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La classe media occidentale non è stata distrutta da guerre o pandemie, ma dalla globalizzazione neoliberale iniziata negli anni Novanta. Salari stagnanti, precarietà, debito e oligarchie finanziarie hanno svuotato il cuore sociale della democrazia.
In morte e resurrezione della classe media
Secondo i dati OCSE, negli ultimi trent’anni il reddito reale della classe media nelle economie occidentali è cresciuto molto più lentamente rispetto a quello delle fasce ricche, mentre il costo di abitazioni, istruzione, sanità ed energia ha divorato progressivamente il potere d’acquisto.
In Italia, l’Istat certifica da anni una stagnazione salariale praticamente unica nell’Europa occidentale: salari reali fermi da decenni, precarizzazione strutturale del lavoro, crollo della natalità e impoverimento progressivo del ceto produttivo. Non è una crisi congiunturale. È una mutazione storica.
Eppure il dibattito pubblico continua a raccontare il declino della classe media come un incidente temporaneo, magari causato dalla pandemia, dalla guerra in Ucraina o dall’inflazione energetica. Rassicurante. Soprattutto falso.
La demolizione della classe media occidentale comincia molto prima: all’inizio degli anni Novanta, nel momento esatto in cui la globalizzazione neoliberale viene celebrata come il destino inevitabile dell’umanità. Caduto il muro di Berlino, le élite economiche e finanziarie occidentali interpretarono la fine del bipolarismo come un lasciapassare per destrutturare ogni equilibrio sociale costruito nel secondo dopoguerra. Delocalizzazioni industriali, finanziarizzazione dell’economia, liberalizzazione selvaggia dei capitali, compressione salariale e privatizzazioni furono presentate come strumenti di modernizzazione. In realtà costituivano un gigantesco trasferimento di ricchezza dal lavoro alla rendita.
La classe media era l’ostacolo principale a questo processo perché rappresentava ancora una forma di stabilità sociale autonoma: piccoli imprenditori, commercianti, professionisti, impiegati qualificati, lavoratori specializzati, famiglie proprietarie della casa, individui capaci di accumulare risparmio e progettualità. Era la spina dorsale economica e culturale dell’Occidente industriale e proprio per questo andava ridimensionata.
Oggi vediamo il risultato finale: una società polarizzata in cui cresce simultaneamente il numero dei super-ricchi e quello dei lavoratori impoveriti, mentre il centro sociale si restringe come un lago prosciugato.
Dal ceto borghese al proletariato indebitato
Per comprendere la profondità della crisi bisogna liberarsi di una narrazione infantile: la classe media non coincideva semplicemente con il benessere economico. Era un sistema di valori, abitudini e aspettative storiche.
La borghesia europea, con tutti i suoi limiti e le sue ipocrisie, aveva costruito un’etica fondata sul lavoro, sull’istruzione, sulla disciplina sociale e sulla mobilità intergenerazionale. Da Balzac a Flaubert, da Thomas Mann fino ai romanzi industriali del Novecento italiano, il ceto medio veniva raccontato come un universo spesso conformista ma produttivo, culturalmente strutturato, capace di generare coesione sociale e sviluppo economico.
Nel secondo dopoguerra quel modello si democratizzò. L’americanizzazione dei costumi mediata dall compromesso socialdemocratico europeo produssero una vasta espansione della classe media occidentale. Casa di proprietà, welfare, istruzione accessibile, occupazione stabile, pensioni dignitose: non si trattava di paradisi egualitari, ma di un equilibrio storico che garantiva una relativa sicurezza sociale. Poi arrivò il neoliberismo globale.
Nel giro di pochi decenni il cittadino medio venne trasformato in consumatore indebitato. L’ascensore sociale smise lentamente di funzionare. Il lavoro stabile diventò un privilegio. L’università perse il ruolo di strumento di emancipazione e divenne spesso un costoso parcheggio precario. Persino il concetto di proprietà privata, cardine simbolico della borghesia europea, iniziò a sgretolarsi sotto il peso della speculazione immobiliare e dell’inflazione permanente.
Oggi intere generazioni vivono peggio dei propri genitori pur essendo teoricamente più istruite, più mobili e più “globalizzate”. È il grande paradosso dell’Occidente contemporaneo: mai così tante persone sono state formalmente connesse al mondo e contemporaneamente escluse dalla stabilità economica.
Nel frattempo le élite raccontano la precarietà come flessibilità, l’impoverimento come transizione e la rinuncia sociale come modernizzazione. Un capolavoro semantico degno della neolingua di Orwell.
La società del rancore e la crisi della democrazia
Aristotele, oltre duemila anni fa, aveva intuito una verità che gli economisti neoliberali fingono di ignorare: una società dominata da pochi ricchi e da masse impoverite tende inevitabilmente alla destabilizzazione politica.
La classe media svolgeva infatti una funzione decisiva di equilibrio. Quando quella fascia sociale si dissolve, emergono due fenomeni paralleli: da una parte oligarchie sempre più potenti e scollegate dalla realtà materiale; dall’altra masse frustrate, rancorose e politicamente volatili. È esattamente ciò che sta accadendo in Europa e negli Stati Uniti.
Il populismo, il sovranismo, l’astensionismo e la rabbia sociale non nascono nel vuoto. Sono la conseguenza diretta della frattura economica prodotta dalla globalizzazione finanziaria. Donald Trump negli Stati Uniti, Marine Le Pen in Francia, l’AfD in Germania, la destra radicale italiana o le varie rivolte anti-establishment europee sono sintomi di una crisi strutturale, non la sua origine.
Naturalmente le classi dirigenti occidentali preferiscono invertire causa ed effetto. Attribuiscono il caos politico ai “populismi” senza interrogarsi sulle condizioni materiali che li hanno generati. Sarebbe come accusare il termometro della febbre.
Il problema è che le élite contemporanee non possiedono più neppure la cultura politica delle vecchie borghesie nazionali. Non hanno legami territoriali, senso storico o responsabilità sociale. Sono classi manageriali transnazionali che vivono dentro bolle finanziarie e cognitive completamente separate dalla vita reale.
L’Europa offre forse l’esempio più tragicomico di questa deriva. Mentre milioni di cittadini vedono peggiorare salari, welfare e prospettive future, Bruxelles continua a produrre direttive tecnocratiche, austerità intermittenti e retorica moraleggiante sul progresso sostenibile. Una nobiltà amministrativa che discute di transizione digitale mentre il ceto medio non riesce più a pagare affitti, mutui ed energia.
In Italia il fenomeno assume tratti quasi caricaturali. Piccoli commercianti strangolati dalla grande distribuzione e dall’e-commerce globale. Professionisti impoveriti dalla pressione fiscale e dalla stagnazione economica. Giovani laureati intrappolati in lavori precari da 1200 euro al mese. Famiglie che sopravvivono solo grazie al patrimonio accumulato dai nonni durante il boom economico.
Eppure il dibattito politico continua a oscillare tra bonus temporanei, assistenzialismo emergenziale e propaganda elettorale permanente. La destra parla di patria mentre protegge grandi gruppi economici e rendite. La sinistra parla ancora il linguaggio novecentesco della fabbrica fordista senza capire la nuova proletarizzazione diffusa del lavoro autonomo e della piccola borghesia. Nel frattempo il ceto medio scompare lentamente, senza funerali ufficiali.
Pasolini vedeva nell’uomo medio il simbolo del conformismo consumistico. Aveva colto un elemento reale. Ma probabilmente non immaginava che il capitalismo globale avrebbe distrutto proprio quella classe sociale che alimentava il consumo di massa, sostituendola con individui isolati, indebitati, culturalmente frammentati e permanentemente insicuri.
Il punto decisivo infatti non è nostalgico. Nessuno sta rimpiangendo i salotti ottocenteschi o il moralismo borghese. Il problema è politico e civile: senza una classe media ampia e stabile, la democrazia liberale perde il proprio baricentro sociale.
A quel punto restano soltanto oligarchie tecnocratiche da una parte e masse impoverite dall’altra. Esattamente la configurazione che Aristotele definiva preludio naturale alla degenerazione politica.
In sostanza, l’Occidente postmoderno sta tornando verso qualcosa che assomiglia inquietantemente a un neo-feudalesimo digitale: pochi proprietari delle infrastrutture finanziarie, tecnologiche e informative; una moltitudine precaria costretta a vivere di debito, piattaforme e salari compressi. Con la differenza che nel Medioevo almeno nessuno parlava di “resilienza inclusiva” durante il saccheggio.
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