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Il Pci del dopoguerra fu anche una grande macchina popolare di emancipazione, capace di trasformare costumi, famiglia, ruolo delle donne e coscienza civile. La successiva rilettura di quella storia come semplice universo patriarcale e stalinista rischia di cancellare proprio le radici sociali dei diritti conquistati negli anni Settanta.
Bonino, Pci e diritti civili: l’umanità perduta
– Fausto Anderlini*
Capita che chi non si associa al coro funebre pro Bonino venga tacciato, nientemeno, di proudhonismo, economicismo, primitivismo, maschilismo, degrado culturale (e rossobrunismo). Anche antimarxismo, visto che le figlie di Marx sfilarono con le suffragette. Un intero malleus maleficarum in punta di penna lanciato contro chi ha osato criticare la defunta a cadavere ancora caldo. O Bonino o barbarie, insomma. Fra tutti gli avvocati difensori prontamente saltati sul banco dell’accusa, meritano menzione il Masala e la Dominijanni. Se non altro per lo sfoggio di erudizione che li fa tanto rassomigliare, anche per la collocazione para-accademica, a un certo liberal-sinistrismo da cattedra, parodistica replicazione del più serioso «socialismo della cattedra» d’epoca bismarkiana.
Più in basso, fra gli scolari, abbondano quelli che levano il ditino: «non ci fossero stati i radicali» i diritti civili non sarebbero stati evasi, essendo il Pci un partito retrogrado, bacchettone, maschilista, patriarcale e, dulcis in fundo, stalinista. Un mantra talvolta recitato portando come prova la vita vissuta al suo interno.
Costoro non sanno proprio di cosa parlano, e vien da pensare che si interpretino piuttosto come comparse del Sol dell’avvenire di Nanni Moretti. Cioè proiettando il loro sé attuale, stagliato sulla falsariga Avs o Pd, sulla biografia trascorsa. Esattamente come ha fatto il noto regista cioccolataro presentando il Pci del ’56 come popolato di truci funzionari stalinisti filosovietici e di maschilisti patriarcali che maltrattavano le donne iscritte al partito, contrastato da eroiche minoranze che, se avessero vinto, avrebbero permesso al Pci di raggiungere il sol dell’avvenire diventando una Avs o un Pd con mezzo secolo di anticipo… Una imbecillità storiografica e un falso.
Siccome coi zucconi repetita non iuvant, non è qui il caso di ripercorrere la vicenda storica che si dipana dalla svolta del ’44 e dal discorso togliattiano del rapporto coi ceti medi del ’46 (tredici anni prima di Bad Godesberg). Né di fare le pulci ad una ossessione paranoica e vacuamente ribellistica che vede lo stalinismo in ogni forma di istituzionalizzazione organizzativa orientata al disciplinamento individuale.
Basterà ricordare che il partito nuovo di matrice togliattiana, proprio per la sua natura popolare, era intimamente «gradualista». Festina lente era il suo adagio. Essendo innervato nella vita popolare, trattava la tradizione, e tanto più in un Paese cattolico, con tutta la necessaria cautela, guardandosi da improvvidi radicalismi che violavano il senso comune e come tali potevano compromettere processi evolutivi di maturazione della coscienza collettiva.
Il centralismo democratico non era un sistema di conformizzazione preventiva. Piuttosto il modo con cui le decisioni da perseguire con la più ferma determinazione erano vagliate da un dibattito prolungato che le sottoponeva a verifica, permettendo la maturazione di un vasto consenso. Questo era il sistema più adatto, del resto, nella conduzione, per dirla gramscianamente, di una lunga guerra di posizione.
L’emancipazione femminile fu un obiettivo praticato con tenacia e perseveranza. L’Udi non era un comitato di suffragette, ma una organizzazione formidabile e capillare capace di coinvolgere una larga base popolare di donne. L’organizzazione del partito basata sulle sezioni (specie quelle territoriali e nelle zone culturalmente più evolute) non era affatto impregnata di maschilismo. Semmai aveva un carattere «materno» basato sull’accoglienza, la condivisione e la mutualità (ne abbiamo scritto, io e Marcella Mauthe, in «Per partito perso»). Erano condomini solidali composti dalle stesse famiglie.
I comportamenti arroganti e sessisti (pure diffusi nella classe operaia del tempo) erano banditi. Il Pci non era un partito bacchettone, piuttosto era permeato di moralità civile, essendo il suo compito l’elevamento anche spirituale e comportamentale del popolo. Il suo decalogo era scritto nella quarta paginetta della tessera, dove erano scolpiti i tratti che definivano il gentleman comunista come individuo appartenente a una nuova comunità signorile dirigente: onestà, sobrietà, gentilezza e spirito di servizio. Se era burocratico, lo era nel senso confuciano del termine.
In sintesi, l’organizzazione era anche una specie di ventre materno in regime matriarcale. La famiglia tipo alla base di questa grande comunità era la famiglia nucleare basata sull’affetto quale si dispiega nella transizione urbano-rurale del dopoguerra. Il patriarcato che segnava le grandi famiglie allargate del mondo rurale appoderato (diversa la situazione del bracciantato, specie a seguito della risicoltura, dove i costumi erano più liberi, la natalità bassa e spesso more uxorio, cosa che costituiva gran cruccio per la Chiesa…) si sgretola con grande rapidità fra i ’40 e i ’50.
I baby boomer del dopoguerra (fra i quali chi scrive) venivano da queste famiglie di nuovo tipo, capaci di grande affetto e premura (anche troppo) nell’allevamento della prole. Una spiegazione del diffondersi nei ’60 di movimenti anti-autoritari si spiega anche con il contrasto fra la nuova affettività familiare e la rigidità autoritarista di molte istituzioni. E comunque anche il mondo patriarcale rurale era stato interessato da mutamenti interni e modernizzazioni in seguito alle lotte agrarie (emblematica la storia dei fratelli Cervi passati dalla condizione mezzadrile a quella di affittuari).
Sempre considerando, guardando alla mezzadria, che il vero patriarca non era il capofamiglia che regnava su una vasta tribù di figli e di nuore, bensì l’agrario che poteva intervenire/interdire nello stesso processo riproduttivo (si rilegga quel grande libro che è «Sotto lo stesso tetto» di Marzio Barbagli…). Nella nuova famiglia nucleare i ruoli più che ascritti erano suddivisi in modo partecipato. La donna aveva un posto prioritario sia nell’amministrazione delle finanze (essenza dell’economia domestica) quanto nell’educazione dei figli. Sia che la donna lavorasse (più spesso a domicilio) sia che fosse relegata alla casalinghità, l’operaio maschio collaborava alla riproduzione e si curava del decoro e del prestigio familiare. Tornare a casa ubriachi e picchiare la moglie non era la regola ed era censurato dalla collettività come segno di depravazione.
I funzionari di partito, ovvero i quadri, non erano affatto i bolsi esemplari di una burocrazia staliniana (leitmotiv d’estrazione elitista aduso nella borghesia anticomunista), bensì individui fra i più valenti e affidabili tratti dal popolo e avviati alla politica professionale. Ad essi, con la loro attitudine vernacolare, era affidato un compito cruciale nella connessione fra l’aristocrazia dirigente di matrice intellettuale consacrata dalle gesta eroiche nella lotta contro il nazi-fascismo e la base popolare.
Le funzionarie di partito erano animate da grande passionalità emancipatoria ed avevano uno stile di vita (sovente, ma non sempre) che ne faceva una specie di clero celibatario femminile. Per occuparsi di tutte le donne, assumendone il destino collettivo in interiora feminae, erano spesso disposte a rinunciare a parti importanti della loro femminilità. Grande era la loro umanità. La donna consegnata a fare lavori umili in sezione o magari come angelo del ciclostile è una cenerentolata senza corrispettivo elaborata nella più tarda epoca dominata dall’arrivismo (maschile e femminile).
Nella grande massa di una popolazione senza titoli e in parte persino analfabeta erano nascosti legioni di geni che il partito si curava di emancipare e trarre a una funzione dirigente. Esattamente come adesso ci sono legioni di imbecilli che si palesano nella massa di individui dotati di laurea e di master…
Se dunque si arrivò nei ’70 alla grande legislazione civile (divorzio e aborto), non fu per l’irruenza demolitrice delle minoranze radicali, ma per la lunga semina nel corpo della società di quei partiti (il Pci, ma anche il Psi) composti di quelle donne e di quegli uomini.
Quando nell’estate del ’77 un nutrito corteo di giovani donne sfilò davanti alla sede della federazione provinciale al grido «dito dito orgasmo garantito», talune anche stracciando con enfasi la tessera del partito (un dettaglio subito rimarcato dall’occhiuto Manifesto), fu segno che i tempi stavano cambiando a grande e irreversibile velocità.
Veniva paradossalmente contestato come abominio patriarcale proprio quel partito e quel mondo che aveva gettato le basi di massa di una modernità temperata dall’etica collettiva e radicata nel popolo. Ad agitarsi erano proprio i baby boomers generati e allevati da quelle famiglie nucleari basate sull’etica del lavoro e della responsabilità, che li avevano riempiti di affetto e che ora venivano contestate sotto il segno di una fallace etichettatura adolescenziale. Estremo paradosso.
Il lato migliore della modernità, quella grande catena di moralità, rigore e tenerezza che aveva tenuto insieme un popolo, stava per essere spezzata. Non sapevano (non sapevamo) quanto valore si stava avviando al macero. E quanta scintillante mediocrità e ipocrisia sarebbe sopravvenuta.

* Dalle riflessioni social di Fausto Anderlini
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