La barbarie è già tra noi. E la chiamano sicurezza

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L’esasperazione è diventata il nuovo metro morale: giustifica odio, vendetta e disumanizzazione, mentre il potere trasforma la rabbia sociale in consenso. Senza uno Stato capace di governare i conflitti restano solo paura, capri espiatori e nuove guerre.

Benvenuti nell’era dell’esasperazione

La rabbia di questi giorni non ha più freni morali. È sguaiata, palesemente sproporzionata, e si scaglia contro chi ha perso la vita con la stessa indifferenza con cui si commenterebbe una vetrina rotta. Il metro di giudizio diffuso è l’esasperazione, un concetto labile per definizione, che finisce per giustificare qualsiasi cosa in nome di un logoramento collettivo mai davvero definito. E la cosa più paradossale è che questa rabbia viene sistematicamente cavalcata proprio da quel potere che, a parole, dice di combattere: lo stesso establishment, la stessa classe dirigente contro cui la rabbia dovrebbe teoricamente rivoltarsi, ne diventa invece l’amplificatore più efficace, trasformando il rancore sociale in consenso, e il consenso in ulteriore, sistematica assenza di risposte.

Stiamo attraversando un cambio di paradigma economico, sociale, geopolitico, che ridefinisce il quadro dentro cui si giocherà buona parte delle nostre vite future. Lo spostamento non è indolore: ci sono conflitti palesi, fatti di missili e droni, e conflitti meno visibili, fatti di dazi e accordi bilaterali. Su questo, almeno in parte, abbiamo provato a fare uno sforzo di comprensione.

A livello sociale abbiamo tentato un approccio più gramsciano. Quando si perde consenso non basta chiudersi a riccio e liquidare chi sceglie la destra con un “te la sei cercata”. Bisogna studiare, interrogarsi sulle cause di un’egemonia culturale che si allarga a fasce sempre più ampie della popolazione. Immigrazione e sicurezza restano i temi su cui tutti parlano e pochi sanno davvero qualcosa, nonostante statistiche e studi disegnino una realtà tutto sommato gestibile. Ma la percezione non si combatte con i numeri.

Tra filosofia, storia e una Bossi-Fini mai davvero riformata, la vera domanda non è accogliere tutti o rimandare indietro tutti. È se esiste uno Stato in grado di governare il territorio o se quel territorio, semplicemente, viene lasciato a se stesso. Senza uno Stato che presidia le proprie funzioni essenziali restano solo periferie, paura e carne da cannone. Il problema non è mai stato quante persone arrivano, ma cosa lo Stato fa, o smette di fare, di uno spazio che progressivamente abbandona.

E allora viene da chiedersi: tutto questo sforzo di comprensione, questo tentativo di uscire dal manicheismo, cosa sta effettivamente producendo? Qual è il senso comune che si è ormai sedimentato? Un’esplosione di violenza verbale, di intolleranza, di furore da linciaggio. I fatti di cronaca di queste ore sono sotto gli occhi di tutti, non serve nominarli. Sono la cartina di tornasole di un pezzo di paese abbandonato, che non cerca più di capire ma solo di scaricare la propria paura con gli stessi strumenti della paura.

È un meccanismo perfetto e suicida, destinato a ripetersi come insegna la storia. I salvatori del popolo, i nuovi cesari, i tribuni della sicurezza, sono gli ambasciatori ideali di questo schema: sacrificano l’ultimo della scala sociale in nome dei penultimi, cioè del popolo, per consegnare sempre questi ultimi, storditi dall’euforia del sangue, vero o metaforico, ai carnefici reali. Saranno loro la carne da cannone delle prossime bombe, i tartassati dai trattati, i sacrificati in nome di una libertà che qualcun altro avrà già deciso per noi.

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (Kulturjam Edizioni), "Malagrazia" (Kulturjam edizioni).

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