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Iran e USA si scambiano missili nello Stretto di Hormuz: Teheran rivendica una portaerei in fuga, Washington parla di attacco respinto e risponde colpendo tre petroliere iraniane. Sui social circolano dettagli tecnici mai confermati. La guerra, aperta a febbraio, continua a fare salire il prezzo del petrolio.
Missili, portaerei e bugie: la guerra di Hormuz si combatte anche a colpi di post
Domenica 6 settembre 2026 il Maggior Generale Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, ha dichiarato in un’intervista alla televisione di Stato che l’Iran ha testato per la prima volta un missile antinave direttamente sopra una nave da guerra americana, definendolo un ordigno speciale capace di “creare l’inferno” per gli statunitensi. Secondo Rezaei, la portaerei USS George Washington e un cacciatorpediniere della USNAVY hanno lasciato immediatamente l’area.
Il Comando centrale degli Stati Uniti ha confermato che una portaerei e un cacciatorpediniere americani sono stati effettivamente bersaglio di missili balistici lanciati dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica, ma con una versione opposta dei fatti: secondo Washington le due unità hanno evaso gli attacchi senza subire danni né perdite di personale. In risposta, gli Stati Uniti hanno colpito tre petroliere iraniane, una vicino all’isola di Kharg, hub da cui l’Iran esportava il 90% del proprio greggio prima della guerra, una nei pressi di Jask e una nel Golfo di Oman. L’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom, ha sintetizzato la logica della rappresaglia con una frase alla John Wayne: se colpite due delle nostre navi, ne affondiamo tre delle vostre.
Due guerre parallele raccontate con gli stessi fatti e conclusioni opposte
Questo scambio di missili non è un episodio isolato, ma l’ultima puntata di un conflitto aperto dal 28 febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele colpirono per primi obiettivi militari iraniani, innescando la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran e un blocco navale statunitense tuttora in vigore. Sei mesi dopo, il petrolio Brent viaggia sopra i 96 dollari al barile, il diesel negli Stati Uniti ha toccato il record storico di 5,85 dollari al gallone, e un sondaggio Reuters/Ipsos di fine agosto certifica che il 63% degli americani si oppone alla guerra mentre il gradimento di Trump è sceso al 33%. Sono numeri che raccontano quanto realmente il conflitto stia già producendo effetti reali, indipendentemente da chi vinca la battaglia delle narrazioni sui social.
Ed è proprio sul terreno delle narrazioni che si consuma lo spettacolo più istruttivo. Da una parte Teheran racconta una portaerei in fuga terrorizzata da un missile miracoloso, dall’altra Washington racconta un attacco respinto senza un graffio seguito da una punizione esemplare. Nel mezzo, gli account social pro-Trump rilanciano un fantomatico missile ipersonico Mach 5-8 mai confermato da nessuna fonte istituzionale, mentre analisti improvvisati attribuiscono l’arma a un modello Ghadir derivato dal cinese C-802 di cui non esiste alcun riscontro verificabile. È il solito teatro della disinformazione simmetrica, dove ciascuna parte costruisce la propria versione eroica sapendo che l’altra farà lo stesso, e dove l’unico dato che resta stabile è quello sul barile di petrolio.
Quando la cronologia viene riscritta a beneficio dello storytelling
Vale la pena notare un dettaglio che rivela come persino la sequenza temporale diventi materiale negoziabile: secondo Al Jazeera i missili iraniani contro portaerei e cacciatorpediniere sono partiti prima, e le tre petroliere sono state colpite dagli americani dopo, come rappresaglia dichiarata. Molte ricostruzioni circolate online invertono invece l’ordine, presentando il lancio missilistico iraniano come risposta a un attacco già subito.
Non è un dettaglio da nulla: cambia chi risulta aggressore e chi vittima, cioè l’unica cosa che davvero interessa a entrambe le propagande. La realtà, probabilmente, è più simile a quella descritta dall’analista Sina Azodi della George Washington University: nessuna delle due parti può permettersi di arretrare senza perdere la faccia, quindi l’unica direzione possibile resta l’escalation, punteggiata da vittorie di comunicazione che durano il tempo di un post.

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