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Corte Suprema, giudici nominati da Trump, generali sostituiti con fedelissimi, commissione elettorale smantellata. L’analisi mostra come le ambiguità della Costituzione Usa aprano la strada a una concentrazione di potere esecutivo senza precedenti prima del voto di midterm.
Verso un nuovo totalitarismo?
Da alcuni mesi vengono riportati i risultati di diversi sondaggi che mostrano la popolarità del presidente degli Stati Uniti in declino. Molti vedono in questo la possibilità di una rivincita dei democratici e perfino una sconfitta per il “trumpismo“.
Sappiamo però che fare prognostici sulla base dei sondaggi è sempre rischioso, specialmente quando mancano ancora alcuni mesi alle elezioni di midterm e potrebbero verificarsi eventi tali da modificare l’opinione pubblica. Inoltre, pensare che queste elezioni rientrino nella normalità vuol dire aver ignorato, o almeno sottovalutato, manovre preoccupanti da parte dell’attuale amministrazione.
È anche opportuno ricordare che la maggior parte delle dittature ha preso il potere malgrado la mancanza di un consenso popolare, spesso in seguito a un colpo di Stato oppure, una volta insediatasi costituzionalmente, attraverso modifiche alla carta costituzionale, con la forza o con l’appoggio di alcune potenze economiche.
Quanto è probabile che le forze antidemocratiche degli Stati Uniti possano portare il Paese verso un’oligarchia o addirittura un totalitarismo? Per rispondere a questa domanda è utile capire le fondamenta del governo federale e il rapporto, oggi, fra le varie forze che si contendono il controllo del Paese.
Gli Stati Uniti non nascono come paese democratico, ma come repubblica con una democrazia indiretta. La Costituzione è la più antica ancora in vigore, scritta con terminologie e concetti che risalgono a poco dopo l’Illuminismo. Molte costituzioni più moderne sono nate, o sono state modificate, dopo le varie esperienze totalitarie del passato, cercando quindi di salvaguardare le rispettive nazioni dal rischio di ricadervi. Negli Stati Uniti permane invece una certa ingenuità nel ritenere che la Costituzione, di per sé, sia sufficiente a garantire la democrazia.
Fra le ambiguità più rilevanti della Costituzione statunitense vi è probabilmente quella relativa ai poteri dell’esecutivo, ed è proprio uno dei punti di maggiore scontro fra i costituzionalisti. La Corte Suprema ha notevolmente ampliato i poteri dell’esecutivo, riconoscendo l’immunità del presidente nell’esecuzione dei suoi doveri e attribuendogli anche un maggiore potere di licenziare i dirigenti delle agenzie federali.
Un altro punto soggetto a interpretazioni differenti è l’Articolo II, che stabilisce che il presidente è il Commander-in-Chief delle forze armate e, quindi, in un certo senso, il loro capo supremo. Le opinioni divergono sull’estensione effettiva di questo potere.
Con la guerra in Iran, l’amministrazione potrebbe di fatto ridurre ulteriormente i limiti al potere del presidente di condurre una guerra. Giochi di parole, come evitare di chiamarla “guerra” definendola invece “conflitto”, oppure dichiarare una tregua per poi qualificare nuovi attacchi come un nuovo conflitto, allo scopo di aggirare l’obbligo di sottoporre alle Camere la richiesta di proseguire le operazioni, non sono semplici espedienti linguistici, ma vere e proprie riletture della Costituzione. (1)
L’uso dei militari in ambito civile è una questione controversa fin dalle origini della Repubblica. Alcuni, come Steve Bannon, sostengono che Trump dovrebbe impiegare l’82ª e la 101ª Airborne presso i seggi elettorali. Diversi senatori democratici temono che, dichiarando irregolarità nelle elezioni, Trump possa trovare il modo di interferire con i risultati.
Sebbene esistano limiti al controllo delle forze armate da parte del presidente, essi non sono ben definiti. Vi sono soltanto due leggi che riguardano il ruolo dell’esercito durante le elezioni, risalenti alla Guerra Civile e reinterpretate più recentemente2. La Costituzione stessa non impedisce l’impiego dell’esercito sul territorio nazionale; anzi, l’Articolo I, Sezione 8, attribuisce esplicitamente al Congresso il potere di convocare la milizia allo scopo di reprimere insurrezioni, far applicare le leggi e respingere invasioni.
Inoltre, l’Articolo IV, Sezione 4, attribuisce al governo federale la responsabilità, oltre che di proteggere il Paese dalle invasioni straniere, anche di contrastare la domestic violence. Esiste poi il Posse Comitatus Act, che pone numerosi limiti all’impiego dell’esercito in ambito domestico. Tuttavia, sono previste eccezioni, come l’Insurrection Act, che consentirebbero di aggirare parte di tali restrizioni.
Dopo la Guerra Civile fu approvata l’Enforcement Act del 1870 per salvaguardare il diritto di voto della popolazione appena liberata dalla schiavitù (3). La prima legge attribuì ai federal marshals l’autorità di mobilitare forze militari per impedire interferenze con il diritto di voto. L’anno seguente fu introdotta una seconda legge che pose alcuni aspetti del processo elettorale sotto la supervisione federale. La terza Enforcement Act attribuì al presidente il potere di reprimere “unlawful combinations or conspiracies” che privassero gli individui dei loro diritti costituzionali. I successivi tentativi di limitare le interferenze militari furono respinti dal presidente Hayes, mentre il Congresso non raccolse voti sufficienti per superarne il veto.
Il presidente ha rimosso tutti i membri della commissione incaricata di amministrare le elezioni e la Corte Suprema ha confermato il diritto del presidente di rimuovere qualunque funzionario dell’esecutivo. Il risultato è che non esiste più alcuna autorità in grado di far applicare le leggi elettorali. (Questo ufficio federale non è l’unico dal quale Trump abbia rimosso i responsabili.)
L’amministrazione continua a mettere alla prova e ad abbattere precedenti limiti al potere esecutivo. Le corti federali vengono frequentemente chiamate a pronunciarsi, attraverso cause promosse dalla sinistra, quando il presidente eccede i propri poteri costituzionali. Va ricordato che Trump ha già nominato diversigiudici federali, se non leali a lui, quantomeno riconoscenti, oltre alla maggioranza dei giudici della Corte Suprema. Di conseguenza, le decisioni risultano spesso favorevoli al presidente. Ma anche qualora non lo fossero, la Costituzione non attribuisce alle corti alcun potere di imporre direttamente l’esecuzione delle proprie sentenze. È infatti previsto che la loro applicazione sia demandata all’esecutivo. Ovviamente, quando le sentenze riguardano proprio l’esecutivo, ciò genera una contraddizione.
Ci sono diverse figure che incitano Trump a dichiarare un’emergenza nazionale per presunte interferenze nel processo elettorale. L’avvocato Peter Ticktin, amico di lunga data di Trump, ha contribuito alla redazione di una proposta di ordine esecutivo che, sfruttando i poteri eccezionali previsti in caso di emergenza, introdurrebbe modifiche al modo in cui vengono condotte le elezioni.
La Costituzione, inoltre, non menziona mai la “legge marziale”. Di conseguenza, ciò che debba intendersi per stato di emergenza, e quindi quali siano le implicazioni della legge marziale, resta essenzialmente affidato ai precedenti. Se questa amministrazione ignora il rule of law, è ancora meno incline a rispettare i precedenti.
Dichiarare la legge marziale o lo stato di emergenza e chiamare l’esercito a operare sul territorio nazionale dovrebbe porre i generali di fronte all’obbligo di rispettare la Costituzione. Ma, nel caso in cui le ambiguità relative al significato di Commander-in-Chief non fossero sufficienti ad assicurarsi la loro obbedienza, l’amministrazione, tramite Hegseth, a capo del Department of Defense, ora ribattezzato Department of War, ha sostituito tredici generali con figure più leali a Trump.
Ovviamente una presa di potere rischierebbe di provocare una reazione da parte di una consistente porzione della popolazione. Ad essere cinici, però, grazie alle tensioni geopolitiche, specialmente in Medio Oriente, un attentato (anche se fallisse) potrebbe indurre l’opinione pubblica a manifestare solidarietà nei confronti del presidente. Questo, o qualche altro evento a lui favorevole, potrebbe ribaltare gli attuali sondaggi.
Nel frattempo, se l’approvazione dei repubblicani è in discesa, quella dei democratici non è in salita. Mamdani, Ocasio-Cortez (4) e Sanders stanno ottenendo molti consensi, specialmente a New York. Ma il resto degli Stati Uniti non è New York, e bisogna vedere fino a che punto le proposte considerate democratico-socialiste riescano ad attirare gli elettori. Inoltre, esiste il rischio di una frattura dovuta all’allontanamento dei democratici più conservatori.
In questo clima lacerato, sia fra i sostenitori dei due partiti sia all’interno dei partiti stessi, c’è il rischio che, qualunque sia il risultato delle elezioni di novembre, esso si traduca in scontri violenti. Se i democratici ottenessero la maggioranza, questa sarebbe sicuramente osteggiata dai sostenitori MAGA più intransigenti e potrebbe essere oggetto di azioni punitive da parte dell’attuale governo, come il sequestro di schede o l’invalidazione di seggi. Se invece i repubblicani mantenessero la maggioranza, il risultato potrebbe essere interpretato come un’approvazione dell’operato del governo e quindi come un motivo per espandere ulteriormente il potere dell’esecutivo.
Rimane sempre la possibilità di ingerenze da parte di paesi stranieri, attraverso la diffusione di notizie false o attacchi alle reti di comunicazione. Ma ciò aggiunge un ulteriore livello di complessità a qualsiasi tentativo di prevedere l’esito delle elezioni.
L’Europa farebbe bene a seguire attentamente l’evolversi della politica statunitense e a prepararsi al peggio. Sarebbe inoltre opportuno contrastare i continui tentativi di ingerenza nei governi europei. La destra americana non nasconde il proprio progetto di stringere alleanze con le destre europee, soprattutto con quelle più estreme. Fa parte della sua visione sovranista cristiana di un mondo diviso secondo linee religiose.
NOTE
- È interessante notare, a proposito, che i costituzionalisti si dividono fra gli “originalists” che sostengono che bisogna attenersi all’intento originale, quello universale della “legge naturale” e che quindi la costituzione non va “aggiornata”. Molti dell’amministrazione attuale si identificano con gli “originalist” ed è la base dei loro argomenti che leggi per la protezione dei LGBTQ, e altre interpretazioni su i diritti civili, non siano costituzionali1. I “contextualists”credono invece che i principi debbano essere interpretati nel contesto dell’evoluzione delle società.
- https://www.law.cornell.edu/uscode/text/18/592, Penale 18 U.S.C. §§ 592-593, Civile 52 U.S.C. § 10102
- https://www.senate.gov/artandhistory/history/common/generic/EnforcementActs.htm
- https://www.washingtonexaminer.com/opinion/beltway-confidential/4661257/aoc-inherits-bernie-sanders-lane-2028-democratic-presidential-nomination/

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