioni informative offensive, compresa la diffusione diretta di informazioni verso le popolazioni di Russia e Bielorussia.

La formula è significativa. Se l’Unione risponde alla propaganda con una propria operazione informativa, la differenza non può essere stabilita semplicemente dal fatto che una parte si definisca democratica e l’altra autoritaria. La differenza dovrebbe risiedere nei metodi, nella trasparenza, nella verificabilità delle informazioni e nella possibilità di contestare pubblicamente le decisioni. Altrimenti la propaganda cambia soltanto uniforme: da una parte il Cremlino, dall’altra Bruxelles, entrambi convinti che il problema sia sempre la manipolazione dell’avversario e mai la propria.

Il riarmo sotto la protezione della democrazia

Lo Scudo europeo nasce in un contesto nel quale l’Unione sta aumentando la spesa militare, discutendo nuovi strumenti di sicurezza e cercando di costruire una capacità strategica più autonoma. Il collegamento tra contrasto alla disinformazione e rafforzamento della difesa non è casuale. La guerra in Ucraina ha esteso il concetto di conflitto ben oltre il campo di battaglia, includendo infrastrutture, reti energetiche, sistemi informatici, media e percezione pubblica.

Tuttavia, quando ogni dissenso viene ricondotto al rischio di destabilizzazione, il consenso alla politica di riarmo può essere costruito attraverso la paura. Criticare l’invio di armi, contestare una sanzione, chiedere negoziati o mettere in discussione la strategia europea può diventare sospetto non perché sia dimostrato un legame con una potenza straniera, ma perché indebolisce la compattezza politica richiesta in una fase di mobilitazione.

La relazione insiste sulla demonetizzazione dei contenuti classificati come disinformazione e chiede sanzioni severe per le grandi piattaforme che non rispettino le norme europee. Il problema è capire chi avrà il potere di decidere quali contenuti debbano essere demonetizzati e sulla base di quali criteri. Una notizia falsa può essere individuata attraverso una verifica fattuale. Un’opinione filo-russa, una critica alla Nato o una lettura alternativa della guerra, invece, non diventano automaticamente disinformazione soltanto perché risultano sgradite alla maggioranza parlamentare.

La democrazia non si difende rendendo impossibile l’errore, né affidando a un apparato istituzionale il compito di stabilire in anticipo quali opinioni siano ammissibili. Si difende attraverso il pluralismo, il confronto, la trasparenza dei finanziamenti, l’indipendenza dei media e la possibilità di contestare anche le versioni ufficiali. Se per combattere la propaganda si costruisce una macchina capace di produrre contropropaganda, l’Unione costruirà una propria architettura informativa; per combattere le interferenze, svilupperà operazioni offensive; per tutelare la libertà di espressione, introdurrà nuovi strumenti di classificazione e sanzione. E mentre il riarmo avanzerà sotto la copertura lessicale della resilienza, chiunque chieda conto delle scelte strategiche rischierà di essere trattato come un problema di sicurezza.

La democrazia europea, a quel punto, sarà certamente più protetta. Resta da capire da chi.

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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