L’AfD stravince in Sassonia, la Germania scopre di non avere più scuse

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L’AfD vince in Sassonia-Anhalt con il 43,8% e sfiora la maggioranza assoluta. La Cdu crolla, affluenza record. Il partito è classificato come estremista, ma nessuno vuole governare con lui. Il vero fallimento è di chi non ha saputo rappresentare il malcontento.

Sassonia-Anhalt, la Germania smette di stupirsi di se stessa

AfD ha vinto nettamente le elezioni regionali in Sassonia-Anhalt con il 43,8% dei voti secondo i dati definitivi, ottenendo 39 seggi su 83 nel Landtag con un’affluenza record che ha segnato la prima regione tedesca a essere potenzialmente guidata da un partito di estrema destra dalla Seconda guerra mondiale.

Il partito guidato a livello locale da Ulrich Siegmund ha più che raddoppiato il proprio consenso rispetto al 20,8% ottenuto nel 2021, mentre la Cdu è scesa al 18%, quasi dimezzata rispetto al 37,1% di cinque anni fa. Linke e Spd si sono fermate entrambe intorno al 9%, i Verdi all’8,6%, il Bsw al 5,1%, mentre la Fdp con il 2,3% resta fuori dal parlamento regionale. L’affluenza alle urne, secondo il Sole 24 Ore, ha toccato il 77,8%, il dato più alto dalla riunificazione tedesca.

Il candidato di punta dell’AfD ha commentato l’esito parlando alla televisione pubblica Ard: non si può ancora dire se sarà lui il prossimo ministro presidente della Sassonia-Anhalt, ma la formazione ha comunque scritto la storia. I servizi di sicurezza del ministero degli Interni regionale classificano l’AfD locale come un caso accertato di estremismo di destra, non come una vaga costola populista di destra. Nonostante il risultato, non è chiaro chi guiderà il prossimo governo, dal momento che i partiti tradizionali si rifiutano di collaborare con l’ultradestra applicando la strategia nota come “cordone sanitario”.

Il fallimento non è dell’elettorato, è di chi doveva rappresentarlo

Chi si stupisce di questo risultato ha semplicemente smesso di guardare la Germania da almeno un decennio. La Sassonia-Anhalt non è un incidente statistico: è la fotografia nitida di ciò che resta quando un intero ceto politico abdica al proprio compito, che è quello di leggere il presente prima di gestirlo. I partiti che un tempo si definivano popolari, la Cdu in testa, hanno scelto per anni l’amministrazione ordinaria del declino invece della sua interpretazione, convinti che bastasse ripetere le formule dell’ordoliberalismo per tenere insieme un paese che nel frattempo smetteva di riconoscersi in quelle formule.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un partito classificato dai propri stessi apparati di sicurezza come estremista arriva a un soffio dalla maggioranza assoluta, e lo fa proprio nell’Est, dove la disillusione verso la classe dirigente occidentale ha radici più antiche e più profonde del semplice malcontento economico.

Non si tratta di assolvere l’AfD, che resta un contenitore di rancore etnico e di semplificazioni pericolose. Si tratta di smettere di trattare il suo successo come un’anomalia meteorologica, qualcosa che accade e passa. È invece l’esito prevedibile di un vuoto di pensiero che attraversa l’intera classe dirigente tedesca ed europea, incapace da tempo di produrre una critica sociale che non sia surrogata dalla gestione tecnocratica dei rapporti di forza. Quando l’unico vocabolario disponibile per raccontare il disagio è quello della destra identitaria, non ci si può poi stracciare le vesti se la destra identitaria vince le elezioni.

Dove porta questa deriva, per la Germania e per l’Europa

Il paradosso politico più interessante riguarda proprio la governabilità. L’AfD ha vinto ma non governa, perché gli altri partiti, applicando il cordone sanitario, preferiscono l’ingovernabilità alla condivisione del potere con un soggetto fuori dal paradigma europeista. È una scelta comprensibile sul piano dei principi, ma politicamente fragile: ogni legislatura bloccata da veti incrociati regala nuovo carburante alla narrazione dell’AfD, che si presenta come l’unica vera opposizione in un sistema che si autoconserva a prescindere dal voto popolare. Più il cordone tiene sulla carta, più si sgretola nella percezione degli elettori.

Per l’Europa il segnale è ancora più netto. Un Land di poco più di due milioni di abitanti diventa il laboratorio in cui si misura la tenuta dell’intero establishment continentale, proprio mentre la Germania di Merz fatica sul fronte industriale, energetico e militare. La destra sovranista non ha bisogno di vincere ovunque per cambiare gli equilibri: le basta accumulare vittorie regionali sufficienti a normalizzare la propria presenza nel discorso pubblico, trasformando ogni cordone sanitario in una barriera sempre più simbolica e sempre meno reale. Se la sinistra e il centro non trovano un linguaggio capace di intercettare lo stesso disagio senza cederne i contenuti al razzismo e alla xenofobia, la Sassonia-Anhalt di oggi sarà solo la prova generale di scenari nazionali già scritti.

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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