Cesso, Chì chì chì cò cò cò e altri capolavori di Pippo Franco

Pippo Franco, volto del cinema e della tv protogrillina, è stato sottovalutato autore di canzoni trash e geniali come Chì chì chì cò cò cò.

Pippo Franco, dal cinema a Chì chì chì cò cò cò

È una di quelle facce che non puoi dimenticare: che fosse in tv, al cinema o al teatro Pippo Franco appartiene a quella schiera di volti che catturano immediatamente l’attenzione: per la conformazione prominente del viso, per la risata accennata sghemba, per il tono di voce.

Tra gli anni 70 e 80 abbiamo avuto una serie di attori, volti cinematografici,  che hanno caratterizzato il nostro cinema, pur rimanendo quasi sempre relegati a ruoli secondari. Pensiamo, solo per fare qualche nome, ad  Antonio Allocca, Giuseppe Anatrelli, Nino Terzo, Ugo Bologna, Roberto della Casa. Tutti professionisti con anni di gavetta alle spalle, apparsi in decine e decine di pellicole, come comprimari, caratteristi, per l’appunto, che con la loro sola presenza fisica davano colore alle pellicole.

Pippo Franco, pur con quella dote scenica, è andato oltre, diventando assoluto protagonista delle sue pellicole e molto oltre, diventando popolarissimo anche in veste di conduttore televisivo e cantante, autor di tormentoni che hanno caratterizzato alcuni momenti della tv italiana.

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La chimica particolare della natura, quell’insieme di caratteristiche casuali che ci tramandiamo nel dna, si combinavano dunque  80 anni fa dando origine e natali a Franco Pippo, attore, cantante, cabarettista e conduttore televisivo, in ordine sparso e non d’importanza.

Per il grande pubblico Franco (caso particolare di nome d’arte ottenuto semplicemente invertendo il nome col cognome) è stato popolare, come dicevamo, nella stagione del cinema pecoreccio tra gli anni settanta e ottanta, e per la sua lunga militanza teatrale con la compagnia del Bagaglino.

Su quest’ultima soprassediamo: nonostante il mestiere e il talento dei tanti attori che vi presero parte, non si sollevò mai da un livello di aurea mediocritas nazionalpopolare. Pingitore col suo bagaglino  è stato prodromico del grillismo. Immaginiamo il Di Maio bambino a casa coi genitori, la sera, guardare lo show in televisione, accompagnato dalle risate dei genitori alternate agli epiteti al Craxi di turno. Il festival familiare del è tutto un magna magna!

Al cinema invece c’è una grande parte del talento di Pippo Franco: nel 1960  esordisce nel musicarello di Mario Mattoli Appuntamento a Ischia.

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Negli anni settanta e anni ottanta prende parte a numerosi film della commedia all’italiana, diretto da registi come Luciano Salce, Aldo Grimaldi, Franco Prosperi, Sergio Martino, Luigi Magni, e Salvatore Samperi, Pier Francesco Pingitore, Mariano Laurenti e Bruno Corbucci. Tra i tanti resta celebre la sua interpretazione in quel piccolo capolavoro trash de Il tifoso, l’arbitro e il calciatore, grazie anche alla presenza di un immenso Mario Carotenuto.

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È inoltre apparso in Che cosa è successo tra mio padre e tua madre? di Billy Wilder (1972) e ha recitato in un ruolo drammatico nel film La via dei babbuini di Luigi Magni (1974). Nel 1981 si è diretto nella pellicola La gatta da pelare di cui fu anche sceneggiatore insieme a Giancarlo Magalli e Ugo Liberatore  e  autore delle musiche).

C’è del genio incompreso col pentagramma

Ma il vero genio Pippo Franco lo tocca con la musica. Avete capito bene: l’artista romano era un genio incompreso della musica. Una passione che gli veniva da lontano.

Alla fine degli anni Cinquanta aveva iniziato ad esibirsi come cantante e chitarrista in piccoli complessi. Tra questi I Pinguini. Passò poi alla svolta cantautoriale  nel 1968 con il singolo Vedendo la foto di Bob Dylan.

Ma con il successo raggiunto come attore comico e le partecipazioni agli show televisivi, Pippo Franco si specializzò nelle canzoni parodistiche e nelle sigle dei suoi stessi spettacoli:  ha  scritto ed interpretato quasi tutte le sigle dei programmi televisivi che ha condotto, da Isotta a Dai lupone dai, ed è stato più volte ospite del Festival di Sanremo: tra i brani più famosi Mi scappa la pipì papà, vero tormentone del del 1979, e il capolavoro Che fico del 1982.

Nel video della canzone, delizia per i cultori del trash, Pippo Franco appariva con una canotta scura su cui so erano stampati pettorali e addominali scolpiti. La canzone era, sociologicamente, involontariamente vanziniana, capace cioè di toccare in anticipo lo spirito del tempo, nei suoi aspetti peggiori. e questa caratteristica rimase  in quasi tutte le produzioni sgarrupate di Pippo: l”Italia dei fichissimi (che fico!) , avanguardia della Milano da bere craxiana e dei rockers di periferia. Una miscela di lusso, lustrini ma anche di giubbotti di pelle e t-shirt con le spalline. Un paese cazzaro e borioso.

Che Fico

 

L’anno successivo, nel 1983, il buon Pippo ti tira fuori altro capolavoro: Chì Chì Chì Cò Cò Cò

Un brano infantile che raccontava ai bambini il mondo dei grandi, i loro difetti, i loro vizi, la loro incoscienza di appartenere al circo umano. Una sorta di Che fico spiegata ai bambini.

In un’intervista del 2018 al quotidiano Il Tempo, Pippo Franco raccontò di considerarsi una sorta di pioniere del rap:

Anche prima di Jovanotti. Sono stato sempre molto attento a quello che accadeva nel mondo musicale e avevo sentito brani interessanti che venivano dagli Stati Uniti. “Chì Chì Chì Cò Cò Cò” è un brano parlato con caratteristiche molto particolari.

 

Chì Chì Chì Cò Cò Cò

 

 

Ma questo brano apre davanti a noi un’altra occasione di celebrazione, infatti la canzone compare durante una scena di un film in cui dei bambini giocano in un parco. La pellicola è, nientepopodimenoche Due strani papà,  sempre del 1983 diretto da Mariano Laurenti in cui Franco Califano e Pippo Franco recitano insieme, nel ruolo di protagonisti.

Come racconterà Giancarlo Magalli, uno degli sceneggiatori, l’uscita del film coincise con l’arresto del Califfo per traffico di droga e associazione a delinquere di stampo camorristico e la cosa spinse i distributori a ritirarlo immediatamente dalle sale rendendolo invisibile per anni. Soltanto tempo dopo verrà distribuito in VHS prima e in DVD poi.

La trama del film era semplice: Franco e Pippo sono due squattrinati che vivono abusivamente in un orfanotrofio abbandonato, vivendo  di scommesse all’ippodromo, che nella maggior parte dei casi non vanno a finire bene, e di donazioni che vengono spedite all’istituto da gente convinta che sia ancora in attività. Un giorno però, invece di un omaggio alimentare, davanti al portone dell’orfanotrofio trovano un bambino di colore, e dopo vari tentativi di liberarsene decidono di adottarlo. E qui si susseguono avventure e disavventure della strana coppia.

Due strani papà

Il cult musicale

Ma il punto più alto, a nostro insindacabile giudizio, Pippo Franco lo raggiunge con un brano incredibilmente romantico: Cesso, presente nell’album Cara Kiri del 1971

Si tratta di una parodia delle canzoni d’amore giocata su terminologie scatologiche in forma di calembour, una vetta della canzone d’autore altra:

Cesso,
di amarti questa sera
guardando il merletto e…
la trina
del tuo vestito blu

scarico,
il cuore dalle pene
finisce qui l’amor con te
catena,
tu non esisti più

Cesso (di amarti)

 

Pippo Franco è stato dunque un cantautore alto, a modo suo. autore di canzoni terribili ma con qualcosa dentro, fatte di politica becera, galli, oche e scemi del villaggio.

Un Bagaglino se ce l’avesse fatta, e non il contrario.

 

 

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Corsivista, umorista instabile.
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