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martedì 17 Maggio 2022
AgoràPensare la guerra. Sulla sopravvivenza della filosofia

Pensare la guerra. Sulla sopravvivenza della filosofia

Nel clima militarizzato della discussione pubblica, la filosofia viene accusata di fare troppi distinguo, di inseguire una “complessità” sospetta di “equidistanza” tra aggressore e aggredito.

Guerra e Filosofia

La pandemia ha fatto sorgere una serie di dubbi sul ruolo sociale della “filosofia”: a partire dalle sventurate uscite di alcuni importanti autori italiani, fino al dilagare scomposto e arbitrario di citazioni filosofiche (vere o farlocche) sui social, chi coltiva la filosofia per professione o per passione si è trovato spiazzato.

Si è trovato nel triste e scomodo ruolo di dover rispondere ad affermazioni “filosofiche” smontando, attraverso il ricorso agli hard facts della scienza, narrazioni evidentemente prive di consistenza.

La filosofia pareva così aver ricevuto un colpo mortale, il suo prestigio sociale – già scarso – rischiava di colare a picco ed essa non sembrava più in grado di rialzarsi con le sue sole forze.

I nuovi scenari di guerra ci convincono che forse non è così, anzi che non deve essere così. Siamo ormai fuori da una dimensione in cui il decisore politico deve tener conto – pur nei limiti che i suoi valori o la sua ideologia di riferimento gli impone – del discorso scientifico: siamo nella più politica delle situazioni, quella in cui ciò che si decide – pur ricevendo dal contesto generale limiti invalicabili – si àncora anzitutto all’idea di società di cui ci si fa portatori.

A questo punto non possiamo più tacere. Diventa un atto di diserzione imperdonabile nei confronti della verità lasciare che altri disegnino per noi il mondo che stiamo costruendo con le decisioni di oggi.

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Ma cosa distingue le chiacchiere degli Agamben e dei Cacciari di ieri, dai necessari interventi della Di Cesare oggi? C’è qualcosa che permette al pensiero di orientarsi ed evitare di condannare ogni discorso filosofico alla mancanza di rigore, alla vaghezza e all’inconsistenza, alla notte in cui tutti i filosofi diventano parolai?

Fermo restando che un discorso generale non può essere fatto e che occorrerebbe analizzare i casi singolarmente, è però evidente che le polemiche che sorgono in questi giorni contro la filosofia sono animate dal desiderio di distruggere alcune caratteristiche che la rendono inservibile e anzi dannosa per la propaganda bellica.

Mentre durante la pandemia chi “filosofeggiava” tendeva ad appiattire i fenomeni sociali, politici ed istituzionali, usando paragoni storici per far collassare ogni differenza, oggi la filosofia viene accusata di fare troppi distinguo, di inseguire una “complessità” sospetta di “equidistanza” tra aggressore e aggredito.

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È evidente che ci troviamo in un orizzonte che invoca la semplificazione polemica e interessata. Dalla parte dell’irrazionale e del complottismo (“il partito russo in Italia”, l’Italia infettata dal “putinismo”), in questi giorni, stanno gli anti-filosofi o i filosofi, come Flores D’Arcais, che si sono consegnati integralmente alla propaganda bellica.

La filosofia oggi torna invece a occupare legittimamente la posizione della critica, dell’analisi, del principio di realtà. A baloccarsi con l’infantilismo il chiacchiericcio autocompiaciuto e rancoroso sono piuttosto gli interventisti sedicenti “pragmatici”.

Durante la pandemia Agamben non si è vergognato di scrivere: “i professori che accettano – come stanno facendo in massa – di sottoporsi alla nuova dittatura telematica e di tenere i loro corsi solamente on line sono il perfetto equivalente dei docenti universitari che nel 1931 giurarono fedeltà al regime fascista”.

Questo è davvero il punto più basso che un filosofo potesse raggiungere, una cosa talmente enorme che non necessitava di grandi competenze disciplinari per essere ridicolizzata. Non c’è veramente nessuna sostanziale differenza logica tra questa affermazione di Agamben e le pagliacciate dei no green pass vestiti da deportati ebrei.

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E tuttavia: non si potrebbe e dovrebbe dire lo stesso di chi oggi usa Hitler, i partigiani o, di nuovo, la Shoah per giustificare l’aumento delle spese militari e la censura preventiva contro coloro che osano parlare ancora di pacifismo, internazionalismo e giustizia sociale?

Si confrontino le sciocchezze sulla “fine dello stato di diritto” dell’ultimo Cacciari con quanto scrive Roberta De Monticelli sulla latitanza dell’Europa nella crisi in corso. Latitanza, si badi, di una certa idea d’Europa perché da Novalis a Husserl sappiamo che l’Europa è anzitutto e intrinsecamente un’idea filosofica, l’eccedenza di un compito infinito rispetto alla misera incarnazione storica che di volta in volta essa ci presenta.

Qui la filosofia osa volare alto, ma non per giudicare con la presunzione di un sapere metafisico la realtà empirica, bensì per evocare ciò che manca a quest’ultima, il portato di senso che rischia di scomparire a causa di un appiattimento troppo sbrigativo sull’hic et nunc.

E mentre Cacciari e Agamben agitano convulsamente l’armamentario concettuale della filosofia occidentale per inseguire una concretezza illusoria, pretendendo di spiegare Di Maio e Speranza attraverso Schmitt e Benajmin, De Monticelli invoca Kant che ricordarci quanto lontani siano Von Der Leyen e Draghi dall’idea di Europa che meritiamo e per cui abbiamo lottato. L’Europa che “radici di carta e pensiero” perché teme “quelle di sangue e di terra”.

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Solo elevandosi al di sopra dell’immediatamente dato, solo distanziandosi dall’urgenza di un’attualità che ci travolge e sembra spingerci ad agire irrazionalmente è possibile porre la distinzione, fondamentale, tra “schierarsi” e “prendere posizione”.

Una distinzione essenziale perché mette in questione quella pretesa “etica”, quel “dovere morale” usato dagli interventisti per giustificare il riarmo. De Monticelli chiarisce che non è possibile alcuna scelta razionale – e dunque anche nessuna vera azione etica – se la ragione viene preventivamente ridotta e distorta da interessi particolari, da una rozza empiria che confonde invece di chiarire la posta in gioco.

L’impazzimento della ragione cui assistiamo non può essere corretto che attraverso un ampliamento dell’orizzonte in cui veniamo intrappolati che ci permetta di vedere e, sperabilmente, superare i limiti del discorso dominante.

Diventa centrale saper differenziare ma differenziare secondi principi universali, cioè interni a quel processo di universalizzazione che inizia, al più tardi, all’alba dell’età moderna, attraverso l’illuminismo, il socialismo e le tragedie del XX secolo.

Perché l’universale è un costrutto della storia, non è né un’idea astratta né può essere interamente ridotta alle “democrazie occidentali” che spesso, invece, ne rappresentano una parodia maligna. Appare qui evidente la rilevanza della storia per la costruzione di una razionalità operativa e comprendente, in grado di superare tanto i tecnicismi liberali, quanto la volontà di potenza della Ragion di Stato.

L’insistere sul contesto che ha portato all’attuale scenario di guerra, dunque, non significa menare il can per l’aia: è la necessaria premessa perché dalla crisi dell’ordine mondiale attuale possa sorgerne uno più giusto.

Questa è l’esigenza posta da Donatella Di Cesare che lamenta il rischio di una ragione che rinuncia – e sia pure a fin di bene – a darsi il tempo per riflettere (“La distanza necessaria al pensiero viene presa per equidistanza, la riflessione scambiata per cinismo”).

Perché, come sottolinea, “dovremmo sapere bene che immediatezza è sinonimo di violenza”. Si noti: mentre i filosofi apocalittici durante la pandemia pretendevano di allargare il concetto di “violenza” fino a storpiare e deformare l’azione dei governi e le leggi degli stati, Di Cesare compie un’operazione inversa: a partire dalla violenza reale che esplode sul continente ci ammonisce a non sottovalutare l’effetto distruttivo che tale violenza avrebbe se le concedessimo di permeare interamente la sfera del pensiero.

Ci ricorda che esiste una violenza più originaria della violenza sulle cose e sulle persone, quella che impedisce al pensiero di articolarsi secondo giustizia, e che è illusorio pensare di fermare la prima se ci si arrende alla seconda.

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Perché la domanda che tutti gli interventisti eludono quando evocano la guerra giusta è la classica domanda socratica: cos’è la giustizia? E hanno ben ragione di eluderla perché essa costringe a riconoscere che se mai una “guerra giusta” fosse possibile – se non fosse cioè un concetto auto-contraddittorio – essa presupporrebbe una giustizia che non solo non c’è ma che continua ad essere resa impossibile dal riarmo generalizzato e da un’informazione sempre meno libera e democratica.

Gli stessi governi che negli ultimi decenni hanno spossessato le classi subalterne e creato le condizioni della catastrofe umanitaria in atto ci stanno spingendo irresponsabilmente verso l’apocalisse nucleare.

La filosofia sopravvive così all’estinzione cui vorrebbe condannarla un’epoca senza pensiero e senza dignità. E se un tempo essa ambiva a custodire il segreto della buona vita, essa oggi si pone il compito, meno roboante ma forse più urgente e necessario, di rendere possibile la sopravvivenza stessa dell’umanità.

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Marco Maurizi
Marco Maurizi
Filosofo e musicista. Si occupa di teoria critica della società e del pensiero dialettico. È autore, tra gli altri, di Quanto lucente la tua inesistenza. L'Ottobre, il '68 e il socialismo che viene, (Jaca Book 2018), La vendetta di Dioniso: la musica contemporanea da Schönberg ai Nirvana (Jaca Book 2018), Al di là della natura. Il capitale, gli animali e la libertà (Novalogos 2011).

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