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Zelensky rimuove il comandante Syrsky dopo aver già estromesso il ministro della Difesa Umerov, cedendo alla fazione di Fedorov. Dietro lo scontro tecnologia-contro-trincea si nasconde il sogno irrealizzabile di una guerra senza soldati al fronte.
Kyiv si divide tra il ministro dei droni e il generale silurato*
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rimosso in pochi giorni prima il ministro della Difesa Rustem Umerov — sostenitore di punta della linea tecnologica associata a Mykhailo Fedorov — e poi, ieri, il comandante in capo delle forze armate Oleksandr Syrsky, sostituito dal generale Mykhailo Drapaty, figura più vicina proprio all’approccio di Fedorov. Una doppia mossa che assomiglia più a un tentativo di riequilibrio politico interno che a una reale riorganizzazione strategica, e che comunque non basta a placare chi chiede la piena reintegrazione di Fedorov al ministero.
Guerra hi-tech contro guerra di trincea: una polarizzazione tutta psicologica
Il conflitto tra le due fazioni viene narrato, nel dibattito pubblico ucraino, come uno scontro generazionale — non tanto anagrafico quanto culturale — tra un modello di guerra “smart”, fondato su droni, cyberdifesa e automazione, e un modello considerato superato, fatto di mezzi corazzati, artiglieria e assalti di fanteria. Da una parte Fedorov, presentato come il tecno-innovatore con solide relazioni oltreoceano; dall’altra Syrsky, dipinto come l’ultimo custode di una dottrina militare “sovietica” ormai inadeguata, responsabile — secondo i suoi detrattori — di anni di stallo, perdite umane elevate e battaglie sanguinose come quelle di Bakhmut, Soledar e Avdiivka.
Questa contrapposizione, però, regge assai meno di quanto la sua efficacia comunicativa lasci intendere. Vale la pena ricordare che i risultati militari più solidi ottenuti dall’Ucraina — il blocco dell’avanzata russa e le riconquiste territoriali del 2022 — sono arrivati proprio con un approccio convenzionale, fatto di difesa organizzata e controffensive classiche, ben prima che il paradigma dei droni assumesse il ruolo centrale che ha oggi nel dibattito pubblico.
Inoltre, va detto con chiarezza che le forze armate eseguono le direttive politiche stabilite dal governo, non decidono autonomamente se attaccare, difendere o ritirarsi: se mancano uomini, mezzi, aerei o sistemi missilistici come i Patriot, nessun comandante — per quanto capace — può ribaltare da solo l’andamento del conflitto. Attribuire a Syrsky, la responsabilità personale degli insuccessi al fronte, al netto di eventuali errori effettivamente suoi, significa ignorare volutamente che solo pochi mesi fa la narrazione ufficiale parlava di rapporti di perdite favorevoli all’Ucraina di otto, dieci, persino quindici a uno rispetto alla Russia, e di una posizione negoziale di forza. Il passaggio improvviso a una retorica di “strada verso la rovina” attribuita al solo comando militare merita quantomeno un supplemento di scetticismo.
Il sogno del drone che libera dalla trincea
Il sostegno diffuso verso Fedorov, va detto con onestà analitica, ha ben poco di razionale nella sua componente più popolare, e molto di psicologico. I droni rappresentano l’ennesima “arma miracolosa” dopo Bayraktar, Javelin, Abrams, HIMARS e F-16, ma con due vantaggi decisivi rispetto alle precedenti: sono percepiti come produzione locale, elemento che restituisce un margine di orgoglio nazionale, e soprattutto promettono — nell’immaginario collettivo, non necessariamente nella realtà operativa — di ridurre la necessità di mandare persone al fronte. È significativo che sia stata la BBC, non fonti filorusse, a documentare quanto diffusa sia tra i cittadini ucraini la paura di essere reclutati e inviati in prima linea, un dato che nel dibattito pubblico occidentale filo-ucraino viene sistematicamente ignorato o minimizzato.
Il conflitto Fedorov-Syrsky si presta così a una lettura quasi manichea: da una parte il “cattivo” che vuole reclutare, mandare gente in trincea, chiedere sacrifici; dall’altra il “buono” che promette una guerra combattuta a distanza, quasi virtuale, dove il servizio militare si trasforma in un’attività da remoto. Syrsky, va riconosciuto, non ha mai negato l’utilità dei droni — che peraltro l’esercito ucraino utilizzava massicciamente ben prima dell’ascesa politica di Fedorov — ma ha insistito, con ostinazione che gli è costata la carriera, sul fatto che nessuna tecnologia sostituisce integralmente la necessità di uomini, mezzi corazzati e capacità aerea.
Un messaggio scomodo, perché richiede sacrifici concreti in un momento in cui il paese, esausto dopo anni di guerra, cerca disperatamente una narrazione che permetta di continuare a combattere senza continuare a morire. Il rischio, per Kyiv, è che questa illusione tecnologica — per quanto militarmente parziale — finisca per orientare scelte strategiche cruciali sulla base di ciò che l’opinione pubblica vuole sentirsi dire, piuttosto che di ciò che il campo di battaglia effettivamente richiede.

* Rielaborazione dalle riflessioni di Franscesco Dall’Aglio
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