Von der Leyen abbraccia il Canada mentre l’Europa reale resta fuori dalla porta

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Von der Leyen apre al Canada come primo “membro associato” Ue tra abbracci e standing ovation a Strasburgo, mentre Balcani, Ucraina e spaccature interne restano irrisolti. Un discorso solenne e autoreferenziale, mentre fuori dal castello la crisi europea continua a bussare.

Von der Leyen abbraccia il Canada a Strasburgo mentre l’Unione europea affonda tra Ucraina, dazi e ultranazionalismi

Ursula von der Leyen ha pronunciato a Strasburgo il suo sesto discorso sullo Stato dell’Unione, e il passaggio destinato a dominare le cronache dei giorni successivi è stato l’annuncio, giudicato a sorpresa dagli stessi collaboratori della presidente, dell’apertura di un percorso perché il Canada diventi il primo «membro associato» dell’Unione europea, uno status che gli attuali trattati non prevedono e che dovrà essere costruito da zero.

Dopo l’annuncio, von der Leyen è scesa dal podio per abbracciare il primo ministro canadese Mark Carney, presente in aula, tra gli applausi e una standing ovation dei parlamentari europei. La presidente ha definito la proposta «un’Alleanza per il futuro» e ha indicato come terreni di collaborazione manifattura, tecnologia, industria della difesa e sicurezza artica, sostenendo che Europa e Canada «vedono il mondo con gli stessi occhi» e credono nella democrazia come potere che «non appartiene al più forte, al più ricco o a chi alza di più la voce».

Non ha però chiarito tempistiche né modalità concrete di attuazione, mentre restano da ratificare da parte di dieci Stati membri, Italia e Francia comprese, gli accordi Ceta su cui la nuova intesa dovrebbe fondarsi.

Il contesto in cui matura questa apertura non è casuale. Il Canada di Carney, che ama definire il proprio paese «il più europeo tra quelli che non stanno in Europa», ha visto deteriorarsi rapidamente i rapporti con Washington sotto la seconda amministrazione Trump, tra minacce di annessione come «cinquantunesimo Stato», dazi aggressivi e trattative commerciali interrotte a fine agosto.

Carney è stato l’unico leader alleato degli Stati Uniti ad aver risposto ai dazi americani con contromisure proprie, rifiutando accordi ritenuti penalizzanti. Nello stesso discorso, von der Leyen ha annunciato anche la creazione di un Consiglio di sicurezza europeo e un protocollo d’emergenza costruito sul modello dell’articolo 4 della Nato, dichiarando che «gli ultranazionalisti non ci divideranno».

Restano intanto irrisolti i nodi più spinosi dell’agenda europea reale: l’allargamento accelerato all’Ucraina procede mentre i Balcani occidentali attendono da decenni fuori dalla porta, la proposta del cancelliere tedesco Friedrich Merz di rendere Kiev stessa «membro associato», avanzata a maggio, è stata lasciata cadere, e le tensioni tra i Ventisette sulla politica verso Mosca, tra Volenterosi e scettici, continuano a logorare la coesione interna del blocco.

Il castello di Prospero e la peste che bussa fuori dalle mura

C’è qualcosa di quasi letterario, e non nel senso migliore del termine, in questa sequenza di annunci solenni pronunciati mentre l’edificio europeo scricchiola sotto il peso delle proprie contraddizioni irrisolte. Viene naturale pensare alla Maschera della Morte Rossa di Edgar Allan Poe, con il principe Prospero che si barrica nel proprio castello insieme alla corte, organizzando feste sfarzose mentre fuori dalle mura la pestilenza decima la popolazione.

Von der Leyen scende dal podio per abbracciare Carney davanti a un’aula in standing ovation, disegna alleanze tecnologiche con l’Artico e la difesa comune, promette un nuovo Consiglio di sicurezza europeo, mentre l’Unione che dovrebbe governare resta paralizzata su ogni dossier che conta davvero: l’allargamento ai Balcani bloccato da vent’anni, la spaccatura tra Volenterosi e paesi scettici sulla Russia, la crisi di fiducia interna alla Nato con Washington ormai percepita come alleato inaffidabile più che come garante di sicurezza.

L’autoreferenzialità come stile di governo

Il problema non è la proposta in sé, che ha una sua logica geopolitica comprensibile in un momento in cui Ottawa cerca di diversificare le proprie alleanze lontano dall’imprevedibilità trumpiana, ma la modalità con cui viene comunicata: uno status inventato sul momento, privo di base giuridica nei trattati, annunciato con l’enfasi di una svolta epocale mentre la platea reale a cui l’Unione dovrebbe rispondere, quella dei cittadini europei alle prese con inflazione, crisi industriale e instabilità geopolitica quotidiana, resta fuori dalle mura del castello.

È lo stile di governance che l’Unione ha ormai perfezionato negli anni della presidenza von der Leyen: annunci roboanti che generano titoli di giornale e standing ovation in aula, seguiti da un silenzio quasi totale sui dettagli attuativi e su come quegli annunci si traducano in miglioramenti concreti per chi vive fuori dai palazzi di Strasburgo e Bruxelles.

Il disco continua a girare sempre sullo stesso solco, autoreferenziale e sordo agli umori reali del continente che dovrebbe rappresentare, mentre la peste, sotto forma di crisi economica, sfiducia democratica e guerre alle porte, continua a bussare senza che nessuno, nel castello, sembri intenzionato ad aprire la porta.

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (Kulturjam Edizioni), "Malagrazia" (Kulturjam edizioni).

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