L’ambasciatore italiano difende il monopolio USA sull’IA e accusa la Cina di essere troppo generosa

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Ospite a Tagadà, l’ambasciatore Sequi boccia la proposta cinese di IA open source ai BRICS perché “sfugge al mercato”, difendendo implicitamente il monopolio americano. Un caso di studio sul colonialismo culturale interiorizzato da parte della diplomazia italiana.

Un ambasciatore italiano in tv spiega che l’IA americana va bene perché fa soldi, quella cinese no perché è gratis

Partiamo dall’antefatto: il 4 settembre 2026, al vertice dei BRICS di Nuova Delhi, il presidente cinese Xi Jinping ha presentato ai paesi del Sud globale una proposta di intelligenza artificiale interamente open source, articolata secondo l’agenzia Xinhua e ripresa dall’Ansa in tre pilastri: cooperazione nello sviluppo di modelli linguistici di grandi dimensioni, organizzazione di seminari e corsi di formazione specializzati, e costruzione di un ecosistema aperto per l’intelligenza artificiale accessibile ai paesi membri del blocco, che comprende oggi undici Stati tra cui Russia e India. Alla proposta si è accompagnata l’annuncio di un sistema di pagamenti internazionali alternativo ai circuiti finanziari occidentali, altro tema ricorrente nell’agenda dei BRICS degli ultimi anni.

Commentando questi sviluppi ospite a Tagadà, il programma di La7 che ha fatto spesso dell’assertività anti-russa e anti-Sud globale un tratto distintivo del proprio palinsesto, l’ambasciatore Ettore Sequi ha tenuto a precisare che l’intelligenza artificiale occidentale non è open source, essendo di proprietà privata e di produzione statunitense, ma che comunque «è sul mercato», cioè disponibile secondo le logiche ordinarie della valorizzazione capitalistica.

Alludendo poi alla fotografia scattata a conclusione del vertice, in cui Putin, Modi e Xi si stringono la mano, Sequi ha posto ai telespettatori una domanda retorica il cui contenuto implicito era piuttosto trasparente: ci si può fidare di questi tre leader? La costruzione argomentativa merita di essere isolata, perché è un piccolo capolavoro di equilibrismo concettuale: chi rende open source una tecnologia che, per sua natura costitutiva, si nutre dell’intero patrimonio di conoscenza prodotto dall’umanità intera, diventa sospetto proprio per questo, mentre chi la tiene chiusa dentro un perimetro proprietario e ne fa un prodotto commerciale resta, evidentemente, la scelta rassicurante.

Il paradosso di un diplomatico che difende l’oligopolio sbagliato

C’è una circostanza biografica che rende questa uscita ancora più interessante da analizzare: Sequi ha maturato una parte significativa della propria carriera diplomatica proprio negli Stati Uniti, ambasciata che notoriamente non è considerata un incarico di ripiego nella gerarchia della Farnesina.

Eppure, da europeo qual è, non sembra porsi minimamente il problema che l’intera infrastruttura dell’intelligenza artificiale globale sia oggi concentrata in mani americane, con un ritardo europeo nel settore che gli osservatori più prudenti definiscono strutturale e quelli meno prudenti definiscono irrecuperabile.

Il rischio geopolitico che desta la sua preoccupazione non è dunque l’esclusiva a stelle e strisce su una tecnologia destinata a ridisegnare rapporti di potere globali per i prossimi decenni, ma la mossa cinese di renderne una versione accessibile a chi, storicamente, da quei rapporti di potere è sempre rimasto escluso. Vale la pena notare, per completezza, che a beneficiare economicamente dello sfruttamento commerciale dell’IA proprietaria sarebbero soprattutto le aziende americane, non quelle europee: un dettaglio che rende la difesa d’ufficio del modello statunitense ancora meno comprensibile in termini di interesse nazionale italiano o continentale.

Un corpo diplomatico che ha smesso persino di fingere

La vicenda, presa isolatamente, potrebbe apparire un aneddoto da salotto televisivo, uno dei tanti che popolano il palinsesto delle trasmissioni di approfondimento politico italiane. Ma diventa sintomatica se la si legge come ennesimo caso di studio di un fenomeno più ampio, quello che potremmo definire, senza troppe cautele lessicali, colonialismo culturale interiorizzato: una parte rilevante dell’intellighenzia italiana non sembra rispondere in prima istanza agli interessi nazionali che dovrebbe istituzionalmente rappresentare, quanto piuttosto riflettere, quasi per automatismo culturale, le priorità e le ansie geopolitiche di un blocco euro-atlantico di cui l’Italia è comprimaria, non protagonista.

La particolarità di questo caso non sta nell’esistenza di un simile allineamento, tutt’altro che nuovo nella storia della diplomazia italiana del dopoguerra, ma nella naturalezza quasi disarmante con cui viene esibito, senza percepire alcuna contraddizione tra il ruolo istituzionale ricoperto, nel caso di un mabasciatore, e il posizionamento ideologico che se ne ricava in diretta televisiva.

Chi conosce la macchina amministrativa italiana sa che la Farnesina viene generalmente considerata, e non a torto, tra le strutture burocratiche più efficienti e selettive dell’intero apparato pubblico nazionale. Proprio per questo è un indicatore piuttosto attendibile della postura culturale complessiva della classe dirigente italiana. Se la parte più qualificata dell’amministrazione pubblica produce, quando si tratta di leggere gli equilibri geopolitici globali, ragionamenti costruiti su questa asimmetria valutativa, la fotografia che ne emerge riguarda meno la persona del singolo e molto di più il destino politico e culturale di un paese che continua a scambiare la subalternità per appartenenza a un blocco di civiltà.

 

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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