L’Europa che si gioca l’ultimo rene: dentro la scommessa suicida contro Mosca

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Ventuno pacchetti di sanzioni contro Mosca, gas americano pagato il doppio, un precedente venezuelano che mostra chi incassa davvero le risorse altrui: l’Europa  insegue una strategia anti-russa che la sta condannando al declino, mossa più dalla disperazione del giocatore d’azzardo che da un calcolo razionale.

Chi paga il conto della guerra che l’Europa non può permettersi

Il 23 luglio 2026 l’Alta rappresentante Kaja Kallas aveva definito il ventunesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca “il più consistente degli ultimi quattro anni”. Colpiva la flotta ombra che aggira l’embargo petrolifero, il settore bancario, i flussi di entrate energetiche del Cremlino. Ursula von der Leyen rivendicò, per la prima volta, misure dirette contro le navi che sostengono quella flotta. Il comunicato ufficiale parla di pressione crescente su Mosca. Quello che il comunicato non diceva è quanto costasse, e a chi, questa pressione.

La risposta è nei numeri dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis: nel corso del 2026 l’Unione europea sta acquistando dagli Stati Uniti due terzi del proprio fabbisogno di gas naturale liquefatto, quota destinata a salire fino all’ottanta per cento entro il 2028, mentre Washington scavalca la Norvegia come primo fornitore del continente.

Il gas che arriva via nave costa strutturalmente di più di quello che viaggiava nei gasdotti, e quando le tensioni mediorientali hanno chiuso parzialmente i rubinetti del Qatar lo scorso marzo, il prezzo europeo del TTF è salito del cinquantacinque per cento in una settimana mentre l’Henry Hub statunitense restava sostanzialmente fermo. Non è una coincidenza di mercato. È la fotografia di un continente che ha rinunciato al fornitore più economico e più vicino per legarsi a uno più caro e più lontano, pagando la differenza in bolletta, in inflazione, in margine industriale perduto.

Il conto lo paga Francoforte, non Mosca

Vale la pena guardare a cosa succede quando un attore internazionale mette le mani sulle risorse di un altro Paese in condizioni di debolezza, perché il precedente è recentissimo e non riguarda la Russia. Dopo la cattura di Nicolás Maduro nel gennaio 2026 e l’insediamento di Delcy Rodríguez alla guida provvisoria del Venezuela, Donald Trump ha annunciato il 28 agosto un accordo che assegna a Washington la gestione diretta di circa sessantacinque miliardi di barili, un quinto delle riserve accertate del Paese, distribuiti su diciassette giacimenti.

Nessun editoriale europeo ha definito l’operazione una rapina, sebbene il metodo, catturare il capo di Stato, insediare un governo compiacente, incassare le risorse energetiche, sia esattamente quello che i vertici comunitari denunciano, con toni indignati, quando lo si ipotizza sul fronte opposto. La differenza non sta nei principi invocati. Sta nel fatto che uno dei due attori paga il conto in dollari altrui e l’altro lo paga in euro propri, attraverso bollette che salgono e industrie che chiudono per costi energetici non più competitivi rispetto a concorrenti extraeuropei.

Nessuno scende dal tavolo

Resta da spiegare perché, a fronte di questi costi crescenti, nessun governo comunitario proponga seriamente un’inversione di rotta. La spiegazione più semplice, per quanto scomoda, riguarda la psicologia della scommessa irreversibile. Un attore che ha già impegnato ventuno pacchetti sanzionatori, miliardi in aiuti militari a Kiev e la propria credibilità pubblica su un’unica narrazione non può ritirarsi senza ammettere che l’intera strategia era sbagliata fin dall’inizio, un’ammissione politicamente suicida per chiunque l’annunci.

A questa dinamica si aggiunge un dato militare concreto che ha reso la deterrenza reciproca ancora più fragile. Il 10 settembre 2025 una decina di droni russi ha attraversato lo spazio aereo polacco provenendo dal territorio bielorusso, costringendo Varsavia a invocare l’articolo 4 della NATO e ad alzare in volo caccia F-16, F-35 olandesi e sistemi Patriot tedeschi. Il generale Leonardo Tricarico ha osservato che difficilmente si trattava di un errore di rotta.

Fonti d’intelligence occidentali hanno interpretato l’episodio come un test deliberato della capacità di reazione alleata, non come un’aggressione destinata a innescare l’articolo 5. È precisamente questa zona grigia, tra provocazione tollerabile e attacco vero e proprio, su cui Bruxelles e Londra costruiscono la propria scommessa: che il confronto resti convenzionale, a bassa intensità, logorante ma non esistenziale, in modo da poter contare sulla superiorità numerica di uomini e capitali che il blocco occidentale conserva rispetto a Mosca.

È una scommessa che presuppone razionalità negli attori e controllo degli eventi, due condizioni che la storia dei conflitti tende regolarmente a smentire. Nel frattempo il conto economico lo pagano le famiglie europee in bolletta, le imprese in competitività perduta, e un continente che si scopre sempre più dipendente da un alleato che, come dimostra il caso venezuelano, non ha remore a trattare le risorse altrui come proprie quando ne ha l’occasione.

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