Errori di valutazione: non era depressione, era capitalismo

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Avere smesso di indagare il nesso tra depressione e capitalismo, il suo inconscio post industriale e finanziario equivale non solo a fare cattiva psicologia, ma cattiva politica.

Depressione e capitalismo

“No era depresión, era capitalismo.” Queste parole, tracciate con vernice nera di una bomboletta spray su vari muri di Santiago del Cile durante le proteste del 2019, sono un buon punto di partenza osservando l’evoluzione del dibattito politico nelle recenti elezioni in Italia, Francia e nei lander tedeschi.

Un tema ricorrente, soprattutto a destra, è che la cultura, da decenni, sarebbe stata monopolizzata dalla sinistra. Non c’è da apprezzare particolarmente il termine “monopolizzare” –  poichè suggerisce un’idea di calcolo notarile che non è adeguata – ma è indubbio che molti della cosiddetta intellighenzia (registi, scrittori, artisti e filosofi) tendano a posizionarsi a ‘sinistra’. Tralasciamo qui cosa intendano poi con questo termine che sappiamo ormai è foriero di equivoci e contraddizioni.

Questo fenomeno sembra legato al fatto che lavorare con parole e immagini spesso spinge verso una coscienza politica che guarda a sinistra. Tuttavia bisognerebbe nterrogarsi su dove conduca effettivamente questa coscienza più sensibile e riflessiva.

Nei media considerati fantozzianamente “medioprogressisti” – giornali e talk show televisivi – è diventata quasi una prassi includere psicologi e psicanalisti. Alcuni nomi ormai sono più che familiari agli spettatori. Pensiamo a Massimo Recalcati, Umberto Galimberti, Paolo Crepet, Maria Rita Parsi, Stefania e Vittorino Andreoli, Marta Zoboli.

Ma qui nasce il dubbio. Non è che tutta questa attenzione al disagio psicologico possa, in qualche modo, distogliere lo sguardo dalle sue cause più profonde? La psicanalisi chiama questa dinamica “rimozione”, anche se tende a riferirla principalmente agli stimoli di natura sessuale.

Tuttavia, esistono anche stimoli economici, ossia le condizioni materiali della vita delle persone, inserite in specifici rapporti di potere e scambio, che Marx chiamava “struttura”. Da questa struttura emergono le sovrastrutture ideali, cioè quel mondo delle idee in cui operano gli intellettuali, generando i loro pensieri.

Questa è certamente una visione semplificata, ma utile per comprendere i meccanismi del sistema economico. Il capitale economico tende a crescere senza limiti, svincolandosi dai benefici materiali che il denaro può effettivamente offrire. È diventato un simbolo. Nietzsche lo esprimeva in modo più poetico e penetrante: “il mondo si è fatto favola”.

Se questa “favola” del mondo moderno è rappresentata dal capitale, con la tecnica come strumento per farlo crescere, allora focalizzarsi solo sugli effetti psicologici diventa una forma di cattiva psicologia. Ignorare le cause economiche di fondo equivale a rifiutarsi di indagare l’eziologia del malessere.

Tutto ciò, inevitabilmente, porta alla riemersione del sintomo. E questo sintomo, ignorato o trascurato, soprattutto dalla sinistra, si manifesta con ancora maggiore evidenza e urgenza.

Come una malattia della pelle, il disagio sociale grida nei muri di Santiago del Cile, ricordandoci che quello che chiamiamo genericamente “depressione” ha in realtà un nome più preciso: capitalismo.

Non esplorare a fondo l’inconscio del capitalismo post-industriale e finanziario non significa solo fare cattiva psicologia. Significa, soprattutto, fare cattiva politica.

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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