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Turchia, Arabia Saudita e Pakistan lanciano alla Mecca un patto di difesa che somiglia a una NATO sunnita. Ufficialmente serve a contenere l’Iran, ma riflette anche il timore per la crescente superiorità israeliana. L’IMEC appare sempre più un progetto del passato.
La Mecca come quartier generale: nasce l’anti-Iran o l’anti-Israele?
La scelta della Mecca non è un dettaglio cerimoniale: è il messaggio. Turchia, Arabia Saudita e Pakistan hanno annunciato un accordo di difesa trilaterale con meccanismi di consultazione e reazione collettiva che richiamano esplicitamente il modello NATO. Il significato politico dell’intesa va ben oltre il linguaggio diplomatico. Per la prima volta tre grandi attori sunniti cercano di trasformare una convergenza tattica in una struttura di sicurezza permanente.
In Europa molti continuano a leggere il Medio Oriente con le mappe del 2019. Peccato che il 7 ottobre 2023 abbia spazzato via quasi tutte le illusioni strategiche costruite negli anni precedenti. L’idea di una normalizzazione progressiva tra Israele e il mondo arabo, accompagnata da corridoi economici, investimenti e tecnologia, è entrata in una zona grigia da cui non è affatto certo che uscirà.
L’accordo della Mecca nasce dentro questo nuovo contesto. Nell’immediato serve a contenere l’Iran, che continua a rappresentare il principale rivale strategico per Riad e una fonte di competizione regionale per Ankara. Ma fermarsi a questa lettura sarebbe superficiale. Nel medio periodo l’intesa riflette anche la crescente inquietudine per l’espansione della superiorità militare israeliana, soprattutto dopo Gaza, il Libano e il consolidamento della proiezione di forza di Tel Aviv nell’intera Asia occidentale.
La cosa interessante è che nessuno dei tre firmatari può permettersi di dirlo apertamente. Così il patto viene presentato come strumento di stabilità regionale, formula che nel lessico diplomatico significa spesso il contrario: prepararsi a una lunga instabilità.
La NATO sunnita che allarma Tel Aviv
Per anni Benjamin Netanyahu e altri esponenti israeliani hanno parlato di un possibile “asse sunnita” favorevole a Israele e ostile all’Iran. Era una previsione strategica che aveva una sua logica: monarchie del Golfo, Egitto e altri Stati arabi avrebbero cooperato con Tel Aviv contro Teheran.
La storia, però, ha il vizio di prendere strade poco rispettose dei think tank. L’asse sunnita sembra essersi formato davvero, ma non necessariamente nella direzione immaginata da Israele. La guerra di Gaza ha prodotto un effetto paradossale: ha accelerato la convergenza tra Paesi che continuano ad avere interessi divergenti, ma che condividono il timore di un equilibrio regionale dominato da una sola potenza militare.
Turchia e Arabia Saudita restano concorrenti. Il Pakistan ha priorità strategiche che guardano anche all’India e alla Cina. Eppure i tre governi hanno individuato un terreno comune: nessuno vuole trovarsi isolato in una regione che sta entrando in una fase di polarizzazione accelerata.
L’Egitto e il Qatar sono i candidati più plausibili per un eventuale allargamento dell’intesa. Se ciò accadesse, il Patto della Mecca assumerebbe una massa critica ben diversa. Non sarebbe ancora una vera alleanza militare integrata, ma diventerebbe un blocco politico-religioso capace di influenzare energia, commercio, sicurezza marittima e dossier palestinese.
Israele lo interpreterebbe inevitabilmente come una minaccia. E qui entra in gioco il meccanismo della profezia autoavverante: più Tel Aviv percepisce un accerchiamento, più rafforza la propria postura militare; più la rafforza, più gli altri attori sentono il bisogno di coordinarsi.
Nel frattempo, in Italia, una parte del dibattito continua a parlare dell’IMEC – il corridoio India-Medio Oriente-Europa – come se fosse il grande progetto destinato a sostituire la Belt and Road cinese. L’IMEC aveva certamente un potenziale notevole prima del 7 ottobre. Oggi assomiglia sempre di più a quelle presentazioni in PowerPoint che sopravvivono solo nelle conferenze internazionali e nei comunicati ottimisti di qualche ministero. Le infrastrutture hanno bisogno di stabilità; il Medio Oriente sta offrendo l’esatto opposto.
L’Italia e il ritorno della geopolitica religiosa
L’errore più diffuso è immaginare che la regione stia andando verso una guerra totale immediata. Lo scenario più probabile è più complesso e, per certi aspetti, più pericoloso: escalation limitate, tregue temporanee, crisi ricorrenti, accordi parziali e nuove rotture. Non una linea retta verso la guerra mondiale, ma una spirale di conflitti regionali intrecciati.
La dimensione religiosa tornerà a pesare, ma come linguaggio di mobilitazione politica più che come causa unica. Sunniti contro sciiti, Iran contro blocco sunnita, Israele contro attori regionali ostili: queste formule descrivono solo una parte della realtà. Sotto la superficie agiscono competizione energetica, controllo delle rotte commerciali, tecnologia militare, leadership del mondo islamico e rapporti con Stati Uniti, Cina e Russia.
Per l’Italia il problema non è scegliere un campo morale, esercizio in cui eccelliamo a giorni alterni, ma capire che l’Asia occidentale sta diventando uno dei principali fattori di instabilità economica e strategica per l’Europa. Energia, Mediterraneo, sicurezza marittima, migrazioni e catene logistiche dipendono da ciò che accade tra Golfo, Levante e Mar Rosso. Continuare a trattare questi eventi come cronaca estera significa non aver compreso che la geopolitica è tornata a essere politica interna.
Il Patto della Mecca potrebbe anche non trasformarsi mai in una vera NATO sunnita. Potrebbe restare un coordinamento imperfetto, pieno di diffidenze reciproche. Ma il fatto decisivo è un altro: i principali attori sunniti stanno smettendo di credere che l’ordine regionale possa essere garantito dall’esterno.
Quando gli Stati cominciano a costruire alleanze perché non si fidano più dell’equilibrio esistente, significa che quell’equilibrio è già entrato nella sua fase terminale. E forse questa è la notizia che in Europa si preferisce non vedere, occupati come siamo a discutere di corridoi commerciali immaginari mentre il Medio Oriente torna a organizzarsi secondo logiche di potenza, deterrenza e appartenenza religiosa. Con il consueto entusiasmo occidentale per le formule rassicuranti: “stabilità”, “partnership”, “cooperazione regionale”. Parole utilissime. Soprattutto quando la storia ha già deciso di andare da un’altra parte

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