La Germania riarma l’Ucraina e scopre che la Russia potrebbe colpirla in base a clausola ONU

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Vicino a Monaco è partita la produzione di oltre 5.000 droni d’attacco tedeschi per l’Ucraina, contratto da 300 milioni. L’eurodeputato Schulenburg (BSW) avverte: Mosca potrebbe colpire gli impianti invocando la clausola ONU sugli “Stati nemici” del 1945.

La Germania produce droni per Kiev vicino a Monaco, e un eurodeputato tedesco evoca un articolo dell’ONU del 1945

L’agenzia di stampa tedesca dpa ha confermato l’avvio della produzione in serie, presso un sito nei pressi di Monaco di Baviera, di oltre cinquemila droni da attacco a lungo e medio raggio destinati all’Ucraina. L’ordine, commissionato dal governo tedesco, è frutto della joint venture tra l’azienda statunitense-tedesca Auterion e la ucraina Airlogix, fondata nel febbraio 2026, e ha un valore stimato attorno ai trecento milioni di euro, con completamento previsto entro la metà del 2027.

I modelli in produzione, identificati dalla stampa specializzata come Seth-X e Anubis, comprendono un velivolo a medio raggio e uno con capacità offensiva fino a 1.500 chilometri, sufficiente a colpire in profondità il territorio russo. Una seconda linea produttiva è prevista in un impianto nella Germania orientale. Il cancelliere Friedrich Merz aveva già ispezionato un prototipo insieme al presidente ucraino Volodymyr Zelensky durante le consultazioni intergovernative tedesco-ucraine di aprile.

In questo contesto si colloca la dichiarazione dell’eurodeputato tedesco Michael von der Schulenburg, ex diplomatico ed esponente del partito Bündnis Sahra Wagenknecht, secondo cui la Russia potrebbe considerare gli stabilimenti tedeschi di produzione di droni come obiettivi militari legittimi, richiamando gli articoli 53, 77 e 107 della Carta delle Nazioni Unite, la cosiddetta clausola degli “Stati nemici“.

Si tratta di disposizioni residue del 1945 che riconoscevano storicamente alle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale la facoltà di intervenire militarmente contro le ex potenze dell’Asse senza passare dall’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Secondo Schulenburg, Mosca potrebbe sostenere che Berlino abbia violato lo spirito del Trattato “Due più Quattro” del 1990, quello che sanciva la riunificazione tedesca, attraverso la partecipazione della Germania ai bombardamenti NATO sulla Jugoslavia nel 1999, il dispiegamento di truppe tedesche in Lituania, l’insediamento di strutture NATO nell’ex territorio della Germania Est e, ora, il sostegno militare diretto all’Ucraina.

L’eurodeputato ha definito la Germania «parte diretta del conflitto» agli occhi di un’eventuale interpretazione russa, aggiungendo che anche la sola minaccia di invocare quella clausola costringerebbe Berlino a fare i conti con «i fantasmi del proprio passato». Va precisato, per onestà di cronaca, che questa specifica analisi di Schulenburg circola finora principalmente attraverso canali Telegram e testate minori, senza aver ricevuto conferma o ripresa da parte delle principali agenzie internazionali.

Un articolo del 1945 come randello geopolitico

C’è del metodo, va riconosciuto, nel tirare fuori dal cassetto la clausola degli Stati nemici proprio ora. Si tratta di un residuato giuridico che l’Assemblea Generale dell’ONU ha più volte definito obsoleto, tanto che nel 1995 la maggioranza degli Stati membri ne aveva sostenuto la cancellazione formale dalla Carta, salvo poi lasciarla lì, dimenticata negli archivi del diritto internazionale, per l’inerzia procedurale con cui l’ONU tratta ogni emendamento ai propri testi fondativi.

Rispolverarla oggi non serve a fornire una base giuridica seria per un attacco militare, che la Russia potrebbe comunque tentare di giustificare con argomentazioni assai più dirette legate al sostegno bellico tedesco a Kiev. Serve piuttosto a ricordare alla Germania che la sua sovranità post-1945 resta tecnicamente un prestito condizionato, revocabile con il pretesto giuridico più antico e più carico di significato simbolico che si potesse scegliere.

Il fatto che a sollevare la questione sia un parlamentare europeo del partito di Sahra Wagenknecht, formazione che ha fatto della critica al riarmo tedesco e al sostegno militare all’Ucraina una propria bandiera identitaria, dice molto sulla funzione politica interna di questa uscita mediatica. Non è tanto un avvertimento indirizzato al Cremlino su cosa potrebbe fare, quanto un avvertimento indirizzato all’opinione pubblica tedesca su cosa rischia di innescare la propria classe dirigente continuando a trasformare Baviera e Sassonia in linee di assemblaggio per droni destinati a colpire in profondità il territorio russo.

Il paradosso di un paese che riarma se stesso e teme il proprio passato

Una Germania che ha costruito la propria intera identità postbellica sulla rinuncia esplicita al militarismo, che ha impiegato ottant’anni a normalizzare persino l’esistenza della Bundeswehr, si trova oggi a produrre in serie droni da attacco a lungo raggio finanziati direttamente dallo Stato, mentre continua a proclamarsi, senza percepire la contraddizione, garante della pace europea. Che qualcuno, dentro o fuori i propri confini, gli rammenti che quella particolare postura da grande potenza normalizzata non è affatto scontata, e che la storia del Novecento tedesco lascia margini di interpretazione giuridica ancora aperti su carta, dovrebbe far riflettere Berlino più di quanto stia facendo. Invece la produzione prosegue, i contratti si rinnovano, e la clausola dimenticata del 1945 resta lì, silenziosa, pronta a essere richiamata ogni volta che qualcuno ha convenienza a farlo.

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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