Bin Salman va al Cairo a chiedere aiuto, ma nessuno vuole combattere la sua guerra

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Bin Salman vola al Cairo dopo che gli Houthi hanno conquistato Mokha e tre isole vicino a Bab el-Mandeb e un loro drone ha rischiato di colpire la Mecca. Riad, prima potenza militare della regione per spesa, non trova alleati disposti a combattere al suo fianco. Al-Sisi promette solo parole.

Mohammed bin Salman corre al Cairo mentre un drone Houthi punta La Mecca e il petrolio saudita resta bloccato

Martedì il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha incontrato al Cairo il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, cercando un sostegno politico e strategico di fronte all’intensificarsi delle offensive del movimento yemenita Ansar Allah, meglio noto come Houthi. L’incontro arriva a ridosso di un episodio dal forte valore simbolico: le difese aeree saudite hanno intercettato e abbattuto un drone kamikaze lanciato dagli Houthi in direzione della Mecca, prima che entrasse nello spazio aereo rigorosamente proibito sopra la città santa.

Riad ha condannato l’attacco come un’aggressione diretta al luogo più sacro dell’Islam, mentre il portavoce del bureau politico di Ansar Allah, Mohammed al-Farah, ha negato categoricamente che la Mecca fosse l’obiettivo, definendo la ricostruzione saudita una menzogna costruita per compattare il mondo musulmano contro lo Yemen.

Al netto della propaganda reciproca, i fatti sul terreno raccontano un’offensiva Houthi in evidente crescita di intensità. Le forze del movimento hanno conquistato negli ultimi giorni la città portuale di Mokha e tre isole strategiche vicino allo stretto di Bab el-Mandeb, rafforzando la propria capacità di condizionare il traffico marittimo in una delle rotte energetiche più trafficate del pianeta.

L’oleodotto East-West, principale infrastruttura saudita per l’esportazione di greggio verso il Mar Rosso, resterà secondo fonti regionali largamente fuori servizio per settimane a causa dei danni subiti, con una perdita stimata di diversi milioni di barili al giorno sottratti al mercato.

La combinazione tra le interruzioni allo stretto di Hormuz, già compromesso dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran scoppiata il 28 febbraio 2026, e i nuovi blocchi sul fronte del Mar Rosso ha contribuito a spingere verso l’alto i prezzi globali del petrolio.

Al termine del vertice, i due leader hanno dichiarato un impegno condiviso per la libertà di navigazione nel Mar Rosso e a Bab el-Mandeb, mentre l’ufficio di al-Sisi ha parlato genericamente di posizione egiziana «incrollabile» a sostegno di Riad, senza però annunciare né tempistiche né modalità operative concrete. Secondo diverse fonti diplomatiche, l’Egitto considera improbabile un dispiegamento di truppe proprie sul terreno yemenita.

Un gigante militare che non trova alleati disposti a combattere

Colpisce, in questa vicenda, il contrasto tra la potenza di fuoco teorica saudita e la sua incapacità di tradurla in risultati sul campo. L’Arabia Saudita, tra i primi cinque paesi al mondo per spesa militare, con un bilancio della difesa che nel 2025 ha superato i settantadue miliardi di dollari, guida da oltre un decennio una coalizione che avrebbe dovuto, secondo le previsioni iniziali del 2015, chiudere la partita yemenita in poche settimane.

Undici anni e centinaia di miliardi di dollari dopo, Ansar Allah non solo esiste ancora, ma sta guadagnando terreno, conquistando città portuali e minacciando direttamente la città più sacra del regno che l’ha bombardato per un decennio. Riad, secondo quanto trapelato, ha già tentato di ottenere sostegno operativo da Turchia, Pakistan e Israele, senza risultati concreti, mentre i meccanismi di difesa collettiva del Consiglio di Cooperazione del Golfo si sono rivelati, ancora una volta, più efficaci nei comunicati stampa che sul terreno.

Il denaro non compra alleati quando manca la volontà politica

Il viaggio al Cairo, letto in questa chiave, non è tanto la mossa di una potenza regionale forte che cerca partner alla pari, quanto il segnale di un principe ereditario che scopre, con qualche anno di ritardo, che il denaro da solo non produce sicurezza militare quando manca una volontà politica condivisa di rischiare vite e risorse altrui per una guerra che il resto della regione considera, sostanzialmente, un problema saudita.

L’Egitto, gravato dalla propria crisi economica e dalla dipendenza dai transiti del Canale di Suez, ha ogni interesse a mostrarsi solidale a parole con Riad, ma nessun incentivo reale a impegnare il proprio esercito, il più numeroso del mondo arabo, in un conflitto che non controlla e da cui non trarrebbe alcun beneficio strategico diretto. Mohammed bin Salman, in fondo, sta scoprendo quello che Assad ha imparato a proprie spese in un altro angolo della regione: gli alleati compaiono volentieri per gli assegni, molto meno volentieri per i fucili.

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