www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Dal marzo 2026 fino a 700 militari italiani sono schierati in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein contro missili e droni iraniani, con SAMP-T ed Eurofighter, tenuti fuori dal Parlamento tramite un cavillo del decreto missioni. Crosetto, il ministro della difesa che”non sapevo nulla” dell’attacco del 28 febbraio.
700 soldati italiani nel Golfo
Dalla seconda metà di marzo l’Italia tiene schierati in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein centinaia di militari nell’ambito della Task Force Air-Arabia, comandata dal colonnello Michele Schiavi. Il ministero della Difesa parla ufficialmente di circa 400 uomini dell’Aeronautica, cifra confermata da una nota sul sito istituzionale; Repubblica e Il Giornale alzano il conto ad almeno 700 se si include anche la Task Force Land-Arabia, un contingente terrestre di circa 300 militari con tanto di batteria SAMP-T, radar Kronos e sistema d’artiglieria contraerea Skynex distribuiti tra Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati.
Sul terreno, oltre ai cannoni antidrone e alle batterie missilistiche, operano caccia Eurofighter e l’aereo di allerta precoce Gulfstream E-550A CAEW: un dispositivo di difesa aerea completo, pensato esplicitamente — recita la nota del dicastero — per “sorveglianza e difesa dello spazio aereo” a supporto dei partner del Golfo contro gli attacchi missilistici e i droni iraniani. Difficile trovare un modo più elegante per dire che l’Italia partecipa attivamente, con mezzi e personale, a un teatro di guerra in corso.
Il problema, prima ancora che militare, è procedurale. La scheda 4 della delibera missioni 2026 autorizza il personale italiano in Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein e Qatar. L’Arabia Saudita non compare, né compariva a maggio, quando la delibera fu presentata alle Camere. Il governo ha aggirato l’ostacolo modificando il Decreto Missioni in modo da indicare non più singoli paesi ma un’intera area geografica, così da permettere trasferimenti di uomini e mezzi senza un nuovo passaggio parlamentare, a patto che il numero complessivo resti invariato.
Una soluzione tecnicamente ineccepibile e politicamente vergognosa: il Parlamento, maggioranza e opposizione comprese, ha scoperto sui giornali dove sono di stanza i propri soldati. I capigruppo Pd in commissione Esteri e Difesa — Alfieri, Amendola e Graziano — hanno presentato interrogazioni parlamentari chiedendo chiarezza su una task force operante in un teatro “caratterizzato da tensioni crescenti”, ricevendo fin qui il silenzio che di solito accompagna le domande scomode.
Il ministro che non sapeva, e il caso del cellulare scarico
A rendere la vicenda ancora più istruttiva è il precedente che la accompagna. Il 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele avviarono l’offensiva contro l’Iran, Guido Crosetto dichiarò pubblicamente di non essere stato informato dell’operazione. Il ministro della Difesa italiano si trovava in quei giorni a Dubai, ufficialmente impegnato a riportare a casa la figlia da un soggiorno di studio all’estero; il cellulare, secondo la versione fornita, risultava irraggiungibile da ore per batteria scarica. Un alibi tecnicamente plausibile quanto imbarazzante per chi guida il dicastero da cui dipende, tra le altre cose, proprio la Task Force Air-Arabia: possibile che il responsabile politico della difesa italiana non avesse, in tutto il Golfo Persico, un solo canale di comunicazione alternativo a un telefono scarico? La domanda, va detto, non ha ricevuto risposta migliore di quella data al Parlamento sulla presenza dei nostri militari in Arabia Saudita.
Interessi nazionali, o allineamento automatico?
La retorica ufficiale insiste sulla tutela degli “interessi nazionali primari” e sulla necessità di contrastare una crisi energetica che colpirebbe cittadini e imprese italiane — formula abbastanza elastica da giustificare quasi ogni schieramento militare all’estero, purché pronunciata con il tono grave riservato alle emergenze. Ma se davvero l’Italia partecipa, con caccia, batterie missilistiche e radar volanti, alla difesa aerea di un fronte attivo contro missili e droni iraniani, allora la distinzione tra “sostegno logistico ai partner del Golfo” e “belligeranza di fatto” si assottiglia fino a scomparire.
Chiamarla missione di sorveglianza, mentre si tengono all’oscuro Parlamento e opinione pubblica per cinque mesi, è l’ennesima dimostrazione che in Italia la trasparenza sulle scelte di politica estera resta un optional, attivabile solo quando qualche cronista più insistente della media riesce a scovarla tra le righe di un decreto.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Fermi ad Hormuz, Trump e la guerra che l’America non riesce più a vincere
- Gaza distrutta, ma l’Europa continua a fare affari con Israele
- Campo largo o campo santo? Il centrosinistra continua a scambiare i sondaggi per un progetto
- Era meglio quando c’erano gli Squallor
E ti consigliamo
- Gli analfoliberali
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













