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L’Europa punta al riarmo e all’autonomia strategica, ma dipende dalla Cina per terre rare, magneti e materiali indispensabili all’industria della difesa. Sanzionare il principale fornitore mentre si promette autosufficienza entro il 2030 rischia di trasformare la strategia europea in un’illusione.
L’Europa sogna il riarmo, ma le chiavi dell’arsenale le ha Pechino
Mentre Kaja Kallas si strofinava le mani per il 21° pacchetto di sanzioni contro la Russia, quello con 218 nomi, 33 banche staccate da SWIFT e un price cap sul petrolio congelato a un prezzo che Mosca trova comunque conveniente, a Pechino qualcuno ha premuto un altro tasto. Quello delle ritorsioni.
La Cina ha inserito 14 aziende europee in una lista nera per le esportazioni di beni a duplice uso. Tra queste, nomi che fanno rumore: Rheinmetall (Germania, il colosso che dovrebbe produrre i carri armati per l’Europa), Lafert SpA (Italia, motori elettrici per la difesa), Cavok UAS (Francia, droni), Tatra Trucks (Repubblica Ceca). La motivazione? “Salvaguardare la sicurezza nazionale cinese” , in risposta all’inclusione di 14 aziende cinesi nel pacchetto UE.
Qui in Europa? Silenzio di tomba, o quasi. I telegiornali hanno dato più spazio al meteo. I giornali? Forse un trafiletto a pagina 47, tra l’oroscopo e le ricette del weekend. Nessun vertice d’emergenza, nessun comunicato allarmato, nessun ministro della Difesa che si strappa le vesti. Perché, si sa, quando la Cina ti colpisce, bisogna fare finta di niente. È più elegante.
Il paradosso del secolo: sanzioni il fornitore, poi chiedi i pezzi di ricambio
Ma andiamo al cuore della questione. L’UE ha appena messo sotto sanzione aziende cinesi accusate di fornire alla Russia tecnologie a duplice uso. La Cina risponde bloccando l’export di beni a duplice uso verso le aziende europee che… producono armi per l’Europa.
È come se tu, proprietario di un ristorante di pesce, insultassi il tuo unico fornitore di pesce, e lui non ti vendesse più manco una buga. E tu, invece di cercare un altro fornitore, continuassi a insultarlo, sperando che il pesce arrivasse per miracolo.
Solo che qui non parliamo di acciughe. Parliamo di terre rare, di magneti permanenti, di gallio, di disprosio, di neodimio. Quelle polverine magiche senza le quali un missile Meteor non vola, un drone non decolla, un radar non vede niente.
I numeri? Brutali. L’Europa importa il 98% dei magneti permanenti dalla Cina. Il 91% della raffinazione mondiale delle terre rare è cinese. Il 97% del magnesio metallico, l’80% di grafite, tungsteno, germanio e cobalto. E il 99% del gallio, quel metallo che rende i radar moderni capaci di vedere un mosca a 200 chilometri.
Senza questi materiali, l’industria della difesa europea è un’enorme officina meccanica con tanti saldatori e zero componenti elettronici. Puoi costruire il guscio di un carro armato, sempre che trovi l’acciaio. Il motore elettrico? Quello no. Il sistema di puntamento? Nemmeno. Il radar? Dimenticalo.
Il piano B: l’Ucraina. Sì, quella in guerra, con i minerali sotto controllo russo
Ma non temete, l’UE ha un piano B. Anzi, un piano A+B+C, tutto insieme. Si chiama diversificazione. E il pezzo forte è l’Ucraina.
Sì, l’Ucraina. Quella con la guerra in corso. Quella dove circa il 40-70% dei depositi minerali, incluse le presunte terre rare, si trova in territorio sotto controllo russo. Quella dove la mappatura geologica risale agli anni ’60-’80 dell’URSS, fatta con strumenti che oggi sembrano archeologia. Quella che ha zero miniere di terre rare operative e zero impianti di raffinazione.
Roman Opimakh, ex capo del Servizio Geologico Ucraino, ha detto la verità senza mezzi termini: “Non c’è una valutazione moderna” dei depositi. I dati sono secretati. Le esplorazioni moderne? Inesistenti. E nel frattempo Putin ha offerto agli Stati Uniti di estrarre terre rare anche nei territori ucraini occupati, sempre che non abbia cambiato idea. Un teatro dell’assurdo a cui nessuno ha replicato.
Eppure l’UE continua a citare l’Ucraina come futuro fornitore strategico. È come scommettere investendo in un cavallo che non esiste ancora, in una corsa che non si sa quando inizierà, in un ippodromo che è stato bombardato.
Il 2030: la data magica
Ah, e poi c’è il 2030. L’anno in cui, secondo il Critical Raw Materials Act, l’Europa dovrebbe estrarre il 10% delle materie prime critiche in casa, raffinarne il 40% e riciclarne il 25%. Tutto entro quattro anni.
Per capire l’assurdità: una miniera, dalla scoperta del giacimento alla prima produzione, richiede in media 15,5 anni. La raffinazione delle terre rare? La Cina ci ha messo 30 anni per industrializzarla. Gli Stati Uniti stimano che ne servirebbero 20-30 per raggiungere il livello cinese.
E l’Europa, che oggi non ha quasi nessuna capacità di raffinazione, pensa di farcela in quattro anni. Con i permessi che in media richiedono 10-15 anni. Con le comunità locali che bloccano i progetti. Con l’energia che costa il triplo che altrove. Con la burocrazia che trasforma ogni permesso in un’odissea dantesca.
La Corte dei Conti europea ha già detto che i target sono irrealistici. Ma a Bruxelles i numeri sono suggerimenti, non vincoli. Sono benchmark, come li chiamano loro. In italiano: sogni.
E intanto, a Pechino, ridono
Mentre l’Europa si riempie la bocca di “autonomia strategica” e “de-risking”, la Cina ha già iniziato a stringere i rubinetti. Le contromisure del 24 luglio non sono un avvertimento. Sono un campanello d’allarme che in Europa nessuno ha sentito, o forse ha fatto finta di non sentire.
Daniel Fiott, del Brussels Centre for Security, ha detto: “Le restrizioni cinesi colpirebbero duramente l’industria della difesa europea, potenzialmente ritardando la produzione di munizioni e sistemi high-tech. Arrivano nel momento peggiore possibile, proprio mentre l’Europa cerca di riarmarsi.”
E noi? Noi continuiamo a sanzionare, a fissare target impossibili, a promettere autonomia con le mani vuote. E quando la Cina ci risponde, facciamo finta di niente. Perché ammettere il problema significherebbe ammettere che la strategia è un castello di carta.
Morale della favola
L’Europa vuole costruire un esercito moderno. Per farlo, ha bisogno di materiali che solo la Cina sa produrre. Invece di comprarli in pace, sanziona il fornitore. Invece di ammettere la dipendenza, inventa un piano di autosufficienza impossibile entro il 2030.
È la geopolitica dello struzzo, con un budget da 800 miliardi di euro per la difesa. Tanti soldi per comprare armi che non riusciremo a produrre, perché chi ci vendeva i pezzi non ha preso bene le nostre sanzioni. Ma almeno Kaja Kallas è contenta. E se è contenta lei… chissene del resto.
Aggiornamento sanzioni contro Israele: siamo sempre a zero.

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