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Gli italiani rifiutano la guerra, ma una cultura fondata su competizione, prestazione e vittoria l’ha resa pensabile come destino inevitabile. Quando diplomazia, mediazione ed emancipazione collettiva scompaiono, la logica del mercato finisce per parlare il linguaggio della guerra.
No alla guerra. La scissione tra volontà e mentalità
È vero, gli italiani sono in grandissima parte contro la guerra. Esprimono questa volontà con assoluta convinzione, forse ancora troppo poco rappresentata a livello politico. L’orrore per la distruzione portata dai conflitti è di certo argomentazione razionale portata da una lucida consapevolezza emotiva di fronte alle immagini delle macerie, della disperazione dei profughi, dell’apparizione mastodontica della morte.
Però, nonostante questa conoscenza minuziosa della distruzione, la guerra appare oggi come scelta non indicibile. Una prospettiva accettata in termini di destino inesorabile, al pari delle crisi economiche, dell’austerità, della precarietà esistenziale.
L’accettazione inerme di un futuro così oscuro, così distruttivo non ha a che fare solo con una visione fatalista dell’evoluzione umana. Difatti, l’ideologia neoliberale, per essere accettata come buon senso comune, ha dovuto immaginare una letteratura in cui le crisi economiche fossero ridotte a elementi naturali della vita associata, spogliandole di soluzioni politiche. Nell’accettazione passiva della futura guerra vi è un passaggio in più, che ha a che fare con la missione pedagogica del neoliberalismo nei confronti dell’individuo. Nessuno pone mai l’accento su uno dei pilastri ideologici del neoliberalismo: la fabbricazione del soggetto imprenditoriale.
L’idea che il soggetto, per calarsi nella dinamica produttiva, dovesse aspirare continuamente al benessere personale e al massimo godimento, ha rappresentato il chiavistello perché la contrazione dei diritti sociali in ragione della massimizzazione dei profitti, fosse accettata anche dalle classi subalterne.
La chiave per raggiungere quell’accumulazione di capitale sociale che avrebbe consentito una rappresentazione dinamica e appagata di sé stessi consisteva nell’introiettare il principio di prestazione ed elevarlo a unico criterio emancipatore dell’esistenza. In ragione di ciò il programma politico dello Stato, mutuato dalla governance aziendale, doveva basarsi sull’efficienza prestazionale e sulla valutazione performativa.
La costruzione di questo “saper essere” serviva a esaltare l’idea ordinatrice della potenza di sé in capo a ogni singolo essere umano. E siccome lo Stato neoliberale governa gli uomini come gli individui governano sé stessi, ecco che la potenza di sé ha sostituito, nell’immaginario collettivo, la ricerca della buona società o la costruzione politica della giustizia. Il management, così come la governance, hanno il compito di arruolare le personalità alla potenza capitalista e di disciplinare la volontà individuale alla logica performativa.
La padronanza di sé diventa elemento essenziale del buon cittadino che ha il dovere di scegliere razionalmente il proprio futuro pena l’invisibilità. La concorrenza determina un mondo di vincitori e vinti. Nessuna soluzione politica potrà mai scardinare la classifica finale.
Ecco, la cultura di guerra non è altro che la diretta conseguenza di questa volontà di potenza ormai espansa in qualsiasi interstizio delle società occidentali. La missione prestazionale ottunde qualsiasi opera di mediazione e impagina il vocabolario della mentalità imprenditoriale dove il risultato è da raggiungere con ogni mezzo. Scompaiono dall’orizzonte sia l’utilità della diplomazia sia la ricerca della democrazia.
La guerra diventa lessico che racconta neutralmente la quotidianità, una possibilità contemplata dalla razionalità manageriale sempre attenta a perfezionare l’arte del problem solving. Così come per la disoccupazione, le delocalizzazioni e le diseguaglianze. La propensione alla guerra si affaccia quando scompaiono dall’agenda il conflitto democratico e la lotta per l’emancipazione collettiva. In quel preciso momento diventa un’ipotesi credibile.

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