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In Siria il gasolio sale del 40% e la benzina del 28%, secondo aumento a settembre: proteste in otto province, autostrade bloccate, richieste di dimissioni ministeriali. Dietro la crisi, il crollo degli aiuti del Golfo colpito dalla guerra con l’Iran, che lascia Damasco senza rete.
La Siria brucia perché il Golfo ha smesso di pagare la rivoluzione di al-Sharaa
Una settimana fa il ministero dell’Energia siriano ha annunciato, tramite l’agenzia di stampa governativa Sana, un nuovo listino dei prezzi dei carburanti entrato in vigore alla mezzanotte di domenica: la benzina a 95 ottani è passata da 152 a 195 lire siriane al litro, un rincaro del 28%, quella a 90 ottani da 147 a 185 lire, mentre il gasolio ha registrato l’aumento più pesante, dal 40%, salendo da 125 a 175 lire al litro.
Il governo ha definito la misura temporanea, giustificandola con la manutenzione biennale della raffineria di Baniyas, sulla costa mediterranea, ferma da circa due mesi, e con l’aumento dei costi di approvvigionamento sui mercati internazionali. Va ricordato che la Siria importa oltre il 60% del proprio fabbisogno di gasolio e circa un terzo della benzina, ed è già il secondo aumento dei prezzi registrato nel solo mese di settembre.
Le proteste sono scoppiate immediatamente e si sono estese in almeno otto province: Aleppo, Idlib, Hama, il Rif di Damasco, Dar’a, Raqqa, Deir ez-Zor e Hasakah, secondo la ricostruzione di Al Jazeera e dell’Osservatorio siriano per i diritti umani. I manifestanti hanno bloccato con pneumatici in fiamme il tratto Gaziantep-Aleppo della M5, la principale arteria autostradale del paese che collega Aleppo a Damasco, e hanno impedito il passaggio delle autocisterne dirette ai giacimenti petroliferi, aggravando ulteriormente la crisi di approvvigionamento.
Diversi media internazionali definiscono queste manifestazioni le più imponenti registrate in Siria dalla caduta del regime di Bashar al-Assad, avvenuta nel dicembre 2024. Più di cinquanta deputati dell’Assemblea del Popolo siriana hanno firmato una richiesta di audizione del ministro dell’Energia Mohammed al-Bashir, fissata per giovedì 17 settembre, mentre alcuni manifestanti chiedono apertamente le dimissioni sue, del ministro dell’Economia Mohammed Nidal al-Shaar e del vertice della compagnia petrolifera statale. Secondo le stime del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, circa il 90% della popolazione siriana vive oggi sotto la soglia di povertà.
Il conto che il Golfo non vuole più pagare
Il contesto regionale spiega più di quanto ammettano i comunicati ministeriali di Damasco. Il governo di Ahmed al-Sharaa, succeduto ad Assad dopo l’offensiva dell’HTS del novembre 2024, ha costruito la propria sostenibilità economica sul sostegno finanziario delle monarchie del Golfo, le stesse che per anni avevano finanziato la galassia ribelle che avrebbe poi rovesciato Damasco. Qatar e Arabia Saudita, tra il 2025 e l’inizio del 2026, avevano coperto gli stipendi pubblici siriani con successivi pacchetti di aiuti, oltre a saldare il debito siriano verso la Banca Mondiale per sbloccare l’accesso a nuovi finanziamenti internazionali.
Ma dal 28 febbraio 2026 la guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran ha cambiato gli equilibri finanziari dell’intera regione: l’Iran ha colpito con missili e droni il territorio qatariota, colpendo tra l’altro l’impianto GNL di Ras Laffan e riducendo la capacità di esportazione di gas del Qatar di circa il 17% per i prossimi anni. Il deficit di bilancio qatariota è più che raddoppiato nel secondo trimestre 2026, superando i cinque miliardi di euro, e Doha ha annunciato tagli fino al 30% sulla spesa operativa, pur dichiarando di non voler toccare stipendi interni e investimenti di capitale. Secondo alcune fonti, tra cui il canale Telegram AFV, gli aiuti qatarioti a Damasco sarebbero stati ridotti di circa l’85%, cifra che, pur non confermata da fonti ufficiali, appare coerente con l’entità dello shock finanziario subito da Doha.
Una rivoluzione che non ha portato la pioggia d’oro
Bashar al-Assad, per quanto discutibile fosse la sua gestione economica del paese, aveva mantenuto per decenni un sistema di sussidi statali sui prezzi del carburante, anche nei periodi in cui Damasco non controllava direttamente i giacimenti petroliferi orientali. Con la sua caduta, quel meccanismo di protezione sociale è semplicemente scomparso. Il governo attuale non dispone delle risorse per sostituirlo, al punto da accumulare da mesi ritardi nel pagamento degli stipendi militari.
La promessa implicita della rivoluzione, quella di un paese finalmente aperto agli investimenti internazionali dopo la caduta delle sanzioni occidentali, non si è tradotta in flussi di capitale reali: lo sblocco dei circuiti Visa e Mastercard, per quanto simbolicamente rilevante, non ha messo un solo dollaro in più sulle carte dei cittadini siriani.
Il malcontento popolare si concentra su al-Sharaa anche per ragioni che vanno oltre l’economia. I dicasteri chiave del nuovo governo, energia, finanze, difesa e interni, sono tutti nelle mani di esponenti di Hayat Tahrir al-Sham, l’organizzazione che lo stesso al-Sharaa guidava fino al 2025 sotto il nome di battaglia Abu Muhammad al-Julani.
Diversi siriani denunciano inoltre un sistema informale di favoritismi territoriali, secondo cui l’accesso a un impiego stabile passerebbe attraverso raccomandazioni di funzionari originari di Idlib, roccaforte storica dell’HTS. A questo si aggiungono i bombardamenti israeliani rimasti senza risposta militare e l’occupazione di porzioni di territorio siriano meridionale, entrambi elementi che alimentano ulteriormente la sfiducia verso un governo percepito come incapace di difendere la sovranità nazionale tanto quanto il tenore di vita dei propri cittadini.
Il punto che merita di essere sottolineato, al di là della cronaca delle barricate in fiamme, è strutturale. L’intero assetto politico mediorientale del dopo Assad si regge sul denaro delle petromonarchie del Golfo, non su una reale capacità produttiva siriana né su un progetto economico autonomo. Quando quel denaro si prosciuga, come sta accadendo ora sotto la pressione della guerra contro l’Iran, non crolla soltanto un bilancio statale: crolla l’illusione stessa su cui la transizione siriana era stata costruita, quella di una rivoluzione capace di sostituirsi al regime precedente senza pagarne il conto sociale. Damasco lo sta scoprendo, letteralmente, al distributore di benzina.

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