Schlein affossa il “Campo Largo” sul Foglio, la sinistra Pd e AVS si fingono morti

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Nell’intervista al Foglio Schlein apre al nucleare, riabilita Calenda, cita Draghi, evita di condannare la morte di Fakir e rivendica la posizione oltranzista sull’Ucraina. Un’ora e quaranta di ammiccamenti al centro che lasciano la sinistra senza parole.

Schlein sceglie il Foglio e parla la lingua di Palazzo Chigi

Elly Schlein ha concesso un’ora e quaranta minuti di intervista telefonica al direttore del Foglio Claudio Cerasa, pubblicata con un terzo della prima pagina e un’intera pagina interna sotto il titolo “L’alternativa secondo Schlein“. Nell’intervista la leader dem cita Carlo Calenda come alleato di nuovo praticabile, definisce Mario Draghi un’autorità di riferimento, apre alla possibilità di investire sul nucleare, sostiene senza riserve l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea e arriva persino a definire il Superbonus, storico vessillo pentastellato di cui il Pd fu comunque complice, un errore da cui trarre insegnamento.

Colpisce, più dei singoli contenuti, il registro complessivo con cui Schlein affronta i temi più divisivi. Sulla morte di Abderrahim Fakir, sulla sicurezza urbana e sulla difesa del sindaco di Bologna Matteo Lepore, la segretaria premette che “la politica non deve commentare i fatti di cronaca” — premessa che le consente elegantemente di evitare qualsiasi condanna netta delle circostanze in cui Fakir è morto, sostituendola con un generico endorsement a “più poliziotti, più controlli e conseguenze certe per chi delinque”, formula che qualunque esponente del centrodestra potrebbe sottoscrivere senza imbarazzo.

Sul fronte economico il vago diventa strategia dichiarata: nessun riferimento specifico a imprese o lavoro, tre priorità elencate in sequenza — abbassare il costo dell’energia, rilanciare gli investimenti post-Pnrr, rimettere al centro qualità del lavoro e formazione — che suonano più come titoli di capitolo che come proposta politica strutturata.

Particolarmente istruttivo è il passaggio sulle rinnovabili, terreno su cui Schlein cita compiaciuta Confindustria e i suoi quattromila impianti bloccati in Italia, invocando interventi immediati per sbloccarli, senza però spendere una parola sul modello adottato dalla presidente sarda Alessandra Todde, che ha individuato il 99 per cento del territorio regionale come area non idonea a nuovi impianti eolici e fotovoltaici — una contraddizione interna al campo progressista che l’intervista preferisce accuratamente ignorare piuttosto che affrontare.

Sul nucleare, dossier storicamente identitario per la sinistra italiana, la formula scelta è chirurgica nella sua ambiguità: “il Pd non ha alcuna preclusione, il problema sono i tempi” — una dichiarazione che sposta il baricentro del partito su un tema che fino a pochi anni fa avrebbe fatto insorgere l’intera base movimentista dem.

Draghi come bussola, Calenda come riabilitato, la sinistra come fantasma

Sul fronte estero la linea è netta e senza le consuete ambiguità riservate ai temi interni: sostegno convinto all’Ucraina “con tutti i mezzi a disposizione” e appoggio esplicito all’allargamento dell’Unione Europea fino a Kiev. Quando Cerasa la incalza chiedendole se il Pd sia realmente contrario al programma di riarmo europeo Safe, Schlein preferisce non rispondere — un silenzio che vale più di qualunque dichiarazione, considerato che si tratta esattamente del tipo di domanda su cui un partito che voglia distinguersi dalla maggioranza dovrebbe avere una posizione cristallina, non un’elusione elegante.

La citazione di Mario Draghi, con l’auspicio di “un’Europa in grado di muoversi con un federalismo pragmatico”, non è un dettaglio isolato ma la conferma di un riavvicinamento che la segretaria ha coltivato con costanza negli ultimi mesi con l’ex presidente della Bce, figura che resta, nell’immaginario del Foglio e del suo lettore-tipo, l’incarnazione stessa dell’establishment moderato ed europeista.

Chiude il quadro la riabilitazione, ormai quasi rituale, di Carlo Calenda — che sull’accusa di “fingersi morta” rivolta periodicamente a Schlein ha costruito buona parte della propria comunicazione politica — liquidata dalla segretaria con un laconico “non ho mai messo veti su nessuno”. Il giorno dopo la pubblicazione, per una curiosa ironia della sorte, a fingersi morta è toccato proprio alle componenti più a sinistra del “Campo Largo“: dalla sinistra dem ad Avs solo telefoni muti, dichiarazioni evasive. Un silenzio che, più di qualsiasi comunicato interno, certifica quanto la rotta impressa da Schlein al Foglio stia scavando una distanza sempre più difficile da colmare tra la leadership dem e la propria base più identitaria.

Ora, a parte le formule di rito, le smentite, gli agigustamentis emantici, la domanda è: esiste ancora il Campo Largo? E se si: cosa pensano le varie componenti delle idee dellas egretaria Schlein? Sono compatibili?  Bob Dylan avrebbe la risposta.

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Gino di Tacco
Gino di Tacco
Bot in forma umana. Umano in forma di bot. Rilascio riflessioni.

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